Il talent show ai tempi della crisi

Tratta degli schiavi

È incredibile la varietà che una storia familiare può avere all’interno dei palinsesti televisivi. Dai programmi di approfondimento politico agli show musicali, si sfrutta la sofferenza privata per suscitare sentimenti diversi: dall’indignazione nei primi alla commozione nei secondi. Nell’arco di una settimana di programmazione si può, infatti, saltare dal malessere raccontato dai cittadini alle telecamere di «Servizio Pubblico», usato per parlare dei problemi che affliggono il Paese, al malessere forzatamente esposto in un target televisivo che dovrebbe occuparsi di ben altro, ovvero del talento musicale. 

Di quest’ultimo gruppo fa parte «The winner is», l’ultimo talent show di Canale5 dalle sfumature del game show, condotto da Gerry Scotti (sabato, ore 21.10). La sua ricetta è molto semplice. Si prendono dei cantanti, soprattutto giovani. Li si piazza di fronte ad una telecamera in un sorta di confessionale pre-spettacolo dove si estrapola loro quanto di più commovente c’è nelle loro vite. Li si fa cantare su un palco per un paio di minuti. Si filmano gli occhi lucidi dei genitori che li osservano da dietro le quinte. Poi inizia il vero spettacolo. La parte che punta veramente sugli ascolti è questa: dopo il cantato, si sbattono delle mazzette da 10, 20, o 30 mila euro nelle mani dei concorrenti per indurli al seguente ragionamento amletico: accettare o non accettare? Se accettano l’offerta escono dal programma con la mazzetta; se rifiutano, provano a sfidare l’altro concorrente sperando di essere votati della giuria per avanzare verso premi maggiori. La dinamica fin qui descritta è quasi intrigante, se non fosse per la farcitura di melodramma che ne viene fatta. I cantanti, sfogliando il pesante ed allettante malloppo, diventano degli inesperti giocatori d’azzardo, abbagliati dai lustrini di Las Vegas e consultano i familiari sulla scelta da farsi. Questi snocciolano (spronati dal conduttore) tutta la serie di motivi per i quali servirebbero quei soldi a casa. Padri disoccupati, madri sole, gli studi o il mutuo che non si riescono a pagare, eccetera: “vale di più il malloppo che risolve i problemi di casa nell’immediato, o il sogno da pop-star che rincorrono?”. Siamo davvero a Las Vegas. Dopo mille ed estenuanti (!) ripensamenti, decidono su cosa puntare. 

La verità è che mettono quasi tristezza questi personaggi della vita reale che, ignari di una macchinazione televisiva che li manipola e li sfrutta, stanno al gioco, sperando in un futuro discografico. Questo programma vuole trattare due argomenti: musica e famiglia. Ma non rende giustizia alla canzone italiana, né risolve i problemi impellenti. Si tratta della solita carrellata di canzoni del bel-tempo-che-fu, in stile karaoke avanzato, che pungola l’ascoltatore suscitando facili lacrime. Insomma, si fa fatica ad intravedere una sostanza valida, che arricchisce lo spettatore di qualche cosa in più, come dovrebbe saper fare un buon programma d’intrattenimento.

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Israeliani e Palestinesi. Separati in casa (coi missili).

Nel Vicino Oriente stiamo assistendo all’ennesima escalation di violenza dovuta all’eterno antagonismo tra israeliani e palestinesi. Si tratta di un circolo vizioso il cui carburante è l’insofferenza per il vicino, anzi per il convivente, dato che si contengono la stessa sponda di Mediterraneo. Questa fonte d’odio non è mai stata definitivamente dissipata da alcuna mediazione internazionale, né dal Premio Nobel per la Pace assegnato nel 1994 ad Arafat, Peres e Rabin che ci avevano illuso con gli accordi di Oslo. Da un lato c’è Israele che, non contento dell’instaurazione del proprio Stato nel 1948, ha per quarant’anni occupato militarmente i territori palestinesi. Dall’altro lato c’è un popolo dall’indole non proprio zen, che delegittima qualsiasi altra religione. La situazione è difficilmente ovviabile date le radicate ideologie e le storie millenarie di entrambe le fazioni. Un fantomatico medico di patologie diplomatiche confesserebbe che clinicamente non vi sono molte speranze, e consiglierebbe di prepararsi al peggio. Sarà discrezione di ciascuno di noi confidare nel miracolo.

