Fratelli d’Italia (?)

Lettera a Corrado Augias pubblicata, con risposta, sulla Repubblica del 12-01-2012,

Caro Augias,

Uniamoci, amiamoci,/l’Unione, e l’amore”. Così recitano i primi due versi della terza strofa de Il Canto degli Italiani di Goffredo Mameli, ben meno nota della prima che inneggia ai “Fratelli d’Italia”.

Sono un lettore di 25 anni, ed il pensiero che molti ragazzi della mia età, od anche più giovani, si annoverano tra i padri fondatori della patria, mi riempie lo spirito di carica propositiva e di passione civile. Quello scatto patriottico’ che il capo dello Stato ha stentoreamente rimarcato in occasione delle celebrazioni del 150° è però monco di un radicamento più profondo nella mentalità collettiva e nell’opera quotidiana di molti. Si può davvero parlare di “Fratelli d’Italia” quando certi italiani defraudano altri italiani attraverso il cancro dell’evasione fiscale? Quando i partiti politici si agitano e smaniano, come fossero perennemente in campagna elettorale? Quando a stringersi a coorte sono le lobby ostruzioniste che difendono gli interessi privati? Quando i giovani vengono depauperati degli strumenti per plasmare il loro futuro? Questi Figli d’Italia, al contrario, vengono inibiti e costretti alla fuga. Il marciume anti-patriottico è ancora trasversalmente diffuso nel nostro paese; valica i confini Nord-Sud, attraversa le classi sociali: si insinua nel popolo e in chi li rappresenta. Alcuni di questi raggiungono il parossismo con il chiodo della secessione.

Quando il Regno Unito era già uno Stato nazionale e la Francia perseguiva gli ideali illuministici con una Rivoluzione senza precedenti nata dalla massa, lo stivale vessava ancora in pessime condizioni in termini di sviluppo economico e di competitività internazionale. Mentre altri popoli inneggiavano alla libertà, perendo al seguito di un’unica bandiera, gli italici quantificavano ancora i cereali secondo unità di misura differenti, che mutavano al variare dello ‘staterello’. Siamo forse rimasti tutt’ora un secolo indietro rispetto ai nostri vicini di casa? Quante generazioni di italiani devono succedersi affinché si metabolizzino lo spirito di unione e di amore della patria? Perché molti italiani diedero la vita per sottrarre il paese all’invasore ed altrettanti oggi lo denigrano? Siamo forse di fronte al più grande vizio degli italiani:, quello di non piacersi: di lamentarsi costantemente. In bilico tra vizi, ignoranza e contraddizioni. Il problema non è (o meglio, non è solo) la classe politica. Piuttosto risiede negli italiani stessi. Non sono forse i politici innanzitutto italiani anch’essi?

Lasciatemi solo sperare nelle nuove generazioni. Quelle che non sono cresciute intossicate dalle contestazioni intestine, dagli ideologismi novecenteschi o irretite da egoismi feudali. Quelle che si muovono in uno spazio interconnesso e trascendono ogni sorta di barriera (politica, linguistica, geografica…), intente a dissetare le proprie ambizioni e a confrontarsi con contesti internazionali, custodendo nel cuore l’umile orgoglio di essere Fratelli d’Italia.

Risposta di Corrado Augias:

Dalle cadute ai rilanci, è lo stellone d’Italia 

Certo la Francia, o la Spagna o l’ Inghilterra, erano da secoli grandi monarchie quando noi eravamo ancora “Calpesti, derisi/Perché non siam popolo/Perché siam divisi”, cito dallo stesso Canto degli Italiani richiamato da Mirco Paganelli. Da noi l’ unitàè stata più difficile per tante ragionie bisogna anche dire che nemmeno la geografia ci ha aiutato con uno stivale lungoe stretto attraversato per intero da una catena montuosa. Per cui comunicazioni difficili tra nord e sud ma anche tra est e ovest. E poi nessuno di quei Paesi aveva al suo interno uno Stato teocratico deciso a opporsi a ogni tentativo unitario per non dover cedere i suoi territori. Tra i molti libri usciti per il 150° ne segnalo uno utilissimo a capire: Pensare l’ Italia. Un dialogo appassionato tra Ernesto Galli della Loggia e Aldo Schiavone (Einaudi), assai vivace anche perché su molti temi i due sono in disaccordo. Ad esempio sul tema di un’ effettiva unità degli italiani, l’ opinione di Schiavone è che «con la Controriforma mettemmo definitivamente la parrocchia al posto dello Stato» e fu questo in sostanza a cristallizzare «quello che possiamo chiamare il carattere moderno degli italiani». No, ribatte Galli, la Chiesa s’ è limitata a riempire un vuoto; non lei è colpevole bensì «l’ assenza di una monarchia assoluta di ambito nazionale». Scavare nel passato è indispensabile per capire. Ma pensare a quanta strada abbiamo fatto nonostante le tante spaventose difficoltà un po’ di conforto lo offre. Siamo (probabilmente, spero) usciti da un periodo umiliante con ministri di provata incompetenza, che parevano maschere da baraccone. Nel volgere di poche settimane siamo nuovamente diventati protagonisti in Europa. È quasi tutta così la nostra storia: vertiginose cadute e improvvisi rilanci. Una volta si chiamava lo “Stellone d’ Italia”. Chissà.

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