Stalker dell’occupazione

cercare lavoro

Già mentre studiavo ho cominciato ad inviare e-mail di auto-candidatura agli uffici più disparati: sia a quegli esigui e temerari datori di lavoro che pubblicavano annunci, sia al restante 99-virgola-9-periodico-per-cento che non dava alcun cenno di vita dalle aride pagine dell’elenco telefonico. Ebbene sì, sono ricorsi anche al buon vecchio elenco telefonico per cercare lavoro. Ovviamente non quello cartaceo (la cui consultazione da bambino mi fece smarrire alcune diottrie), bensì quello on-line, dalle dimensioni dei font per esseri umani e non uccelli rapaci e che offre per giunta la possibilità di geolocalizzare all’istante il dato ufficio. Ho passato in rassegna circa 5.000 contatti di progettisti (a quanto pare nella città che ospitò Filarete, Bramante e Leonardo ci sono più architetti in esercizio che topi nei navigli), facendone una scrematura in base alla raggiungibilità (chi diavolo ci arriva tutti i giorni a Segrate o a Cesano Boscone?) e al tipo di lavoro che svolgevano, ovvero se era conciliabile con la mia formazione o se sfornavano moduli lunari.

Dopo 3 giorni di selezione – zooma di qua, zooma di là -, casting, bootcamp, e home-visit, sono arrivato a formulare un’elaboratissima tabella dei contatti finalisti divisi per zona, con l’hyperlink del loro indirizzo e-mail pronto ad essere cliccato e molestato con l’invio del mio curriculum. In seguito avrei marcato di verde coloro la cui risposta fosse stata di interessamento nei miei confronti; di giallo nel caso di una risposta in stile calma-piatta-all-orizzonte-ma-forse-in-futuro-chissà; di rosso chi lasciava intendere ma-ci-stai-davvero-a-provà?. Meno di un quarto di questi rispose. (Risposero più cavalieri di Rohan al richiamo di Gondor). La mia mirabile tabella, come carnevalofobica, esitava a colorarsi – sfoggiava una natura molto più islandese che carioca – e le rare risposte erano sempre le stesse, prodotto di un copia e incolla della disperazione.

La struttura di questo “template della crisi” era la medesima, divisa in tre parti. La prima la intitolerei Illusione. Cito alcuni esempi: «I tuoi lavori ci hanno impressionato favorevolmente», «Complimenti per il portfolio: l’abbiamo veramente apprezzato». La seconda parte, la Disperazione: «Purtroppo il periodo non è dei più sereni, siamo infatti praticamente fermi», «Non siamo alla ricerca di collaborazioni per il semplice fatto che non possiamo permettercele», «Siamo sinceramente rammaricati di dover rinunciare a nuove collaborazioni per l’implicita vitalità che producono». (Ma che significa? Cercano di stordirti a colpi di sintassi). La terza parte, il Database Fantasma: «Per eventuali contatti in futuro, abbiamo inserito il suo curriculum e portfolio nel nostro database», «Ad ogni modo conserveremo il suo curriculum per altre auspicate occasioni future». Stronzate!

Non risponde mai (mai!) nessuno dicendo che, spulciando l’archivio dei curricula, è saltato fuori il tuo file. E qui vorrei aprire una parentesi: ma cosa costa, innanzitutto, rispondere? Anche solo due righe. Secondo, perché non farlo sinceramente, ad esempio con un «lascia stare, cerca altrove», «lasciate ogne speranza, voi che vi candidate»? Alcuni hanno persino ammesso che periodicamente puliscono il loro fantomatico database, eliminando ogni traccia inviata da noi, pedanti molestatori. Noi, stalker dell’occupazione!

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