2013. L’anno in cui Hannah Montana si è messa a leccare martelli

2013
Dal Napolitano-Obama bis ai forconi, passando per Priebke e Cleopatra

Dopo il 2012 – l’anno dello spread – sono di nuovo i “palazzi” a monopolizzare il dibattito pubblico. Il baricentro si sposta dall’economia alla politica, che in Italia è in lento sgretolamento. Il 2013 verrà ricordato come l’anno delle larghe intese, ma non solo.

Politica. La sinistra rimane senza un vero leader per quasi un anno. Quello di destra viene estromesso dal Senato ed abbandonato da un delfino-curioso. Sempre a destra è stato l’anno del ritorno di Forza Italia, della Pitonessa e di Dudù. Il M5S sbaraglia ma non decolla; dopo 8 mesi in Parlamento è ricordato più che altro per le Quirinarie – fallite -, lo streaming – con l’antipatico “mi sembra di stare a Ballarò” – e il caos in aula. L’unica rivoluzione romana avviene oltre Tevere: per la prima volta il mondo cattolico si ritrova un papa gesuita, extraeuropeo e di nome Francesco, il quale succede a un Benedetto vivo e vegeto. É stata anche la prima volta della rielezione di un presidente della Repubblica. Dunque, bis di papi e Napolitano bis. Con Letta, Renzi, Alfano, Salvini, Meloni e i cinquestelle è l’anno della politica giovane, piena di quarantenni. Peccato che i giovani del paese siano disoccupati al quaranta per cento (altro record).

Spettacolo. Alla radio si balla con A(nitra)vicii (“Wake me up”) e Daft Punk (“Get lucky”), mentre Jovanotti porta-via-con-sé anche la malinconia “essenziale” di Mengoni. Il 2013 è l’anno in cui Hannah Montana ha deciso che era ora di leccare martelli. Lady Gaga è un ARTFLOP, mentre David Bowie e Beyoncé se ne escono quatti quatti. Al cinema, con “La grande bellezza”, l’Italia torna grande nel mondo e fa ben sperare per Golden Globe e Oscar elettrizzando la critica mondiale. In patria, però, viene demolito e i mangiatori di mozzarella e gorgonzola preferiscono coprire di soldi Checco Zalone… e poi ci chiediamo cosa c’è che non va.

Società. Le parole più diffuse dell’anno sono selfie, streaming, parbuckling, larghe intese, femminicidio, nozze gay, decadenza, sovraffollamento delle carceri e baby squillo. La vera rivoluzione è digitale: gli smartphone impazzano: i telefoni con le app aumentano del 25%; gli stantii sms calano del 15. La medicina fa sperare in un futuro promettente, prima con l’esoscheletro robotico guidato dalla mente, poi con la prima bambina guarita dall’AIDS.

Sono morti Franca Rame, Mariangela Melato, Don Gallo, Enzo Jannacci, Chavez, Videla, due Margherite – la Hack e la Thatcher, Lou Reed, Pietro Mennea, Califano, Little Tony, Tonino Accolla (Doh!), Giulio Andreotti (tumulato tra Cheope e Chefren), Emilio Colombo (l’ultimo padre costituente), Peter O’Toole (mito), David Frost (io sarò lui) e – a chiudere col botto – Mandela.

