Ma perché (non) applaudono?

Ma perché (non) applaudono

Del lungimirante ed impietoso discorso di Napolitano ha colpito la reazione dell’aula: l’esultanza dei bacchettati (i partiti) e la freddezza degli “innocenti” (M5S). Ma non si sarebbero dovuti scambiare di ruolo? Non si capisce come abbiano fatto i secondi a non applaudire un discorso che sembrava la trasposizione delle arringhe di Grillo, in cui i politici venivano accusati con parole pesanti quanto macigni di essere «irresponsabili», «sterili» e «sordi». I cinquestelle erano forse gli unici autorizzati all’applauso, non condividendo le colpe degli altri, severamente elencate dal presidente. Anzi, il discorso è stato persino più efficace di qualunque invettiva di piazza, perché figlio dell’arte oratoria e della lucidità di analisi. Non del muscolare e inconcludente strillo «tutti a casa». Se non hanno applaudito era perché evidentemente non volevano disobbedire l’ordine oligarchico, andando però così a contraddire quei principi di democrazia, libertà e trasparenza dei quali si sono fatti paladini.

Dall’altro lato, i trionfatori. Primo fra tutti, Berlusconi. Ricordiamo cosa disse questi alla prima elezione di Napolitano: «Non lo voto, ma ci posso convivere». E ai suoi, prima di quel discorso: «Mi raccomando: composti! Come fosse un funerale». Non gli andava proprio giù di vedere al Colle un uomo con «la cupezza di un armamentario culturale figlio di una stagione che non è ancora terminata». Insomma, un «comunista». Eppure nel 2013 si è riscoperto raggiante: «Il più bel discorso mai sentito», «il miglior presidente che potessimo avere», «meno male che Giorgio c’è!». Il Cavaliere è anche colui che ha elogiato l’operato di Monti – e propostogli di guidare i moderati – pochi giorni prima di affossarlo quale rovina del paese. Se è vero che solo i folli non cambiano mai idea, per seguire le montagne russe della suo pensiero logico occorre il GPS. In ultimo, è curioso sottolineare come la rielezione dell’«ultimo comunista» (come lo definisce la sua biografia) abbia determinato il tracollo del centrosinistra… Un paese alla rovescia.

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Gli errori di Bersani in questa ‘sinistra’ storia

BersaniLa mediocrità della «gestione Bersani», culminata nella supplica di sabato 20 aprile a Napolitano, ha portato alla prima rielezione di un presidente nella storia repubblicana. E non perché non vi fossero candidati, ma perché non si era in grado di sceglierne uno. Un evento unico per il quale è tanto encomiabile il senso delle istituzioni di Napolitano (l’unico vero statista rimasto), quanto riprovevoli le cause politiche, con epicentro a sinistra. Il presidente della Repubblica dovrebbe essere eletto garante di un sistema partitico funzionante, e invece è stato chiesto a Napolitano di indossare il camice del medico. La sinistra ha così offerto un precedente al presidenzialismo; non perché una politica pronta ad evolversi ne sentisse il bisogno, ma per ricucire frammenti lacerati.

Bersani ha la colpa di aver lasciato infangare Marini, dal curriculum importante, da 221 franchi tiratori quale simbolo del vecchiume (mica 21: 221). Ha imbarazzato Prodi, sul quale hanno analogamente sputato nonostante si tratti dell’italiano più stimato all’estero e dell’unico ad aver mai sconfitto Berlusconi (due volte). Insomma, non ha saputo nemmeno scegliersi i colleghi: sposando la filosofia del «tutti a casa», per ingraziarsi Grillo, si è circondato di grillini-travestiti-da-piddini. Poi, fatto che un Berlinguer non avrebbe mai permesso, si è lasciato umiliare in streaming dalla ridottissima statura politica dei rappresentanti cinquestelle che leggevano il copione del capo tribù (con tanto di riferimento a «Ballarò»). Nel suo corteggiamento a più riprese verso coloro che avevano come unica ambizione quella di dimostrare l’inettitudine dei politici – e che gli diedero dello «zombie» – i sessuologi individuerebbero delle punte di sadomasochismo. Egli ha inoltre fatto la peggior campagna elettorale, forse, della storia. Ovvero non l’ha fatta, secondo la logica dello «stiamo tutti fermi e non facciamo danni», «i sondaggi ci danno per primi: speriamo che non se ne accorgano». Così quel 25 febbraio c’era chi votava M5S per il mal di pancia, chi Pdl per l’Imu, chi Monti per l’autorevolezza, ma nessuno aveva davvero un valido motivo per scegliere la sinistra. Nessuna ambizione regalata ai suoi elettori, né tanto meno agli indecisi. E così ha rimediato alla sinistra il peggior risultato elettorale di sempre (30,9%). Ha fatto peggio persino di Occhetto (33,1% nel ’94) e di Veltroni (41,4% nel ’08). Le stesse dimissioni sono state mal calcolate. Troppo tardive: è facile dileguarsi quando si ha annientato un’identità politica. Doveva rassegnarle prima, dopo il fallimento delle consultazioni, quando il gruppo era perlomeno ancora compatto. E invece si è così consegnato agli annali delle figuracce, facendo gongolare Renzi e Berlusconi. Caro Bersani, lei è simpatico, e probabilmente onesto. Ma il suo dna non è da statista, né tanto meno da leader.

