C’era una volta in un paese lontano lontano la Seconda Repubblica…

Quanto sarebbe bello poter narrare in chiave favolistica la vita della nostra giovane repubblica: sarebbe rassicurante cantare le audaci gesta degli uomini che stanno traghettando il paese verso il futuro come se si raccontasse la storia di impavidi condottieri armati di sola eloquenza e tricolore. Con trasporto e ammirazione terremmo il fiato sospeso sino all’epilogo, quello più scontato, ma sempre gratificante, che finisce per “contenti”. Nel caso dell’Italia, però, rischieremmo di imbatterci in un eccesso di draghi e di forvianti ammaliatori che renderebbero una simile fiaba molto difficile da poter sussurrare ai bambini, per metterli a letto.

La classe politica italiana sta vivendo una crisi di credibilità che nella storia repubblicana trova precedenti solo nella vituperabile esperienza di Tangentopoli. Il motivo lo si può ricollegare al duplice fallimento dei partiti sul fronte interno ed esterno, ovvero sul loro modo d’essere e sul loro ruolo di guida. Da un lato hanno prediletto logiche di convenienza nell’individuazione di strategie e alleanze, talvolta farcite da arricchimenti personali e da una dubbia scelta dei collaboratori. Dall’altro hanno amministrato irresponsabilmente la cosa pubblica e dimostrato poca lungimiranza, in quanto non si è mai operato in favore di progetti a lunga scadenza che puntassero all’innovazione del paese del domani. È sempre risultato più utile placare il malumore del presente e addolcire la gravità della situazione con accattivanti promesse che sarebbero poi andate affievolendosi con la fine di una propaganda o dell’onda emotiva di eventi catastrofici. Questa generazione di politici non ha saputo interpretare i cambiamenti dell’attuale congiuntura storica: ogni epoca va interpretata attraverso un processo analitico che ne indaghi le criticità e le potenzialità, al fine di dedurne una sintesi fedele e sviluppare un piano d’azione efficace e condivisibile.

Dalla prima rivoluzione industriale ad oggi l’Italia paga un debito di arretratezza in termini sociali e di innovazione, oltre che politici, che non sembrano mai sanabile. Gli ideali di rinnovamento e di trasparenza della cosiddetta Seconda Repubblica sono stati disattesi e la svolta ha faticato a materializzarsi. Dopotutto cosa potersi aspettare da una casta che è la medesima dagli anni ottanta, o persino antecedente? L’arricchimento dei partiti della Prima Repubblica è stato sostituito da quello personale che, in una scala dei mali, è persino peggiore. Quando due ideologie distinte vengono accomunate dall’ignominia di certi comportamenti significa che qualcosa si è interrotto nel processo democratico. Gli scandali politici che si snocciolano sui notiziari a cadenza regolare indignano i cittadini in modo sconfortante, talvolta violento. Il non riconoscersi più nelle istituzioni può risultare davvero pericoloso, come insegnano i paesi dell’altra sponda del Mediterraneo, non solo per l’odio che inducono verso la politica, ma perché attivano meccanismi di rivalsa degli uni sugli altri. Non a caso in tutti questi paesi (tutti!) si assiste a scene di lotta civile.

Questi segnali fanno presagire l’esigenza di una rigenerazione vera della politica, non solo anagrafica, ma di spirito. Occorre tornare ad appassionare i contribuenti, per dimostrare loro che lo sforzo che fanno per essere dei buoni cittadini ha un senso; per dimostrare che giustizia, uguaglianza e innovazione sono i principi fondamentali per il benessere, non solo sociale ma anche economico. Perché un paese giusto, dove tutti pagano le tasse, dove si investe sulle scuole e sulla ricerca, dove la sanità è al servizio soprattutto dei più deboli, dove gli imprenditori possono crescere con semplicità e pagare gli stipendi, dove l’accesso al mercato del lavoro non è discriminante per i giovani e per le donne e dove il pensionamento è un giusto ringraziamento per una vita spesa per il paese, tutto questo, oltre che un vantaggio per la società e per il portafoglio, è anche una bella storia da raccontare.

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