Pagelle dei telefilm americani

pagelle telefilm

Con una cultura delle serie americane ferma a FriendsSex and the cityAlly McBeal C.S.I. era ora che mi aggiornassi e ho deciso di prendere la cosa pretty seriously. Taccuino alla mano, polso allenato e chiavetta USB conficcata nel televisore pronta a trasmettere le puntate pilota dei più celebri telefilm degli ultimi anni, mi sono fatto un’endovena di tv come Neo che si infila la presa nel braccio per imparare il ju-jitzu. Ne è uscita una classifica (non richiesta) molto difficile da stilare: i vari HBO, ABC, NBC hanno raggiunto una qualità artistica mai vista prima, spesso degna del cinema. La classifica si basa esclusivamente sulla voglia che ciascun episodio 01×01 mi ha trasmesso di passare al successivo. Popolo dei tv show americani, che ne pensate?

Premesse alla lettura: 1) si tratta di un giudizio SOLO sul primo episodio di ciascuna serie; 2) è un esperimento che sarà seguito da una classifica a fine serie per vedere chi è partito in pompa magna ed è andato a scemare e chi il contrario; 3) i primi 5, se non 7, sono praticamente sullo stesso gradino del podio.

  1. The walking dead
  2. House of cards
  3. The newsroom
  4. Misfits
  5. Breaking bad
  6. Lost
  7. Suits
  8. Desperate housewives
  9. American horror story
  10. Scandal
  11. The killing
  12. The big bang theory
  13. Dexter
  14. Fringe
  15. Friday night lights
  16. Game of thrones

Segue un mio personale giudizio su ciascun telefilm, con tanto di voto tecnico (che non rispecchia per forza l’ordine della classifica). Sono tutti ottimi. L’unico che mi ha annoiato e poco convinto è l’ultimo.

House of cards – 9,5. Il complottismo che seduce
Un ritorno strepitoso per Kevin Spacey, maligno ed intelligente come in American Beauty. Brillante l’approccio metalinguistico col quale l’attore si rivolge al pubblico trascinandolo dietro le quinte della narrazione per condurlo ad una posizione privilegiata di comprensione. Spacey è la chiave d’accesso al mondo che tutti vorrebbero spogliare e vedere dal di dentro, quello della casta. Ci si ritrova, qui, ad essere sedotti dal potere stesso e persino a tifare per il protagonista, il capo dei complotti, quando nella realtà sarebbe oggetto di scherno sui social network. Dietro la cinepresa si riconosce lo stile impeccabile del regista di Fight Club e Seven. La scenografia è tetra e curata. L’azione si svolge sempre from dusk till dawn, l’orario delle malefatte. Le immagini sono così belle e studiate che meriterebbero di essere viste al cinema. Fotografia e regia da 10 più.

The newsroom – 9,5. Una lezione di sceneggiatura
Il suo è il migliore inizio di tutti, grazie anche alla mirabile interpretazione di un introspettivo Jeff Deniels. Un climax di 8 minuti basato sull’arte oratoria; e la potenza della parola è la forza di tutto l’episodio. Dopotutto, quando si parla di giornalismo, la scrittura deve essere bellissima: i dialoghi sono serrati, magnetici e mai scontati. L’ambiente in cui si svolge l’azione è unico, eppure mai claustrofobico, anzi, vivo: dopotutto si è nel cuore della notizia.

The walkind dead – 9. Gli zombi funzionano sempre
Un bell’esempio di come tenere il ritmo e la tensione senza dialoghi. L’angoscia apocalittica è palpabile, le poche conversazioni sempre sospirate. Bella la fotografia e alcuni piani sequenza, ma anche la scelta dei silenzi e dei suoni. Apprezzabile il fatto che non si abusi degli zombi in continuazione per creare suspense, come avviene in altri horror di bassa qualità, ma si focalizzi sulle angosce e complessità dei protagonisti che aiutano nell’immedesimazione. Una qualità artistica degna del proiettore, sulla scia di film come “28 days/weeks later”.

Breaking bad – 8,5. Un uomo molto rock
Un’interpretazione magistrale: negli occhi dell’attore si legge tutta la complessità psicologica richiesta dalla sceneggiatura. Il protagonista scopre improvvisamente di essere un malato terminale, ma il risvolto non è melodrammatico, bensì elettrizzante. Infatti si trasforma in un cattivo ragazzo, molto più vivo ora che sa di dover morire rispetto alla sua precedente vita ordinaria. Le persone che non hanno nulla da perdere e che si ribellano agli schemi si trasformano facilmente in ottimi soggetti per lo schermo. Una trama che fa venire decisamente voglia di vedere fino a che punto può spingersi questa icona rock di mezz’età che ingloba in sé tutta la nostra brama di ribellione.