Dalla fine della seconda guerra mondiale, i vari presidenti americani hanno sempre cercato di mediare il conflitto, sostenendo il popolo ebraico al quale fu assegnata de facto quella terra promessa che li vide germogliare qualche millennio prima e poi fuggire, cacciati dai romani. Solo che nel frattempo (e si tratta di un lungo frattempo!), quelle terre sono state abitate, coltivate, costruite e custodite da un altro popolo di matrice islamica: i palestinesi. Secondo voi come hanno reagito i discendenti di Maometto, quelli dell’occhio-per-occhio-dente-per-dente all’arrivo dell’ONU nel ‘48 che, in soldoni, diceva loro: “Scusate, gente. Vi dispiace se da oggi in poi vi cambiamo nome, statuto e bandiera e diventate lo Stato di Israele?”? Ovviamente hanno reagito male, e così tutti gli stati arabi circostanti. Il giorno successivo alla nascita di Israele iniziarono gli scontri armati e per il popolo palestinese iniziò un esodo pari a quello degli antenati degli ebrei. I più furono confinati nella striscia di Gaza e in Cisgiordania, ma la maggior parte andarono ad infoltire le baraccopoli delle principali città del Medio Oriente (Beirut, Damasco, eccetera), veri e propri letamai a cielo aperto, densi e insalubri. Questi due popoli, avendoci abituati a frequenti accordi e puntuali smentite, hanno messo a dura prova la pazienza dell’opinione pubblica e delle leadership internazionali, soprattutto in questi tempi dominati da una crisi economica che sta mietendo povertà e vittime anche in Occidente.

Ha fatto molto scalpore l’articolo dell’americano Thomas Friedman, uscito lo scorso 10 novembre sul New York Times e il suo “scusate gente, ma il mio presidente è troppo impegnato per voi”. Il giornalista sostiene che sia giunto il momento per Israele di badare a se stesso perché l’America è alle prese con difficoltà altrettanto notevoli. E per farlo usa toni molto accesi. Riporto (e traduco) le frasi più significative. “È peggio di come pensiate: siete da soli in casa. Ma ovviamente nessuno qui ve lo dirà”. “Il nostro prossimo Segretario di Stato vi dirà che questo è l’anno della decisione. Ma attenzione. Ce lo siamo già raccontati altre volte”. “Israele deve capire che non siamo più l’America dei nostri nonni”. “Questo atteggiamento non fa di noi degli isolazionisti, ma ci renderà più cauti nell’intervenire”. “Non contate sull’America per guidare la vostra salvezza”. “My president is busy. You are home alone”. Tutto ciò può suonar freddo e tagliente, ma anche comprensibile.

Mi è sempre risultato arduo schierarmi da una parte o dall’altra. O meglio, durante l’infanzia i racconti pro-ebrei riguardanti le loro pene, il genocidio, Auschwitz, eccetera, mi indussero a simpatizzare per questi ultimi. Che si sia trattato di un indottrinamento buonista? La scuola tace sulla presenza di un popolo arabo di Palestina in deperimento dalla fondazione di Israele: famiglie con donne, anziani e soprattutto bambini che crescono nell’odio e nell’assenza di un’identità nazionale. Trovo oggettivamente improbabile lo schierarsi, il decidere quale delle due motivazioni storica sia più meritevole. Entrambi i popoli hanno per secoli vissuto su quel suolo, seppure in fasi diverse della storia. Entrambi affondano le radici in quelle alture, nella valle del Giordano, nel Mar Morto. Quale giudice è in grado di scegliere a quale delle due civiltà consegnare le chiavi di quella terra? Come diceva Bob Dylan, the answer my friend is blowin’ in the wind. Una risposta, infatti, non c’è. L’unica soluzione sarebbe quella di fondare un unico territorio arabo-israeliano, degli Stati Uniti del Vicino Oriente, insomma uno Stato federato in cui israeliani e palestinesi possano convivere, circolare e prosperare in pace; persino arricchirsi insieme, consapevoli del fatto che anche quegli-altri hanno seppellito i loro padri sotto quella stesse terra, e per questo motivo meritano di restarci. Comprendo che sia un compromesso ciclopico, ma è un modo possa salvare vite umane, libertà e civiltà. È forse questo un punto di vista troppo Occidentale e illuminista? Se ne renderanno conto prima che sia troppo tardi? Ancora una volta, la risposta fluttua nel vento.