Quando Di Maio prometteva alle imprese 15 miliardi all’anno

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Eravamo nel pieno della campagna per il referendum costituzionale di Renzi. Mancavano pochi giorni al 4 dicembre, il giorno che fu fatale per chi quella ciclopica riforma l’aveva agognata. Fatale per l’universo della sinistra che dalla guerra interna ne uscì dissanguata. Il Movimento 5 Stelle all’epoca manteneva il suo ampio bacino di consensi, lo stesso che nel 2013 portò una compagine politica dal nulla, al suo primo appuntamento elettorale nazionale, ad ottenere il 25 percento dei voti. Un risultato straordinario. La Lega alle stesse elezioni si fermò al 4 percento. Ancora doveva prendere piede lo tsunami Salvini. Quanto siamo cambiati da allora!

Il Movimento 5 Stelle irruppe nelle case degli italiani con un messaggio politico accattivante. Noi siamo l’anti-casta. Erano passati 20 anni da Manipulite, ma la corruzione, l’attaccamento alle poltrone, la nomina di amici e di parenti in posizioni apicali rimanevano – e rimangono – una prassi nella società. La capacità di spesa delle famiglie non rifioriva – e non rifiorisce – e così, come accaduto altre volte in passato, la gente ha cominciato a perdere fiducia nelle istituzioni. Non solo verso la politica, ma anche verso sindacati e magistratura. Per cui, come milioni di naufraghi dopo molte ore che annaspano nell’acqua, in molti hanno cominciato ad appigliarsi a quelle fresche voci, così tanto slacciate dalla politica dei politicanti. La colpa più grande della vecchia classe dirigenziale del paese è di aver tramutato gli italiani nell’equipaggio di Ulisse. E le molte sirene accorse erano pronte a banchettare.

Non nego di aver visto con favore i primi vagiti del Beppe Grillo politico, quello che nel 2007 girava l’Italia e arringava le folle per dire vaffa- ai pregiudicati e ai corrotti in Parlamento. La sua voce, in rottura con il passato, richiamava nelle piazze tanti giovani che non si identificavano con la polverosa politica da salotto, né tanto meno con quella da San Vittore.

Ho incontrato Luigi Di Maio in una fredda notte di novembre nel 2016 a Cesena. Sarà un caso, ma sia lui che il suo futuro collega Matteo Salvini sono gli unici due leader che ho incontrato in freddi notti romagnole. Ero lì per intervistarlo sul tema delle piccole e medie imprese. Argomento che sarebbe diventato il suo cavallo di battaglia nel maxi dicastero che avrebbe guidato di lì a un paio d’anni. Ero curioso di conoscerlo dal vivo perché volevo misurare personalmente la sua capacità di misurarsi con il pubblico di imprenditori locali, quelli più colpiti dalla crisi ovvero i piccoli artigiani. Era molto giovane Di Maio, e sottolineo il molto condividendo con lui l’anno di nascita. Era la prima volta che intervistavo un politico coetaneo cresciuto come me con Bim Bum Bam e Cristina D’Avena. Anagrafe a parte, mi incuriosiva vedere come un ragazzo qualunque, appassionato di web-marketing, con qualche esperienza nel giornalismo online, steward negli stadi ed attivista Cinquestelle della prima ora fosse riuscito in poco tempo a scalare la politica italiana. Luigi Di Maio era diventato uno dei leader più influenti del paese a neanche 30 anni. Anche questo è un risultato straordinario.

Ci aveva visto lungo Berlusconi, che di tv se ne intende, quando disse che «Di Maio buca lo schermo». In effetti Gigino sa parlare in camera (che per un politico è il 98 percento dell’opera), dà risposte dirette e comprensibili enfatizzando i concetti chiave con frasi ad effetto, quelle che piacciono tanto ai media. L’impressione che ho avuto intervistandolo è stata quella di trovarmi di fronte ad un politico navigato, nato per fare l’acchiappa consensi. Anche perché, tra i percorsi di laurea mai finiti, i progetti di web-marketing mai completati, il suo giornalino online che non esiste più e il mettere a sedere i vip negli stadi, forse Gigino non è adatto a fare molto altro.

