[Elezioni] Ma chi ha vinto?

domanda ma chi ha vintoHa perso Bersani perché la sua candeggina non ha scolorito alcun felino. Ha perso Berlusconi perché, nonostante la lodevole rimonta, non ha ottenuta la maggioranza assoluta in nessuna delle due Camere. Ha perso Monti perché la sua agenda non è stata condivisa (o letta?) dalla maggior parte degli italiani. Gli unici a festeggiare sono i neo-parlamentari Cinquestelle, selezionati con i casting da Youtube. Ora può iniziare la fase politica che un quarto degli elettori attendeva per diminuire il debito, aumentare il pil e creare lavoro. Quella dell’«accerchiamento», degli «scappellotti» e della «cacciata» dei politici. (Problemi risolti!). Ma se il più alto momento democratico del suffragio universale non è riuscito a darci un governo stabile, chi o cosa può darcelo?

Una grande coalizione alla tedesca? (Ma non siamo la Germania). Una nuova legge elettorale? (Ma come troveranno un accordo?). Il Presidente della Repubblica? (Di nuovo?). Forse nulla, o forse un po’ di tutto questo. Ciò che fa riflettere è la perenne insufficienza dell’Italia di amministrarsi, di auto-regolarsi, di essere ‘normale’. Il suo elettorato non è mai stato così scientificamente ripartito: un quarto di disinteressati; un quarto di incazzati; un quarto di destra; un quarto di sinistra. L’ingovernabilità del paese riflette la trasversale disomogeneità e confusione degli elettori. Se davvero vogliamo salvare la nave, prima di una riforma delle istituzione occorre una riforma delle coscienze e del senso civico. Occorre appassionare e affezionare (non accecare) gli italiani circa i problemi della cosa pubblica. Perché è davvero di tutti. Per farlo dobbiamo partire da noi stessi.

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La pagella dei programmi tv della campagna elettorale

pagelle tvUna campagna elettorale, si sa, non la fanno i manifesti sulle strade o le letterine inviate alle famiglie, bensì la televisione. Il 75 per cento degli italiani si è informato in questo periodo attraverso la tv (il 25 per cento solo ed esclusivamente per mezzo di essa, ovvero 12 milioni di elettori). Il 38 per cento che usa internet si rifa spesso a contenuti televisivi (video, repliche ecc). Diamo un po’ di pagella a questa televisione elettorale.

La grande sorpresa televisiva è stata Ilaria d’Amico che con “Lo spoglio” non si è di certo lasciata spogliare dai suoi ospiti, in particolare da Berlusconi verso il quale è risultata incalzante, preparate e super reattiva. Probabilmente la migliore intervista di questa campagna. Complice l’innovativo fact-checking finale, il voto è alto: 9. “Bersaglio mobile”. Mentana è un numero 1. Sa fare domande non accomodanti, ma non riesce ad estrapolare molto di inedito dalle sue interviste. Voto: 6. “Italia domanda”. Sembra un programma rimediato all’ultimo per concorrere con gli altri. E alla mancanza di tradizione non sopperisce con appeal. E’ senz’anima. Voto: 3. “Porta a porta” non riesce a superare “Porta a porta”. Vespa finge come al solito di fare domande dispettose a Berlusconi e compiacenti agli altri. In realtà, se non ricorre ai plastici o a giaguari di peluche non riesce più a fare scoop sui contenuti. Voto: 4. Lucia Annunziata con la sua antipatia riuscirebbe ad indispettire chiunque (e ci è riuscita). Per fortuna è anche molto intelligente e preparata. Le sue interviste, scremando i faziosismi, sono sempre interessanti. Al suo “Leader”, voto: 7. Giovanni Floris è uno dei più arguti e giovani analisti politici, ma le sue puntate finiscono sempre nella solita caciara urlata. Più decisive le interviste a-tu-per-tu coi candidati. Per “Ballarò”, voto: 6. La Gruber piace ma non stupisce. Voto: 5. Santoro, si sa, deve ricevere un assegno di mantenimento come Veronica per il servizio reso a Silvio. Poi, elemosinare gli ospiti e sceglierli spesso sbagliati (come la Comi) non aiuta. Voto: 6 (ovviamente un 9 alla puntata sulle scuole serali).

