Il Quirinale non è merce di scambio

quirinale merce di scambio

Berlusconi, prima della definitiva rottura col Pd, si era detto disponibile a dare la sua benedizione ad un governo-Bersani, qualora quest’ultimo gli avesse accordato un presidente della Repubblica «moderato», ovvero di centrodestra. Questa per lui è «una priorità», gli altri temi vengono dopo. Ma come si spiega questo appoggio del Cavaliere al Pd così incongruo con l’opinione sempre avuta della sinistra? Basta davvero un patto sul Colle per dare un colpo di spugna alle storiche inimicizie? Perché lottare per un Quirinale di destra è ancora più importante del conquistare la presidenza del consiglio?

Dice Brunetta: «Forse non ci siamo capiti: il nuovo presidente deve essere espressione della nostra area». Maroni, quello di «Prima il Nord», afferma che il primo obiettivo è un presidente gradito a Berlusconi, un «capo dello Stato che ci garantisca». Ma cosa gli deve essere garantito? Oltretutto, questo timore di una garanzia rinnegata, fa pensare che Berlusconi consideri quelli che chiama «i passati presidenti di sinistra» come dei faziosi che lo hanno ostacolato. Se fosse vero, sarebbe un insulto a Napolitano e agli altri. Infatti, se c’è un’istituzione che dall’ultimo ventennio è uscita intonsa e rinvigorita è proprio la presidenza della Repubblica. (Tra l’altro sarebbe persino incoerente con i costanti riconoscimenti di «merito» e di «imparzialità» al presidente da parte del Cavaliere). L’agognato accordo sul «garante», che supera in priorità la stabilità economica, l’occupazione o il rimpatrio dei cervelli, coincide con la sua perdita delle elezioni e con l’infittirsi dei suoi processi giudiziari. Ma il Quirinale non può essere considerata merce di scambio. L’unica «garanzia» che deve offrire il presidente della Repubblica è verso la costituzione, l’unità e gli italiani. Tutti. Non una parte.

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Il Papa con un polmone solo

il papa con un polmone solo

Per la prima volta nella storia, Roma, mentre fatica a trovare un governo, può vantare due papi. Il nuovo eletto è colui che nel 2005, vicinissimo al trono con ben 40 voti, implorò i colleghi di votare Ratzinger. Questa volta non l’ha scampata. Dopo 33 fra i Giovanni e i Paolo, dopo i 16 Benedetto e i 12 Pio è la volta del primo Francesco. Il primo vescovo extra-comunitario della città di Totti. Diplomato perito chimico. Fidanzato con una compagna di tango prima dell’ingresso in seminario all’età di 22 anni (ovvero prima del voto di castità). Film preferito: “Il pranzo di Babette”. Nel nome del “poverello di Assisi” si è presentato al pubblico con scarpacce nere, un crocifisso in ferraglia (non d’oro) e ha lasciato San Pietro in pulmino con i colleghi. Stamattina ha preso le sue valige dalla Casa del Clero, ha saldato il conto e ha salutato tutti. Adios amigos. Una ventata di normalità?

Dopo essere sopravvissuti ai Maya, “sembra che i cardinali siano andati a prenderlo quasi alla fine del mondo”. Da lì viene Bergoglio. Buenos Aires è la capitale più a sud del sud del mondo. Lì diceva ai sacerdoti di affittare garage, date le poche parrocchie. Nel suo sangue scorre bagna cauda. In un periodo in cui i giovani espatriano per cercare fortuna, hanno eletto il nipote di un emigrato piemontese, che inaugura un contro-esodo dei cervelli porporati in fuga. La “regina” dell’Argentina (com’è soprannominata dai maligni) Kirchner l’ha salutato con la stessa freddezza con cui un’altra regina rimproverò un nostro chiassoso ex premier. Per chi è nato dopo gli anni 70 è normale avere un papa straniero. Questa volta le eminenze hanno persino varcato le colonne d’ercole, 521 anni dopo Colombo. Una cosa è certa. Una dote che non ci appartiene è quella della veggenza. Non sappiamo prevedere un papa, un Presidente, né un primo ministro (neppure con chili di sondaggi sotto braccio). Il vannamarchismo è defunto. I bookmaker davano per papabile un nordamericano: hanno azzeccato il meridiano, ma completamente sbagliato il lato dell’equatore. Ultima nota, Bergoglio ha un solo polmone. Ieri pareva comprensibilmente senza fiato. Coraggio, Mario. Un bel respiro. Le servirà parecchia aria per scuotere casa.

AAA primo ministro cercasi

aaa primo ministro cercasiFacciamo due calcoli. Posto 100 il numero degli aventi diritto al voto alle elezioni appena passate, 25 di questi hanno scelto di non recarsi alle urne. Dei rimanenti 75 che sono andati a votare, il 30 per cento ha votato Pdl e il 25 per cento Cinquestelle. Rispettivamente sono il 22,5 e il 18,5 per cento di quei 100 iniziali. Sommando questi tre gruppi, 25 (astenuti) + 22,5 (Pdl) + 18,5 (M5S), otterremo 66. Cosa rappresenta? La percentuale di quelli che hanno votato-non-votando un candidato premier.

In genere chi non vota, vuoi per protesta, per disaffezione o per più colpevole disinformazione, se ne lava le mani della questione democratica. Chi ha votato Cinquestelle ha voluto lanciare un messaggio forte alla casta. Ma Grillo non si è candidato. (Oltretutto, questi esordienti sarebbero in grado di offrire un governo stabile? Quanti premier, ministri, viceministri si possono individuare tra i loro sbarbati venti-trentenni? Sarebbe certamente il governo più giovane della storia dell’umanità, ed è lodevole la loro voglia di partecipare, ma in quanto a competenze come siamo messi?). Chi ha votato Pdl si sarà probabilmente lasciato convincere dall’inesauribile carisma del suo leader storico, dalle promesse e, per carità, anche dal suo programma. Ma il suo delfino Alfano sarà ricordato come il “forse candidato premier” più celato della storia. Quindi si tratterebbe di un altro voto non chiaro in termini di leadership auspicata. Ricapitolando: è possibile sostenere che il 66 per cento dell’elettorato abbia fatto una scelta di ingovernabilità? Se così fosse le cause andrebbero ricercate un po’ ovunque: politica e società. Dato che – sia che siamo astenuti, sovversivi o fedelissimi – non sappiamo da chi voler essere governati.