A volte ho l’impressione che in politica ci finisca chi nella vita non sa cosa fare, chi non ha nessuna capacità specifica, se non quella di vendere speranze. Come i 15 miliardi alle imprese che Luigi Di Maio prometteva nella fredda notte di novembre in cui ci incontrammo. La speranza con cui convivo io è quella di essere in ciò contraddetto.

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Sapete cosa avviene in mezzo ad un gay pride?

Che cosa avviene all’interno di un pride LGBT? Per il terzo anno consecutivo ho documentato il Rimini Summer Pride attraverso riprese ed interviste ai partecipanti. In questa edizione 2018 mi sono concentrato soprattutto sui genitori di omosessuali e sui messaggi che invierebbero a quanti faticano ad accettare l’orientamento sessuale dei propri figli. Consiglio la visione di questo reportage soprattutto a chi a un pride non c’è mai stato e non ci si è mai imbattuto neanche per sbaglio e si domanda cosa avvenga al suo interno. Cosa fa la gente? Come ci si veste? Che tipo di persone vi partecipano?

Molti hanno in mente i gay pride di 20 anni fa quando il mondo era diverso, più chiuso, c’erano meno diritti e ad esporsi erano i membri della comunità LGBT più coraggiosi ed esibizionisti che per attirare l’attenzione e dire “esistiamo anche noi” utilizzavano forme estremamente colorate. Quella volta, sì, carnevalesche con una profusione di perizoma, tacchi a spillo e fruste. Oggi i pride, se non fosse per le bandiere arcobaleno e un paio di drag-queen ogni mille partecipanti, sembrano delle marce studentesche qualunque accompagnate da musica e balli. E vi partecipano sempre di più le famiglie, etero e omo, con bambini al seguito, oltre ai genitori degli omosessuali stessi.

La peculiarità del Rimini Summer Pride, rispetto ai pride di altre città, è che qui il corteo si svolge sul lungomare di una capitale del turismo all’orario in cui le persone escono dalla spiaggia. Per cui tanti turisti e riminesi, un po’ perché bloccati della folla, un po’ perché incuriositi dallo spettacolo e dalla musica, si fermano a guardare. C’è chi si lascia coinvolgere ballando e facendo story su Instagram (tanto è sabato, dove vuoi andare?) e c’è chi invece rimane impietrito e diffidente, e per lo meno ha visto in prima persona di che cosa si tratta.

Il primo video è il reportage che raccoglie varie immagini del corteo. Nel secondo ci sono le interviste ai partecipanti.

“Magneda de porc”, intervista a Salvini su immigrazione e Romagna

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La sicurezza di Salvini. La semplicità di chi appena uscito da palestra, senza aver fatto troppa fatica, si tuffa in felpa ad una pizzata tra amici. Questa l’immagine che il leader della Lega vuole offrire a chi lo incontra dal vivo. Un modo di apparire che avevo già ampiamente appurato, come molti, attraverso la televisione, però seguire di persona i suoi bagni di folla mi è stato utile per comprendere meglio il personaggio, il modo in cui si muove nello spazio e in cui acchiappa consensi.

Inarrestabile Salvini. L’uomo che ha preso in mano un movimento separatista da pochi punti percentuali e lo ha trasformato in partito nazionalista vicino al 30 percento dei consensi. Una mente veloce che ha saputo fiutare i mutamenti sociali e fendere i venti del malcontento facendo udire la propria voce. In questo post voglio raccontarvi il mio incontro nelle campagne forlivesi con Matteo Salvini e alcuni abitanti della provincia alla vigilia dell’ondata verde.

All’epoca della mia intervista (aprile 2016) la Lega stava sì crescendo, ma nessuno sospettava il tripudio che avrebbe avuto di lì a un paio d’anni fino a diventare il partito di riferimento del centrodestra, scalzando mister B. dal trono dei moderati. Quanto ci sia poi di moderato in Salvini qualcuno me lo deve spiegare, ma tralasciamo. Una sicurezza di sé, dicevo, e una immediatezza dei messaggi che sono figlie di una mirata campagna di comunicazione. Perché se per i suoi detrattori Salvini è un mostro, a mio avviso è innanzitutto un mostro di comunicazione. La sua self-confidence e la sua capacità di far comprendere a tutti i propri slogan sono doti invidiabili.