Lost – 8,5. Un’isola e i segreti dell’io
Il naufragio. L’ignoto. La sopravvivenza. Temi che hanno già funzionato e affascinato attraverso la letteratura e il cinema, e che mettono in risalto l’artificiosità dell’uomo occidentale nei confronti della natura selvaggia e la sua distanza dalla condizione originaria di bestia. Ora è la volta di un telefilm ad affrontare questi temi e il risultato è ottimo. L’incipit è una calamita: si parte da quello che è in genere il momento di maggiore tensione in un film catastrofico: il disastro aereo e l’isola sperduta. Un misto fra Cast Away, Cuore di tenebra e Jurassic Park. Appunto, la descrizione del naufragio, i risvolti psicologici e una natura matrigna leopardiana che sbrana i superstiti.

American horror story – 8,5. Impeccabile
Una palestra di stile: montaggio raffinato, belli i movimenti di camera e la fotografia ricercata. C’è una cura quasi maniacale per l’inquadratura che dimostra di essere sempre molto pensata. Un esempio di come far recepire un’emozione attraverso l’immagine.

Misfits – 8. Il soprannaturale in stile British
Il look visivo della serie è subito identificabile grazie allo stile della fotografia e al set di colori: l’arancione delle tute dei ragazzi emerge dai grigi metallici dello sfondo. L’immagine è contrastata, spesso sfumata ai bordi per dare risalto ai primi piani. Lo stile giovanile dato dai protagonisti, dalla ripresa dinamica con la camera a mano e dal tema dei super poteri lo rendono un teen-fantasy-horror drama.

Suits – 8. Il cinismo che seduce
Dialogo, dialogo, dialogo. Voli pindarici fra tesi e confutazione. Dopotutto per degli avvocati spietati della Grande mela la parola è potere: le conversazioni sono affilate come punte di lancia. I protagonisti vivono in una dimensione in cui tutti vorrebbero stare: sono tutti belli, ricchi, ben vestiti, hanno sempre la risposta pronta e successo. Se Breaking bad è rock questo è alternative.

Desperate housewives – 8. Carry, Samantha, Miranda, Charlotte…accasate
Una strada, un teatro (che ho avuto il privilegio di visitare). La via tutta infiocchettata con le case curate come bomboniere e i giardini tosati ogni giorno sono la metafora dell’ipocrisia americana delle periferie: famiglie che fanno a gara di perfezione le cui vite presentano una facciata finta quanto la loro scenografia. Si percepisce la complessità psicologica delle protagoniste che vogliono forse rappresentare una risposta suburbana alle più metropolitane e scapestrate ragazze di Sex and the city. Brillante la trovata della voce narrante appartenente ad un personaggio che ha solo 2 minuti di vita nello schermo. Una commedia dalle note noir.

The killing – 8. Un crimine sotto la pioggia
La dimensione ricreata è molto suggestiva grazie alla forte presenza del clima e della città: la pioggia scrosciante, gli edifici grigi, le melodie minimal e l’odore del crimine. Persino il sole, quando spunta, impallidisce. Ci sono alcuni bei movimenti di camera come l’interrogatorio separato ai due genitori unito da un unico piano sequenza. La protagonista detective è molto efficace soprattutto nei silenzi grazie all’intensità del suo sguardo.

The big bang theory – 8. La rivincita dei nerd
Dialoghi geniali con botta e risposta da enciclopedia. È il ritorno della migliore sitcom domestica dopo Friends: stesse ambientazioni, stessi punti di vista su soggiorni e pianerottoli e stessi 20/30enni imbranati. Il protagonista più alto è fenomenale, ha delle movenze alla Rowan Atkinson.

Scandal – 7,5. Gladiatori in suits
La risposta più politicizzata a Suits con un tocco di freddezza investigativa alla C.S.I. La camera a mano rende la narrazione più nevrotica, come l’azione dei protagonisti: macchine da guerra tra i corridoi della Casa Bianca. Ritmo sostenuto per un mondo dove i sentimenti rimangono ad aspettare fuori dalla porta.

Dexter – 7,5.
Il protagonista non è abbastanza ambiguio per il ruolo richiesto dalla sceneggiatura. Trama intrigante perché porta gli spettatori ad un livello di conoscenza del mistero superiore a quello degli altri personaggi, ma non sufficiente per svelare l’arcano.

