[Linea Gialla]. Se un conduttore confessa di fare processi mediatici

Copione scritto. Per la tv viso d'angelo non può essere colpevole
Copione scritto. Per la tv “viso d’angelo” non può essere colpevole.

“Colpevole o innocente? Sollecito è qui questa sera e sarete voi a giudicarlo”. Così Salvo Sottile ha aperto la puntata del 25 febbraio di Linea Gialla con protagonista l’imputato nel “caso Meredith Kercher” Raffaele Sollecito. Mai confessione di colpevolezza fu più palese. Non quella di Sollecito, badate bene. Bensì quella del conduttore sherlockholmesco dal sopracciglio perennemente corrucciato alla Tenente Colombo. “Sarete voi a giudicare”, questa la promessa. E la puntata è stata impostata esattamente come un processo: da un lato l’accusa – la criminologa a cui non dispiace apparire Roberta Bruzzone -, dall’altro la difesa – l’irruente e un po’ confuso Vittorio Feltri -, al centro l’imputato, e i giudici a casa. Mancava solo il televoto!

Ciò che è paradossale in questo caso giudiziario – al di là della lentezza e incertezza della giustizia italiana – è la trasformazione di un ipotetico killer in un personaggio televisivo, come un opinionista o un concorrente del Grande Fratello da ammirare o da non sopportare; i fari, il primo piano con la telecamera che indugia sugli occhi, il make up, i servizi con musiche cinematografiche, il processo vissuto come un reality con gli imputati concorrenti involontari… Tutto ciò consiste nel mantello della finzione televisiva che si adagia sulla realtà inducendo ad un’innaturale commistioni di generi: cronaca reale e narrazione televisiva (fiction).

Ps – Un’idea sulla colpevolezza di Sollecito non me la sono fatta, anche perché personalmente non mi appassiona giocare al piccolo togato, né tanto meno ho mai letto una carta processuale. Confesso, però, che Raffaele “il personaggio” ha suscitato in me una certa tenerezza. Guilty or not, è agghiacciante che dopo 7 anni un tribunale gli abbia inferto 25 anni di pena, un altro l’assoluzione, un altro ancora abbia azzerato il punteggio e un ultimo abbia deciso di nuovo per la colpevolezza. E non è finita. (Persino la giustizia indiana sul caso Marò rischia di batterci).

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Sanremo. L’esigenza di un “incubatore” nazional-popolare

Un Sanremo vintage ('94). Non vorremo mica tornare a questo?
Un Sanremo vintage (1994). Non vorremo mica tornare a questo?

Tirando le somme, Sanremo 2014, ha rivelato essenzialmente un problema di linguaggio. La kermesse non ha saputo cogliere il mutamento del panorama mediatico.

Il carnevale delle 5 serate di sospensione televisiva rivierasca ha la nobile missione di essere un qualcosa di nazional-popolare, uno specchio del paese. Siamo sinceri: Sanremo non è solo un festival della musica – alla Castrocare – ma un format televisivo a sé stante, dall’ambizioso intento di mescolare comicità e satira politica e sociale alla musica leggera. La scrittura del Festival non può esulare dai mutamenti della società: le antenne devono essere rivolte verso la gente; il suo organismo, in costante evoluzione. La 64esima edizione si è invece limitata a replicare gli espedienti del fortunato 2013, e la decontestualizzazione non ha premiato. Se l’anno prima un sofisticato – e ai più sconosciuto – Asaf Avidan riusciva ad incantare l’Artiston perché aveva una canzone hit nelle radio, la replica col trio di “sconosciuti” Wainwrighr, Rice e Nutini non è riuscita (suona orrendo, ma forse erano “troppo eccellenti” per Sanremo). Poi, nel 2013 Crozza parlava della politica corrente: gli insulti furono l’apice degli ascolti. Quest’anno il comico si è lasciato incastrare dal tema della “bellezza” voluto dagli autori-moralizzatori. La stessa lettura degli elenchi in stile “Vieni via con me” poteva funzionare un paio d’anni fa. Ora è solo un flop.

Servono espedienti che rispecchino lo spirito del tempo, non scopiazzati dal passato. Chi si mette a scrivere Sanremo deve domandarsi come sia cambiata la società negli ultimi mesi. Il 2013 è stato l’anno del boom della digitalizzazione. Gli smartphone hanno raggiunto tutti; dai bambini agli anziani ci si è di colpo drogati di like, condivisioni, whatsapp e app varie. Le tv digitali e satellitari hanno proseguito nella loro lenta ma inesorabile sottrazione di ascolti alla tv generalista. Canali tematici, telefilm americani, programmi di nicchia fruibili e personalizzati come social network e tutorial su internet stanno rivoluzionando l’offerta televisiva per una mutata domanda.

Le realtà digitali stanno cogliendo i mutamenti sociali con molta più freschezza e rapidità degli autoreferenziali imperi generalisti che tendono a puntare sull’usato sicuro (l’abbronzatura di Carlo Conti), piuttosto che innovare (come fa Sky). X-Factor ha dimostrato di essere il “nuovo varietà” (Aldo Grasso, Corriere) considerando il successo dell’ultima finale di in chiaro su Cielo.