“Magneda de porc”. Non ho mai intervistato un politico mentre indossava una t-shirt con stampate sopra l’icona di un suino e la scritta “Una mangiata di maiale” (per buona pace di tutti i leghisti vegani). Ma se c’è una persona che può permettersi di indossarla, rimanendo comunque credibile agli occhi del suo pubblico, quella persona è Matteo Salvini che, piaccia o no, è una delle voci più influenti della nostra società in questa seconda parte degli anni ’10. Salvini è in grado di dire ai suoi seguaci cosa pensare. Li sgrava della fatica di informarsi e di verificare le fonti. Grazie al suo carisma, li convince della giustezza delle proprie idee. E così, concetti spesso banali, talvolta in linea teorica persino condivisibili, conquistano applausi nonostante scarseggino di spiegazioni sulla loro applicazione pratica. “Aiutiamoli a casa a loro”, “vogliamo città più sicure”, “garantiamo un futuro migliore ai nostri figli”, “dobbiamo contare di più in Europa”. Come dargli torto? Ancora devo incontrare il politico che mi confessa “chiudiamo le missioni in Africa”, “incentivi a ladri e assassini”, “ai nostri figli, giù botte sin da bambini”, “in Europa sempre e solo piegati a novanta”. Eppure tutti lì ad acclamare la scontatezza delle sue affermazioni. Le interviste che ho raccolto ai  sostenitori di Salvini a Villarotta, mentre attendevo l’arrivo del capo, sono esemplificative di questo modo di formazione del consenso.

Alla domanda su quali fossero i problemi correnti del paese, gli intervistati ripetevano con foga gli slogan salviniani più celebri come un disco rotto. “Sono troppi, non ci sentiamo sicuri, via, a casa”. Vivevano un processo di immedesimazione nel capo, come quando da bambini si origliano concetti più grandi di sé dagli adulti e li si ripetono agli altri bambini per farsi più grossi. Una volta incalzati, però, chiedendo loro di supportare le proprie tesi con numeri e fatti, i bambini arrancano, perché non sono arrivati a quelle conclusioni tramite lo studio, ma lo scimmiottamento. E così i miei intervistati andavano in tilt e riavvolgevano il nastro. “Sono troppi, non ci sentiamo sicuri, via, a casa”. “Sì, ma in Italia sono molti meno rispetto ad altri paesi”. “È lo stesso, sono troppi, non ci sentiamo sicuri, via, a casa”.

Salvini arrivò con un paio di ore di ritardo. Tempo in cui, come una piccola fiammiferaia, lo attesi sul ciglio della strada al freddo e al buio morendo di fame perché ancora non avevo cenato, mentre tutti attorno si abbuffavano con tagliatelle e maiale. Il nostro mestiere a volte ci sottopone a dure prove di resistenza fisica e psicologica. “Mirco, resisti, non è professionale mangiare al banchetto di un politico prima di intervistarlo, e spera di non finire ammalato domani, che hai un altro servizio”. E così resistetti e non mi concessi nemmeno un bicchiere d’acqua. E scampai il raffreddore.

Erano le 23 quando dalle campagne giunse un corteo di auto guidato dalle motociclette delle forze dell’ordine. Da una vettura scese Matteo Salvini scortato dal fedele Jacopo Morrone che lo seguiva come un innamorato in preda all’ansia e a gemiti d’estasi. Seguii Salvini lungo tutto il bagno di folla cercando il momento ideale in cui intervistarlo. Non mi sarei accontentato di qualche battuta rubata. Volevo un’intervista esclusiva, ed ero avvantaggiato dal fatto che, stranamente, non erano presenti altre televisioni. Infatti, il giorno dopo, la mia intervista fu ripresa da Ballarò e da qualche altra trasmissione nazionale.

Finito di salutare i presenti con un discorso dal palco (“Sono troppi, non ci sentiamo sicuri, via, a casa”), l’osannato andò dietro ai tendoni a scattare qualche foto con i cuochi rubando loro una padella e fingendo di aver appena arrostito un maialino assieme ad essi. Dopodiché si sedette ad un tavolo di legno da solo con l’entourage che gli faceva da scudo. Morrone mi fece da tramite e gli chiese se voleva essere intervistato. Salvini fece un lieve cenno di assenso con la testa e a quel punto attraversai lo scudo umano che ci separava e mi sedetti al suo fianco. Nessun saluto o sorriso di circostanza. Partii diretto con la prima domanda.