Giannino anticipa la notte degli Oscar

oscar giannino

Una performance davvero notevole quella che vede come protagonista il facinoroso guru di Fare per fermare il declino che, con un meccanismo di auto convincimento recidivo protrattosi negli anni, ha convinto chiunque circa il suo fantomatico ottenimento di diplomi universitari. E se la candidatura a primo ministro sembra oramai sfumarsi tra i corridoi degli atenei mai frequentati, ciò che si meriterebbe a pieno titolo è un posto tra i candidati per il miglior attore al Kodak Theater. La tempistica dello scioglimento dell’imbroglio sembra calcolata apposta per Hollywood. Ma questo non vuole essere solo un commento sterilmente sarcastico nei confronti di Giannino, sulla cui menzogna è fin troppo facile fare ironia. Al contrario colgo l’occasione per esprimere un sentimento per giunta di stima nei suoi confronti.

È, infatti, impossibile rammentare un caso politico italiano in cui un colpevole di peccato veniale, come questo, si sia dimesso per non infangare il suo movimento. Anzi, la recente cronaca politica ha convertito lo sciagurato carosello di scandali (uno fra tutti, lo sperpero dei finanziamenti pubblici per interessi personali) nella normalità. Il sentimento di indignazione sembra divenuto un meccanismo fisiologico con il quale convivere (o sopravvivere?). In questo, l’Italia rappresenta una vera anomalia nella galassia occidentale. Se in altri paesi si dimette e scompare dalla circolazione chi viene beccato tradire la moglie, inviare fotografie provocanti o copiare una tesi di laurea (decenni prima dell’incarico rivestito), da noi ritornano sulle poltrone con grande faccia tosta e spesso coccolati dai partiti. Perciò le dimissioni di Giannino sono state un gesto civile, occidentale e salutare. Per noi, quasi post-moderno, come non se ne vedono mai al di qua delle Alpi. Per cui, and the winner is… Oscar!

Il vincitore di questa campagna elettorale lo si conosce già

vincitore campagna elettorale televisioneCon largo anticipo, senza bisogno di sciorinare sondaggi esoterici ed evitandoci le palpitazioni da exit poll, è già possibile indicare un incontrastato vincitore. Sarà che la prima campagna della storia repubblicana svoltasi in inverno ci ha inchiodati in casa di fronte ai televisori. Sarà che una crisi di fiducia senza precedenti ha sortito l’effetto contrario di un maggiore appassionamento alle sorti del paese. Sarà che non sono mancati lo stravolgimento degli assemblement politici e le promesse da coup de théâtre (in francese, per farli apparire più raffinati di quello che in realtà sono). Certo è che la prima campagna elettorale che ha fluito attraverso i decoder ha ben saputo far (s)parlare di sé.

Se Berlusconi non avesse spazzolato la poltrona di Travaglio nell’arena di Santoro, la sua impennata non sarebbe mai avvenuta. Se Monti non avesse abbracciato un cane dalla Bignardi («Senta com’è morbido!») non avrebbe mai potuto mostrare il suo lato meno tecno-robotico. Se Bersani… bé, no. Bersani è proprio l’unico che non sa usare la tv. Se Grillo non avesse denigrato così tanto la televisione non se ne sarebbe mai parlato così tanto (in televisione). Per quest’ultimo una sfida televisiva contro un politico (Bersani), un economista (Monti), un imprenditore (Berlusconi) gli avrebbe fatto perdere quell’aura di magnetismo e di rapimento emotivo che funziona bene su un palco, ma che si sgretola in studio. (In piazza non si ha alcun contraddittorio, bensì soltanto sostenitori giunti di loro spontanea volontà e non capitati per zapping. In un confronto tv sarebbe apparso come la caricatura di un politico. O l’annaspamento di un comico). Ad ogni modo, la sua indiretta presenza televisiva è stata maggiore di chiunque altro. Per cui, mentre percentuali e seggi sembrano ancora un terno al lotto, chi ha vinto davvero questa campagna elettorale è stata proprio la televisione. 