Ecco il racconto di un anno in ordine cronologico. Dopo le festività natalizie, un pasticcio diplomatico riporta i Marò in India (4 gen). La campagna elettorale infiamma tant’è che Berlusconi spazzola la sedia di Santoro dove prima era seduto il pistolero del giornalismo, Travaglio (10 gen). Il ciclista Armstrong spiega come mai il suo arm era così strong: “Mi sono dopato per vincere 7 tour – sbam! -, altrimenti sarebbe stato impossibile”. Sbam, sbam! De Coubertin dalla tomba lo manda affanculo in francese. Obama giura per la seconda volta da Capitol Hill (21 gen); diversi i capelli bianchi e i grattacapi in più dall’ultima volta: se nel 2008 conquistò i cuori settati alla stabilità pre-crisi, ora ha tutto da dimostrare alle teste disilluse. Il fuggiasco Corona viene acciuffato in Portogallo (25 gen) con la speranza che abbiano addebitato a lui il volo degli agenti. L’11 febbraio Papa Benedetto XVI compie il grande rifiuto; l’ultimo avvenne nel 1294; una roba così grossa che quattro giorni dopo piovono meteoriti sulla Russia: Dio ero indeciso su chi sfogarsi. A quanto pare i russi vanno sempre bene. Sanremo sbanca il botteghino dell’auditel (12-16 feb): meglio di Fazio solo…Fazio, nel 2000; e con la Littizzetto siamo tutti donne oltre-le-farfalle-c’è-di-più. Michelle Obama annuncia il vincitore dell’Oscar per miglior film dal Casa Bianca (24 feb): è Argo. Ci sta! Il giorno dopo l’Italia si scopre più debole che mai: le elezioni politiche si chiudono con un nulla di fatto e un assenteismo record (25%). Bersani aveva già scaldato la brace per la salamella da festeggiamento, e invece rivela come unico merito il dono della sintesi: col suo “non abbiamo vinto anche se siamo arrivati primi” esprime TUTTE le contraddizioni di questo paese, a partire da sinistra. Il fondo si tocca a Napoli: un ignobile rogo brucia la Città della scienza (4 mar) e infrange le già fragili speranze del Mezzogiorno. Il Tribunale di Milano viene invaso dal Pdl in difesa di Silvio (12 mar). Il 13/03/13 dalla loggia di San Pietro si sente per la prima volta un “buonasera”, come al Tg1. È solo la prima delle rivoluzioni vaticane di Papa Francesco all’insegna dell’umiltà. (Lo diciamo che il 16 marzo Berlusconi si presenta in aula con gli occhiali da sole causa uveite?).

Boston, come New York, brucia (15 apr); l’America viene di nuovo colpita al cuore. Back at home, disastro all’elezione del presidente della Repubblica (18 apr): mentre in piazza gridano Ro-do-tà-Ro-do-tà, il Pd riesce a bruciare Prodi – i cui 101 traditori non vengono mai scoperti – e Marini; ci mancava solo che cantassero Berlinguer-ce-l’hai-piccolo. Dopo una storica rielezione (20 apr) preceduta da suppliche, Napolitano mette in riga tutti col suo discorso alle Camere riunite. In Francia i gay possono iniziare a sposarsi (24 apr); seguirà la Gran Bretagna (15 lug). Dopo due mesi di sede vacante, a Palazzo Chigi si insedia Enrico Letta (28 apr), mentre di fuori un folle spara ai Carabinieri. In Olanda, abdicazione e cambio di sovrano (30 apr). La Jolly Nero abbatte la torre del porto di Genova, 7 i morti (8 mag). Forse l’unica bella notizia italiana è questa: l’astronauta Luca Parmitano porta in orbita un po’ di orgoglio nazionale (28 mag): è il primo italiano a passeggiare nel vuoto cosmico e, ivi, a scattarsi una foto: l’unica selfie che si merita tutti gli #instagood e #picoftheday del caso. Intanto Istanbul ribolle: iniziano le proteste di Piazza Taksim per salvaguardare il parco Gezi (28 mag); la repressione è violenta. A giugno mezza Europa e sott’acqua. Il 5 scoppia il caso Datagate; Edward Snowden, la talpa, scappa a Mosca. Della serie, chi sarà mai interessato ad accogliere una spia americana? La Lega, sempre più esile, rivela un animo sempre più barbaro: scatta una raffica di insulti razzisti al primo Ministro di colore della Repubblica: orango, tornatene in Congo. Il peggio lo dice una donna: “Mai nessuno che stupra la Kyenge?” (14 giu); nel paese si registrata una voglia di espatriare del 3000%.

Dopo Mubarak, anche Morsi non piace all’Egitto, e viene deposto il 3 luglio. Scoppia il caso Shalabayeva (10 lug), e Alfano cade dal pero. Nasce George Alexander Louis Windsor (22 lug), principe di Cambridge e terzo erede al trono britannico, vestito al battesimo come Lady Gaga. In pochi giorni avvengono due incidenti disastrosi: il treno di Santiago de Compostela (24 lug) e il bus di Avellino (29 lug). Berlusconi diventa ufficialmente un condannato; lo stabilisce la Cassazione nel processo sui diritti Mediaset (1 ago). In Siria, intanto, proseguono le stragi, soprattutto di bambini: 1.300 i morti negli attacchi del 21 agosto; non si capisce chi sia ad usare la armi chimiche. Il Papa compare in una selfie (31 ago). La sonda Voyager, lanciata nel ’77, ha lasciato il sistema solare (12 set): si tratta del primo oggetto umano nello spazio interstellare. Fiato sospeso: dopo 19 ore di parbuckling (16 set) il Concordia viene raddrizzato da 500 operai di tutto il mondo guidati da un sudafricano; come a dire: cari italiani, non sapete raddrizzarvi il paese, figuriamoci un paio di lamiere. La Merkel, come a suo tempo la Thatcher, da poco defunta, fa tris di governi (22 set).