Riuscii ad intervistarlo per sei minuti! Non so a quanti giornalisti incontrati per strada il leader del Carroccio abbia concesso tutto questo tempo. Nel corso dell’intervista, avvolta dal frastuono, Salvini mi guardò con degli occhi arrossati, probabilmente affaticato dal tour romagnolo. Rimasi contento perché riuscii a chiedergli gran parte di ciò che avevo in mente. Confesso che la soggezione che si vive in questi momenti non è poca, specie per un giornalista alle prime armi con le interviste video come ero io a quei tempi. Una soggezione dovuta non solo al fatto di trovarmi di fronte ad un personaggio abituato a mangiarsi gli intervistatori, e che sta in televisione più di te che ci lavori, ma anche per il contesto. Il fiato sul collo dei sostenitori e dei collaboratori che ci accerchiavano e che volevano sentire cosa gli chiedevo era opprimente. Ma tutto sommato riuscii ad estraniarmi e a concentrarmi sulle mie domande. E sulle sue risposte.

Buona visione.

A questo link trovate la versione integrale del servizio (10 min.). Di seguito trovate il servizio breve andato in onda nel telegiornale di Teleromagna.

Antonio Razzi: Pace Trump-Kim grazie a me

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È fermamente convinto, Antonio Razzi, di essere lui l’artefice della storica stretta di mano tra il presidente americano Donald Trump e il dittatore nordcoreano Kim Jong-un. Ne è convinto come per altri nebulosi retroscena politici, a partire dalla sua non ricandidatura tra le file di Forza Italia alle politiche del 2018 dovuta, secondo Razzi, alla volontà di ex colleghi invidiosi. “Ero troppo famoso, davo fastidio, hanno detto a Berlusconi di tenermi alla larga dalle liste”, mi ha confessato.

Razzi è un fenomeno, ed è un caso di uomo politico che, pescato con le mani nella marmellata, trova il modo non solo di spuntarla, ma di guadagnarsi persino la simpatia del grande pubblico. E questo lo si deve non solo all’imitazione di Crozza, ma anche alla capacità dell’ex senatore di aver saputo capitalizzare la satira del “fatti li cazzi tua”. Se lo incontrate per strada, Antonio Razzi, è difficile che vi risulti antipatico. Il suo modo affabile copre le lacune dello scarno bagaglio culturale. Il sorriso sempre stampato sotto i baffi da zio di campagna che ti torna a trovare, la capigliatura riccioluta da personaggio di fumetto, il modo di prendersi in giro, tutto questo rende amabile una chiacchierata con Razzi. E rende quasi credibili le frottole che strappano inevitabilmente una risata.

Razzi è l’italiano medio, quello che sbaglia e che alla fine viene perdonato perché sa stare in mezzo alla gente, perché non dà l’idea di casta. Nel suo arrivismo, l’italiano medio rivede il peccato che avrebbe potuto tentare anche il proprio fratello, un proprio amico, un proprio parente o forse persino se stesso. E allora chi se ne frega se ad una telecamera nascosta nel 2011 l’ex senatore ha confessato tutto il suo amore per il vitalizio. Tutto è stato perdonato a Razzi con una pacca sulla spalla, bollato come politico innocuo, perché i più odiati sono quelli che il vitalizio lo sognano la notte ma non lo dicono. Lui almeno lo ha (anche se gli è stato strappato dalla bocca) ammesso, e il non aver mai criticato l’imitazione di Crozza, anzi, l’averla osannata, è stata la giusta mossa per salvarsi la faccia.

Pubblico in questo post le due interviste che ho fatto ad Antonio Razzi, una nel 2018, dove mi ha rivelato i retroscena nordcoreani, e l’altra nel 2017 in cui era ancora senatore e stava scrivendo un libro su come dovrebbe comportarsi un senatore ideale. Questo è Antonio Razzi. Uno che non si vergogna di niente, nemmeno nel dare sfoggio dei propri limiti.

Segue l’intervista realizzata durante il Vip Master 2018 andata in onda su TR24.

 

Segue l’intervista realizzata durante il Vip Maste 2017 andata in onda su TR24.