Friday night lights – 7. Il reality dello sport
La telecamera a mano costantemente fluttuante e l’accento texano fanno di questo racconto sportivo un reality show che va a spiare gli atleti a casa e negli spogliatoi. Il montaggio è fluido anche nei passaggi veloci nonostante l’instabilità della telecamera. Le parti mute con la musica astratta e drammatica in stile Crash di Mark Isham sono le più belle. Un telefilm che vuole rendere arte anche la pratica rude del football e fare delle persone di tutti i giorni degli eroi attraverso la drammatizzazione delle loro vite. Nota: ma perché pregano sempre?!

Fringe – 6,5. FBI e fantascienza
Uno stile che non mi ha entusiasmato per originalità: corse contro il tempo già viste e non particolarmente innovative. Le qualità tecniche sono però in generale buone e la trama si fa seguire.

Game of thrones – 5,5. Il ritorno di Boromir
Inizio poco convincente. Sceneggiatura debole, talvolta banalotta. Pregevole il modellino animato della sigla che colloca geograficamente la scena. Un mix di generi – storico, fantasy, horror – e una partenza che cita Il gladiatore: neve, boschi e cavalli.

Annunci

Il reality della politica in crisi – intervista a C. Freccero

freccero

La tv è in continua evoluzione. Dai tempi in cui fungeva da elettrodomestico fino ad oggi, dove si trova a sostituire il Parlamento. C’è stato l’avvento del digitale con la sua galassia di canali, e l’apogeo della rete. «La tv non è più centrale. Non vige più il momento tolemaico in cui la tv generalista era la sola a dettare legge», sostiene Carlo Freccero, la cui ultima fatica letteraria si intitola eloquentemente Televisione, e snocciola tutto ciò che orbita dentro e attorno all’etere.
Carlo Freccero, tra digitale e nuovi media la tv è in rivoluzione. Quale stagione sta vivendo e quali sono stati i suoi cambiamenti strutturali?
«La tv è un sistema convergente, integrato con gli altri media, innanzitutto attraverso il digitale, ovvero un alfabeto che ha permesso di mettere assieme tutti i media. Ora si assiste alla tendenza di ibridarli tutti. La cosa curiosa è che il mercato lavora già in questa direzione. Vi saranno grandi terremoti, perché chi oggi è editore di mono-media sente maggiormente la crisi e dovrà integrarsi con quelli nuovi: i gruppi editoriali saranno sempre più importanti».
Quali le particolarità italiane?
«Da noi la tv rimane ancora il centro di gravità fra i media, per via del grande consumo di tv che se ne fa, soprattutto di quella generalista. Questo per via del tipo di popolazione: anziana, legata alla tradizione e dove l’analfabetismo di ritorno è molto importante».
Dal duopolio Rai-Mediaset alla galassia del digitale, com’è cambiato il modo di guardare la tv?
«In Italia c’è un problema di ‘digital divide’. Un primo pubblico guarda la tv come se consultasse internet. Ognuno ha il suo canale, così come ciascuno ha un suo stile di vita, un suo social network. E poi c’è un tipo di pubblico che vede ancora il telecomando fermo a sette canali, se non sei. L’influenza della tv su quest’ultima fascia di popolazione è maggiore: qui la regola del minimo comun denominatore, ovvero del messaggio meno differenziato, più conformista, vince».
Qual è il ruolo di internet?
«La tv, in questa complessità, ha da fare i conti con internet. Premessa: c’è un’anomalia italiana di cui tutti quanti sanno, che chiamano conflitto d’interessi, ovvero la presenza pesante di Berlusconi come uomo politico ed editore. Oggi questa anomali è assediata dal mondo di internet».

