I dolori del giovane precario. Prologo

cartella precario

Avete presente quando vi chiedevano da piccoli cosa avreste voluto fare da grandi? Vi ricordate con quanta prontezza rispondevate l’astronauta, il dottore o il paleontologo, come se già aveste potuto sventolare un sasso lunare, uno stetoscopio o un artiglio di velociraptor? (Maledetto e traviante Jurassik Park!). Quanta spensieratezza… Ecco, quell’entusiasmo accresce nel tempo, si dilata, perdura. Vale per chiunque: tranne se sei un precario.
Io ho 25 anni. Neo-laureato in architettura. Mi sono trasferito a Milano 6 anni fa per studiare, cercare lavoro, nuovi amici; insomma: conquistare il mio futuro. Eppure lo sceneggiatore della mia vita, più propenso a sciopero di fronte al Kodak Theater che a formulare un lieto fine, non sembra avere in serbo per me un risvolto nello stile de “I Dominatori dell’universo”. E così, senza impugnare l’anello della “forza” e senza attingere al Santo Graal di Indiana Jones, mi ritrovo indefesso e monolitico ad affrontare questa ultima (speriamo di no!) mia crociata dell’occupazione nella giungla di Mowgli (però senza animali parlanti, dato che qua nemmeno gli esseri umani rispondono più alle email).

Il termine disoccupato per me è improprio, perché fa pensare che io sia stato recentemente occupato e che solo momentaneamente mi sia ritrovato nella condizione di non essere occupato; come ciò che è stato dismesso e che un tempo era impiegato, ciò che è dispiegato ed un tempo raccolto, disotterrato e prima sepolto and so on. Ebbene no, non sono mai stato propriamente occupato, impiegato; né tanto meno raccolto o sotterrato… Beh, forse sotterrato sì: l’inagibilità del mercato del lavoro ti fa sentire sepolto vivo sotto badilate di terra, come Beatrix Kiddo nella claustrofobica e buia cassa d’abete in Kill Bill vol.2. Solo che io non sono Uma Thurman, non ho mai ricevuto gli insegnamenti del maestro Pai Mei, non conosco una mazza di arti marziali, non ho alcuna intenzione di sfracellarmi le nocche contro il coperchio della bara e lasciare che mi si conficchino nelle mani tutte quelle schegge di legno.

cartella precario

La mia unica occupazione è diventata quella di ruzzolarmi da una parte all’altra della città per distribuire, anzi, lanciare i miei curricula (o curriculi che dir si voglia) agli uffici più disparati, come fanno nei film quei ragazzini sulle bici rosse con i giornali, gettati nei giardini perfetti degli americani, che nelle versioni comiche colpiscono in testa il proprietario di casa o la pinta di caffè che tengono in mano o vengono presi al volo dal cane o infradiciati dall’irrigatore automatico. (Per chi avesse ancora qualche dubbio, sì, sono un addicted di cinema made in USA). Il rimbalzare da un portone all’altro, pretendendo di essere sorridente, presentabile, preparato, arguto, intelligente e appassionato – quando in realtà l’unica preoccupazione è quella di farcela entro le 18 -, dovrebbero istituirlo come disciplina olimpionica con divisa di gara, la camicia. Tra l’altro ho sempre odiato le camicie: passare le giornate compiendo tali gesta attanagliato in una morsa di cotone, colletto, polsini e bottoni (quanti?, troppi bottoni!) equivale ad aggiungere beffa al danno. Camicie che peraltro faccio sbucare fuori solo dal girocollo del maglioncino, perché il resto non ho ancora imparato a stirarlo.

In meno di un anno avrò inviato chili e chili di curricula – curricula come se piovessero, camionate di curricula – a centinaia di studi di architettura di Milano (praticamente a tutti), avrò sostenuto una ventina di colloqui di lavoro, inviato diverse demo della musica che scrivo alle più disparate case discografiche, partecipato ai provini di X-Factor, proposto un format per un programma radiofonico, spedito lettere ai giornali, partecipato ad un concorso di fotografia, inviato candidature all’Europa, all’Unesco, all’ONU… E sapete in quante di queste imprese avrò successo? Nessuna. Ma questo io ancora non lo so.

Questa… è la mia storia.

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