Bisio e il monologo non-politico

Bisio

Perché la Rai, la cui missione era di abolire la politica da Sanremo, titola sul suo sito “Bisio e il suo monologo politico”, quando era tutto fuorché politico? Piuttosto sociologico. Che si riferisse all’amministrazione delle vacche da parte di nonna papera, così come ne ha insolitamente sottotono parlato il matador di Zelig? Bisio non avrà forse superato il provino per la conduzione del prossimo Festival, però ha rivelato quello che nessuna programmazione endovenosa, con la quale hanno tentato di vaccinarci e drogarci nelle ultime settimane, è riuscita a palesare. Ovvero che i politici italiani sono, innanzitutto e soprattutto, nient’altro che italiani. Figli di italiani. Genitori di italiani. Istruiti da italiani. Educati da italiani. Il problema dunque non sono i politici. Sono gli italiani stessi. “Siamo noi elettori i mandanti”.

Quando i grilli parlanti sbeffeggiano in piazza il-Palazzo-le-Poltrone-la-Casta sembra si rivolgano ad un’altra razza interplanetaria. E invece non si tratta d’altro che di probabili nostri ex-compagni di banco, ex-colleghi di lavoro, ex-vicini di casa, magari persino (ex?) parenti. Dopotutto se meno-male-che-Silvio-c’è rischia di tornare al governo per la quarta volta non è perché così prevede il quarto mistero di Fatima, ma perché ce lo mandiamo noi. Se i sondaggi mostravano a pochi giorni dal voto che la leadership se la contenderanno i soliti noti (Pd-Pdl), non è perché Mannheimer e Pagnoncelli hanno voluto dare i numeri da giocare al lotto sulla ruota di minchionlandia, ma perché evidentemente più della metà degli elettori è pronta a rimettere una crocetta sui loro simboli. Senza una vera e unitaria protesta (priva di populismi). Senza un qualsiasi e prioritario esame di coscienza che porterebbe alla luce la cruda verità. Ogni paese si merita i politici che ha.

Che febbraio. Dal Papa a Pistorius. Dalle sparate dei politici alla pioggia di meteoriti: perché Sanremo è Sanremo

che febbraio

Prendete un Papa, meglio se anziano e afflitto da scandali (preferibilmente vatileacks, pedofilia e buchi di bilancio). Agitatelo bene finché non si dimette fino ad ottenere uno scoop dai precedenti rinascimentali. Aggiungeteci un campione paralimpico che passa il 14 febbraio in carcere. Ma solo se interrogato, in quanto unico sospettato dell’assassinio della sua fidanzata. Poi sminuzzate un ex-premier che, dopo aver promesso di rimborsare ed abolire la tassa più gravosa d’Italia utilizzando i soldi delle pensioni (ma, badate bene, solo presi in prestito) e aggiungendo altre tasse, afferma di non pagare il canone, qualora Sanremo si dimostrasse fazioso (o littizzettoso?). Il che a riprova del fatto che il medesimo non ha ancora pagato il bollettino Rai, già ampiamente scaduto. Insomma, dovete utilizzare solo un Berlusconi d’annata che vuole abolire tasse, aggiungendo altre tasse, ma che evita di pagare tasse.

Spolverate con tempeste di neve, un po’ ovunque. Rafforzate con una pioggia di meteoriti russi e di monetine rosse sulla capa di Mussari (che sono anche delle piacevoli consonanze). Spalmate tutto sopra al Festival più contestato della storia (o dalla politica), ma solo se un imitatore di politici viene interrotto da insulti anti-politici sferrati da un esponente politico. Infornate con un Pippo Baudo dall’improvviso sbiancamento tricologico (che si stia preparando per il conclave?) che dopo un ennesimo fiasco televisivo annuncia dal palco di Sanremo: «La televisione è la mia vita, vorrò fare solo questo d’ora in poi»; ovvero non lo rivedremo mai più. Otterrete così un febbraio più eccezionale di qualsiasi bisestile.