La popolazione è sempre più attenta, critica e formata. Com’è mutato l’audience rispetto al passato?
«C’è una frattura netta tra digitale e generalista. La prima lavora sulla fiction, sull’immaginario, sulla serialità, e quindi genera un ascolto parcellizzato, un’attenzione di culto che crea ascoltatori-fan. Attinge al mondo della serialità, dei videogiochi…
Per la tv generalista, invece, che ancora è fondamentale, l’audience rimane capitale: attraverso di esso capiamo le tendenze della tv, crea condivisione avvalendosi di strumenti quali le grandi cerimonie mediatiche, la memoria storica e la politica, che rimane centrale».
Ecco, la politica. Quant’è la sua influenza sulla tv?
«È immensa. Nella tv americana la politica è diventata un nuovo genere di fiction, il ‘political drama’. Basti pensare a serie come ‘The newsroom’, ‘Scandal’, ‘House of cards’. La politica è diventata una grande sceneggiatura che dà luogo ad una lotta di potere. Per motivi di narratologia lo stesso potere è dominato dal complotto; la narrazione influenzata dall’atteggiamento complottistico che c’è su internet, e che oggi è fortissimo. (Questa è una cosa che non ho detto a nessuno)».
E in Italia?
«Qui la politica è vissuta più come un reality-soap, dove giorno dopo giorno non è più la politica protagonista, ma le storie dei politici, le loro avventure. La televisione è un dispositivo che ha semplificato la politica, che a tratti è melodrammatica, a tratti stanca come un reality, però è diventata un genere. La politica fornisce ogni giorno elementi di narrazione, di drammatizzazione, e quindi domina ancora la scena con i talk show. E ne approfitto per dire una cosa…».
Prego…
«Sono molto amareggiato per l’intervista uscita oggi (6 settembre, ndr) sull’Espresso dove il giornalista ha fatto le punte alle mie risposte dicendo che per me Santoro finisce con Berlusconi. Non è così. Sono un suo grande amico e l’ho chiamato subito».
Dunque cosa pensa di Santoro?
«Vi sono due principali modelli giornalistici che funzionano bene in Italia. Il primo è quello di Santoro, che ha creato una serie di allievi (Iacona, Formigli), ha saputo ibridare bene il talk con l’inchiesta cinematografica, oltre a saper mettere in scena il fuori campo del palazzo. Il secondo modello legato all’inchiesta dei privilegi del potere è quello della Gabanelli, molto forte e contemporaneo».
Secondo lei il politico che va in onda mette la tv al suo servizio o fa un servizio alla tv?
«La tv ha ridotto la politica a un teatro, ad un campo di battaglia. È un reality perché c’è sempre qualcuno che… che rischia di uscire… che… come si dice?».
Che va in nomination?
«Esatto. I partiti non contano più nulla. Contano i leader. Oggi un politico deve saper comunicare. La tv ha americanizzato la nostra vita politica. Bisogna essere dei leader oggi».
Alcuni esempi di leader?
«Grillo conosce bene la televisione ed è diventato un leader. Renzi è un ‘enfant de la télé’, figlio della televisione Anni 80 di Berlusconi. E poi c’è Berlusconi stesso, come tutti sanno. Tre protagonisti per cui la televisione è importante».
Nella crisi politica degli ultimi anni che ruolo ha giocato la televisione? Demolitrice o di supporto?
«Di sicuro la televisione ha cambiato la politica, perché il concetto di verità è stato sostituito dall’audience, dal sondaggio, dal leader, dal consenso. Viviamo nella sondocrazia, nella teledemocrazia. La quantità ha sostituito la qualità. L’audience è diventato il consenso. Ciò che conta non è più il discorso politico, ma la comunicazione».
E come lo vede il futuro della politica in tv?
«Oggi con questo ritorno al neorealismo dovuto alla crisi economica, alla fine degli anni dell’emporio… la fine della festa… beh credo che questa politica-spettacolo possa entrare in crisi. E me lo auguro. La politica in televisione ha bisogno di icone e di metafore. È entrata al centro la piazza che ha creato nuovi protagonismi televisivi, come Del Debbio e Paragone. La piazza si ibrida molto con i tweet e i social network».
E Formigli? Non è anche la sua una piazza?
«Beh, lui viene dalla scuola di Santoro. È un altro stile».
La tv come vive la crisi economica?
«Stiamo vivendo un periodo che io chiamo della ‘tv dell’emergenza’ dovuto alla crisi pubblicitaria e ad una situazione precaria sul piano politico. L’audience della tv oggi tende a strutturarsi come l’audience del ‘net’. Tutto ciò sarebbe positivo se ci fosse un mercato pubblicitario che sappia corrispondere a questa articolazione dell’audience. C’è una crisi molto forte della pubblicità e delle risorse, e chi ci guadagna ancora di più in tutto questo è la tv generalista, che ritorna, così, ai modelli degli anni passati, a format sicuri, programmi che hanno una storia e un pubblico. In questo contesto non riescono ad emergere i giovani e i nuovi protagonisti».
Ecco, i giovani: cosa occorre fare affinché i più anziani comprendano che ‘giovane’ significa ‘innovazione’ e per far sì che questi vengano coinvolti maggiormente nella produzione televisiva? Quale futuro vede per i giovani nella tv italiana?
«Mmm… Ci sono dei programmi che hanno lanciato molti giovani. Santoro ha creato Iacona e Formigli. Anche Vespa ha lanciato degli inviati…».
Però c’è una difficoltà nel rinnovamento…
«Eh sì… Vedo che i giovani hanno molta difficoltà ad arrivare in tv. In Francia tutti i conduttori passano attraverso la radio. Da noi non è così. L’unica giovane rivelazione di quest’anno è Iannacone».
Ovvero un signore, preparatissimo, ma di 51 anni.