Dopo un torrone infinito di mi-fido-non-mi-fido, Berlusconi annuncia in Parlamento: “Non senza travaglio votiamo la fiducia” (2 ott), facendo credere ad alcuni che volesse candidare il giornalista tanto odiato. Il peggio giunge il 3 ottobre quando un barcone zeppo di migranti prende fuoco al largo di Lampedusa: 300 le vittime… e l’Europa dov’è? Nessuno, poi, vuole la salma dell’ex-nazista Priebke; gente che fino a un minuto prima nemmeno sapeva chi fosse, sferza calci e pugni al carro funebre (15 ott); uno spettacolo evitabile. C’è un po’ di Italia nell’elezione del nuovo sindaco di New York de Blasio (6 nov). Novembre disastroso per il clima: il 9 un tifone colpisce 4 milioni di filippini: l’ennesima ecatombe; il 19, settanta tornado colpiscono il Midwest americano e una pioggia-a-secchiate (Cleopatra) flagella la Sardegna: in poche ore cadono 6 mesi di pioggia. Un’attivista no tav bacia il casco di un poliziotto (16 nov). Berlusconi, dopo 19 anni, è per la prima volta fuori dal Parlamento (27 nov): si avvera la decadenza, e la domanda è, servizi sociali o domiciliari? Proteste a Kiev contro il presidente anti-europeo (1 dic). Dopo 8 anni di attività e 3 utilizzi, il porcellum viene giudicato “incostituzionale” dalla Consulta (4 dic). (Ma va?). Il 5 muore Madiba. L’8 Renzi si prende il Pd (e ora sono ‘azzi suoi). L’anno si chiude inforcato da forconi che lasciano spazio a pochi aforismi: “Questo stato di merda non c’è più”; fanno tanto caos, ma pochi li seguono. Persino il Papa – personaggio dell’anno per il Times – dice loro, state calmi. Eh sì, nel 2014 speriamo davvero di stare tutti più calmi, perché senza raziocinio non si cresce. Amen.

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Rimini come Central Park?

Central park
La proposta. Innovazione digitale al servizio del turismo

Central Park non è solo un vassoio verde innestato nella selva cementizia di Manhattan, ma un enorme set cinematografico a cielo aperto. I newyorkesi, non contenti delle 50 milioni di scarpe che ogni anno ne calpestano erba, sentieri, ponti e viali, si sono inventati uno stratagemma tecnologico e simpatico (dai, diciamo pure cool) per attrarre nuovi ospiti. In particolare per schiodare dalla poltrona i giovani assuefatti dallo streaming e dai social network, dando loro la possibilità di sfogare la dipendenza digitale all’aria aperta. Come? I 3 virgola 4 milioni di metri quadrati di parco sono stati cosparsi di codici QR laddove sono state girate scene di film e telefilm di culto. Fotografando la targhetta quadrettata con uno smartphone o un tablet si accede a un contenuto interattivo, in modo da poter guardare sul proprio dispositivo la scena girata nel preciso luogo in cui ci si trova. Turiste che si fotografano come svampite uscite da Sex and the city, signori che imitano Dustin Hoffman mentre insegna al bambino di Kramer contro Kramer ad andare in bicicletta… Uno scatto, un “condividi” e la foto è in rete. Non solo, i codici QR rimandano anche a confronti fotografici con l’800 o spiegazioni documentaristiche sulla natura del luogo. Il progetto “The world park” dà, perciò, una voce digitale a un parco così tanto impastato nell’immaginario collettivo.

Perché non fare lo stesso a Rimini? Come si legge sul blog di rivieraromagnola.net ci sono tanti film con personaggi di spicco girati in riviera. Pellicole anche meno note dei più classici Amarcord, I vitelloni, Rimini Rimini, Da zero a dieci. Il rapporto tra la città di mare e l’industria della cinepresa è indissolubile, come avviene per ogni oasi del sogno e della spensieratezza dove è possibile staccarsi dal quotidiano, come fluttuando 10 centimetri da terra. Si vede nel post “Oltre Fellini c’è di più!” un Alain Delon d’annata passeggiare sul molo di Rimini verso il Rockisland ne La prima notte di quiete, o un Bruce Willis ancora capelluto che si aggira nella rocca di San Leo in Hudson Hawk. Perché, dunque, non mandare a caccia di scene cinematografiche con i loro telefonini anche i turisti piada-e-squacquerone quanto quelli shopping-e-grattacieli? Non si potrà mica campare per sempre di soli braccioli, palette e secchielli.