Ps. Chissà cosa si saranno mai detti Bersani e Napolitano quella mattina nello studio più alto di Roma? Speculiamo:

B. (toc toc) – Presidente, è permesso?
N. – (E chistu cat a cumbinat?). Avanti, avanti!
B. – Presidente, aiuto, aiuto!
N. – Pier Luigi, che c’è? Che c’è?
B. – Presidente, brucia, brucia! Roma brucia!
N. – Ihh, che succiess?
B. – Di tutto, presidente, di tutto.
N. – Raccont’a papà!
B. – ‘Orco boia, presidente. Il giaguaro non l’ho smacchiato. Il grillo non l’ho ammaliato. In casa ho solo avvoltoi, e adesso… non ci vedo più dalla fame.
N. – Ehh che è? Tien nu’zoo rint’u Parlamiento?!
B. – Sono dappertutto, presidente, dappertutto: avvoltoi da Firenze, dalla Puglia, tra i dirigenti, tra i nuovi eletti… aiuto, presidente, aiuto!
N. – Chistu è nu’ guaio assai!
B. – …
N. – S’avessa truà na’figura condivs…
B. – …
N. – Coccrun e’ rispettabl’ ngopp e’ part…
B. – …
N. – Coccrun…
B. – …
N. – Aspètt! Aspètt nu poc, nun mi vorrai mica…?
B. – …
N. – Nun si venuto mic’ ppe…?!
B. – … Sì, la prego, Presidente. Sììì!
N. – Marììì!
B. – La prego, presidente, la prego! Sono dappertutto, presidente, dappertutto! Aiuto, presidente, aiuto!
N. – Ennò, ennò, ennò! Tien a capa chien’ i ricotta?
B. – Presidente, la supplico, presidente!
N. – E a chi parlav j quann’ricev che tenev e’“muzzarell” chien? Eh? Eh?! Non stev mic parlann cu o’curazziere! Chist manc’ rispuonn!

… un giorno lo finirò.

Non inimichiamoci il paese delle vacche sacre!

Non inimichiamoci il paese delle vacche sacre

Loro sono 1.200 milioni di persone. Noi 60. Il loro è il terzo pil mondiale. Il nostro è il decimo. Loro sono in costante espansione economica. Da noi il boom se lo ricorda solo chi ha più di sessant’anni, e ora per fatturare andiamo là ad investire. Questi sono solo alcuni dei motivi per cui non conviene inimicarci il gigante delle vacche sacre, soprattutto quando da noi ci sono solo vacche magre. Ma cosa ha giocato a nostro sfavore nel caso dei marò in India?

Un problema di giurisdizione. Gli italiani chiedono un tribunale indipendente data l’internazionalità delle acque. Solo che, dopo l’uccisione dei pescatori, la nave italiana ha deciso di approdare nel porto indiano: prelevati dalla polizia indiana, che indaga sulla morte di indiani, avvenuta su un’imbarcazione indiana, pare ovvio che a pretendere la risoluzione del caso siano degli indiani. Un problema militare. Si è trattato di un incidente, dato che pensavano fossero dei pirati. Tragico, ma involontario. Dopotutto stavano svolgendo azioni militari di sicurezza per la società civile. Occorre che rispondano in prima istanza al mondo militare, e non a quello civile. Un problema politico. Il fatto che la leader del partito al governo sia un’italiana (Sonia Gandhi) per noi è una disgrazia. Questa, infatti, per affermarsi ha dovuto lottare con le unghie e con i denti per cancellare dal suo passato le sue origini straniere e dimostrare di essere un’indiana a tutti gli effetti. Per questo ha aizzato le folle contro i «traditori italiani» molto più di quanto non l’abbiano fatto i suoi colleghi. Da parte dell’India occorre un atteggiamento meno emotivo e meno aggressivo: violare la libertà di un ambasciatore ricorda scenari infelici (Tripoli, Teheran). In conclusione non ha alcun senso far dipendere i rapporti diplomatici di due paesi da un caso, seppur grave, così marginale.