Parità di genere, intervista a Susanna Camusso

susanna-camusso-cgilEra una afosa giornata di agosto quando andai a San Lorenzo in Noceto (Forlì) per ascoltare il dibattito della CGIL sul ruolo della donna nella società di oggi. La mia intenzione era quella di intervistare il segretario generale Susanna Camusso, non solo perché a capo di un’associazione che ha nel suo trascorso molte battaglie per l’uguaglianza, ma anche perché è donna a capo di una delle più importanti organizzazioni della storia contemporanea del paese. Quando le chiesi di poterla intervistare a fine dibattito, lei fu restia. Forse il caldo, la fatica post-dibattito da smaltire. Forse alcuni pensieri per la testa che deve aver rasserenato subito dopo in una lunga riunione con un paio di membri uomini del sindacato. La attesi a lungo con il microfono in mano. Non volevo andarmene via senza una intervista esclusiva. Ero arrivato fino a San Lorenzo in Noceto – perdio – per esprimere tutto il mio femminismo e chiederle cosa c’è ancora da fare in Italia per le donne!

Dopo circa un’ora di attesa, mi scorse da lontano. Avevo il microfono ancora in mano, la camicia e la giacca abbottonate. Si avvicinò con un sorriso cordiale sormontato da due occhi azzurri (non so e avete mai visto gli occhi della Camusso dal vivo, ma il loro azzurro è in grado di trafiggere la carne). “Va bene” mi disse, “facciamola”. E così salimmo sul palco dove allestimmo uno spazio-interviste improvvisato. Io con il mio elenco di domande appoggiato sulle ginocchia. “Bastano due battute, giusto?” mi chiesero i suoi collaboratori. “Sì, sì” risposi io, avendo però in mente di chiederne molte di più. Le feci una lunga intervista. Dieci minuti per questi personaggi sono davvero tanti, infatti i suoi collaboratori da sotto il palco mi facevano gestacci dopo che al termine di ogni risposta mi agganciavo con una nuova domanda. Ma il vantaggio di avere una telecamera che riprende tutto è che una persona ci pensa due volte prima di salire sul palco e dire “Adesso basta!”.

Belli i “valori” a cui devono adeguarsi gli stranieri

Praticamente nello stesso giorno in cui la Cassazione stabilisce che gli stranieri debbono adeguarsi ai nostri “valori” e non portare in giro coltelli indiani sacri, si viene a sapere che i nuovi arrivati li accogliamo con cibo solitamente dato ai maiali in un centro gestito dalla ‘ndrangheta con la complicità di un prete. Lasciamoglielo quel coltello sacro, così almeno disossano le carcasse in putrefazione con cui li nutriamo. (E poi mi devono spiegare cosa c’entra portare in giro un’arma con i nostri valori. Glielo si impedisca se è previsto dalla legge, non perché è immorale).

Il NYT si scusa coi trumpisti. Anche no

Il New York Times, sorpreso dall’elezione di Trump, promette che d’ora in poi racconterà meglio l’America dei trumpisti.
Fatemi capire. Quindi ora i cronisti dovranno andare nei night-club a chiedere come si mette la mano sulla patata alle signore senza che queste protestino; fra i petrolieri a chiedere quanto è utile all’economia emettere CO2 in atmosfera; fra i gruppi xenofobi a domandare come si sta bene dopo una bella pulizia razziale; ai confini col Messico a prendere le misure per il nuovo muro perché tanto solo così si fermano gli stupratori (per citare un po’ di trumpate)?
In tutta sta vicenda stiamo perdendo la bussola. Si pretende che i media prevedano il futuro, quando il loro compito è raccontare il presente. Quando si dice che i network di informazione devono essere democratici, non significa che devono schiaffare il microfono in mano al primo stronzo che passa per l’Iowa e andare a prendersi un caffè abdicando al proprio compito di critici della realtà. Il giornalismo compie un atto di selezione della notizia, è nella sua natura. Altrimenti si chiamerebbe agenzia stampa, elencherebbe in modo sterile qualunque fatto senza offrire al pubblico gli strumenti per interpretarlo. Il giornalismo deve essere come la scuola. Deve formare e istruire. Avvicinare le persone, convincerle a partecipare alla vita democratica e aiutare così a far crescere il paese. Ciò comporta lasciare le puttanate fuori dalla porta.
Così come a scuola non studiamo il Mein kampf, il giornalista coraggioso individua le puttanate e sceglie di non farne una notizia.