X-Factor 7, finale internazionale

xfactor 7
Lo show imponente di Sky è un Sanremo 2.0

 

Ancora non mi spiego come Rai2 possa essersi lasciata sfuggire una gallina dalle uova d’oro, anzi, dalle note d’oro come X-Factor. Con Sky, il talent è riuscito persino a migliorare in tutto: qualità della produzione, dei cantanti, della conduzione: del format in generale. Nessuna nostalgia, dunque, per il periodo Rai. Dopotutto 2 milioni di telespettatori nella finale (8,8% di share) e 5 milioni di voti sono numeri da capogiro per una paytv. Neppure la borbottante Mara, svendutasi ai marmocchi di Canale5, viene più di tanto compianta. Sarà l’organizzazione sempre più imponente, il finale monumentale al Forum di Assago, gli ospiti prestigiosi, o Mika – il vero vincitore di #XF7 -, anyways questa edizione pare, fra tutte, quella con lo stile più internazionale. Dirò di più. Rischia persino – e finalmente – di avere effetti benefici sull’internazionalizzazione della musica italiana. Basta guardare agli stili musicali dei finalisti: rhythm&blues per Aba, pop/country quello di Violetta e rock/hiphop per gli Ape Escape. Il più “italiano” di tutti è il vincitore, Michele, a riprova del fatto che il pubblico italiano rimane, in fin dei conti, ancora “italiano”. Tutto, però, fa ben sperare in una ventata di freschezza post-pausiniana e post-ramazzottiana. Lo stesso bravo mr. Bravi, in realtà, “mi è arrivato” molto di più con i brani in inglese (Mad world da brividi).

I giudici non si picchiano più – e anche qua, finalmente. La musica torna al centro. A parte un’estemporanea sfuriata di Elio (peraltro non da lui), l’alchimia sul tavolo di luce si è sempre più modellata sullo stile di X-Factor USA: più amiconi e pronti ad investire gli adepti dei colleghi con sonori complimenti. (Il “sei falsa Simona cazzo” deve aver convinto ad un’inversione di behavior). Le personalità vulcaniche sono pressoché rientrate nei ranghi. Simona prosegue con i suoi commenti manichei (“mi hai emozionato”, “non mi hai emozionato”). Elio, forse un po’ più smorto del solito, rimane Elio. Mika è uno spasso. Nulla da eccepire su Morgan; dopotutto chi “vince” 5 edizioni su 6 partecipazioni ha sempre ragione.

La mia conclusione è che X-Factor Italia non abbia oramai più tanto da invidiare alla sorella americana. Né per la Britney (Mika le dà il giro), né per la qualità dei cantanti o spettacolarità dello show. Un’edizione sempre più digitale e social, a riprova che, nel mondo televisivo 2.0 , per far parlare di sé non basta più solo il dato numerico degli ascolti, ma anche la viralità in rete. #XFactorItalia può sempre crescere, ma la direzione imboccata è quella giusta.

E se fra i due litiganti, Civati gode?

E se fra i due litiganti, Civati gode
Primarie Pd. Si sa che vince Renzi. Però questo Civati…

 

Cuperlo. La croce per gli uomini di sinistra con la erre moscia è che sembrano sempre lontani dalla realtà. Cuperlo il post-comunista uscito dal Dams. Ha studiato comunicazione di massa, ma non si direbbe. Come direbbero i giudici di X-Factor, “non arriva”. Suscita emozioni quanto una melanzana sotto sale in fase di afflosciamento. La sua resa al confronto su Sky è stata quella di una parmigiana: condiva le risposte con un po’ di tutto e ne è risultato qualcosa di pesante. Non a caso piace agli anziani, ovvero a quelli che si accontentano o si confondono coi giri di parole. Cuperlo è anonimo e scontato. Però sarebbe il più rispettato all’interno di un Pd dalle mille voci e, di questi tempi, col montare delle dispute interne e con il centrodestra in fase di frazionamento, il Pd ha bisogno di tutto fuorché di spaccarsi. Cuperlo e Renzi: perché non hanno pensato ad un patto in stile Forlani-Andreotti, il primo alla segreteria, il secondo a governare?

Renzi. Come ogni persona che ha mediaticamente successo, l’hanno definito in tutti i modi: il Berlusconi della sinistra; il rottamatore; l’anti-D’Alema; il comunicatore; il nientalista. Lui, che ambisce soprattutto a diventare il “sindaco d’Italia” – parole sue -, sembra avere la vittoria in tasca, tant’è che il sottotitolo di queste primarie è: “Tanto si sa, vince Renzi”. Si sa anche che il primo cittadino passa il tempo a fregarsi le mani pensando alla presidenza del Consiglio. L’hanno accusato di usare la segreteria del Pd come un traghetto per Palazzo Chigi. Basta guardarlo da Vespa o da Fazio: è lì che scalpita all’idea di diventare Primo ministro. Forse, più che mosso da un’ispirata visione da statista, è ansioso di fare una pernacchia in faccia alle vecchie leve. E poi ci tiene a stabile un record di giovinezza. Dopotutto lui è un “ragazzo” di soli 38 anni – sempre parole sue. Di sicuro è l’unico trascinatore di folle della sinistra, quello che ha sempre la battuta pronta in 140 caratteri: è il saputello dell’oratorio. La domanda è, sarà davvero in grado di cambiare il Pd dall’interno, dove i più lo denigrano, e trasformarsi, quindi, in uomo-di-sistema? Non rischierà di perdere l’appeal del ribelle-scapestrato o del disturbatore-fuori-campo una volta indossata la casacca dell’uomo-di-palazzo?

Civati. Il più rock dei tre. È un crocevia tra Renzi e Cuperlo: un piede nella modernità e uno nel partito; e forse questa è la sua carta vincente. Peccato lo conoscano in pochi. Negli ultimi giorni è esploso sul web al grido, anzi, al cinguettio di #civoti, dimostrando di avere oltre alla faccia da peluche spelacchiato (che, sfortuna sua, si chiama persino Pippo), un recondito carisma con punte di humor inglese. Peccato che l’abbia scoperto tardi e che non abbia fatto in tempo a farsi conoscere dal pubblico, pardon, dagli elettori. Certo, non è stato aiutato dai media che fanno a gare per strappare a Renzi una battuta virale. Vada come vada, ha fatto bene a candidarsi: si è fatto pubblicità per il futuro. Per lui non prevedo uno sprofondare nell’oblio Tabacciano o Puppattiano, i quali con le primarie non hanno dimostrato nulla di più di quanto non si sapesse prima, ovvero il vuoto. Civati, dal canto suo, ha fatto un importante step di carriera: nascosta da qualche parte, anche lui ha una voce autorevole. C’è da dire, poi, che se nessuno raggiunge il 51%, la scelta del segretario passa in mano all’assemblea nazionale del Pd. Facendo due conti, Civati piace ai giovani e, nel partito, piace più di Renzi. Per cui, se alle primarie andassero a votare tanti giovani, considerando che Cuperlo a questi non piace e che Renzi disgusta il partito, chissà, magari tra i due litiganti…

Morti che corrono

morti che corrono
Sic day. Quando commemorare una morte porta altra morte

Mi domando: ma non sarebbe meglio celebrare il SicDay (la giornata in memoria del pilota Simoncelli) con una giornata sulla guida sicura e sulla prevenzione dagli incidenti in moto, invece che cercando di imitare le dinamiche della sua morte? Basta guardare com’è andata ieri a Latina. Certe cose non le capirò mai: è come se si cercasse di ricordare Maria Antonietta facendo collaudi di ghigliottine, o Socrate organizzando assaggi di cicuta… Si dirà: “Ma quella era la passione di Sic, è giusto ricordarlo così”. Resta il fatto che non era esattamente una passione come un’alta; non collezionava francobolli, né andava in giro in bicicletta. Si fiondava contro il vento a 200 km orari seduto su di una potenziale bomba, che tra l’altro provoca ogni anno sulle strade migliaia di vittime – soprattutto tra i giovanissimi – a differenze del nuoto o del salto in lungo.

Suonerò pure come la vecchia zia rompiballe secondo la quale il motociclismo non è uno sport come un altro, ma è soprattutto pericoloso, però la vittima di ieri era totalmente evitabile! Mi domando se l’anno prossimo dovremo festeggiare un SicRomboniDay di nuovo in pista in attesa del terzo “eroe”, e della terza giornata di sgomento, di nuovo, totalmente evitabile.