Sanremo dovrebbe inglobare alcune logiche e linguaggi contemporanei appartenenti ai talent e ai social media, pur mantenendo la sua identità. Se la Rai non aggiorna il suo linguaggio diventerà una tv di Stato che copia da se stessa senza rappresentare più lo Stato, la gente. I margini di crescita ci sono e la sete di Sanremo pure; basti pensare che sul podio dei Big di quest’anno sono saliti 3 giovani.

[Sanremo 2014/5]. Funerale rimandato

Dopo la foca Luciana, Luciana la quaglia.
Dopo la foca Luciana, Luciana la quaglia.

L’ultima serata del 64esimo Festival di Sanremo (, , , )è stata decisamente la migliore delle cinque, seppure senza lodi. Il motivo è forse dovuto al fatto che, dovendo correre per far esibire tutti i cantanti, c’era meno tempo per infilare sprazzi di “Che tempo che fa”/“Vieni via con me”, ospiti paleolitici ed omaggi funerei a – seppur grandi – defunti.

Crozza non ha fatto Crozza. Il comico aveva un’occasione unica di picchiare sulla politica come non mai date le recenti vicende (Renzi contro Letta, lo streaming di Grillo, la presunta compravendita di senatori…). Invece si è piegato anche lui alla missione evangelica pro bellezza. Se il tema è stato superficiale con gli inserti intellettualoidi, in mano alla comicità è diventato il solito pastone populista del siamo italiani, abbiamo tutto noi (concetto che ho già criticato ad Arbore).

Questo Sanremo si è confermato uno dei più apolitici degli ultimi anni; manco fossimo in campagna elettorale. È stato un vero peccato bruciarsi il più grande show man di oggi non chiedendogli di fare quello che sa fare meglio: la satira politica. Questo si aspettava il pubblico. Non a caso i momenti più acclamati sono stati le frecciate a Giovanardi e il minutino alla Renzi, introdotto da un applauso liberatorio come a dire “era ora”. (Breve appunto: per un fan sfegatato di Crozza come me, risentire battute già fatte sul La7 – “meno pil, più pilates” o “dal Frecciarossa scendono i modelli Armani” – un po’ delude).

Ligabue esempio di umiltà. Nonostante faccia esplodere gli stadi, il Liga ha dato una lezione di low-profile a tutti. Un bel momento di musica e spettacolo che gli ha permesso di riscattarsi per la cover di De André che ha diviso le opinioni in rete.

Breve critica alla proclamazione. Il vincitore è stato proclamato senza grande enfasi o spettacolo, quasi a voler chiudere presto la baracca. Perché non ispirarsi alla suspance di Amici o X-Factor con tanto di esplosione di coriandoli e sonoro adrenalinico?

Un sistema di votazione 2.o? Qualche appunto sulla votazione. 1) Dividere i cantanti in due serate è ingiusto: chi canta nella prima serata ha 24 ore in più per fidelizzarsi gli ascoltatori, soprattutto oggi con le condivisioni esponenziali che corrono sul web già dalla notte stessa. Bizzarra coincidenza: i vincitori Mengoni e Arisa sono stati entrambi i primi ad essersi esibiti nelle rispettive prime serate 2013, 2014. 2) Ha senso smuovere masse di televoti nei primi giorni per stilare la classifica che determina il podio e poi far votare il vincitore negli ultimi minuti dell’ultima serata? 3) È ora di andare oltre al televoto. Perché non integrarlo con i tweet, le votazioni tramite app e le visualizzazione su Youtube nei giorni della kermesse? (E qua andrebbe fatta una riflessione generale su quanto si possa basare il successo commerciale di un programma solo da un vetusto share e sul perché non prendere in considerazioni anche le interazione sui social).

[Sanremo 2014/4]. Questo Festival non s’ha da fare…

Genitori che assalgono figli. Il one-family-show di Rocco Hunt.
Genitori che assalgono figli. Il one-family-show di Rocco Hunt.

La quarta serata del Festival era l’occasione per accaparrarsi il pubblico giovane dopo tre apologie della terza età. Infatti l’”esercito” di Mengoni – composto in gran parte da Beliebers e Directioners – aveva lanciato in cima ai topic trend di Twitter l’hashtag #MengoniOspiteSpecialeSanremo2014 già nel tardo pomeriggio. Gli autori, invece, si sono ben guardati dal cogliere l’occasione, giocandosi la carta del super ospite subito: l’hanno buttato dentro al minuto 0.01 senza nemmeno la suspance della presentazione. Doveva essere messo a tarda serata per mantenere incollato il pubblico giovanissimo, ad esempio facendo cambio con Gino Paoli (anche se avrebbe implicato l’ennesimo inizio lento/sofisticato). L’errore sta nel non aver capito che Mengoni oramai vale quanto la Pausini e Ferro.

Il ciclo delle marchette prosegue con Luca Zingaretti chiamato per parlare della sua prossima fiction e, ah sì, per rifilare un altro sermone sulla bellezza. Non se ne può davvero più! La superficialità con cui questi spazi pseudo-riflessivi sono appiccicati alla scaletta è irritante. Portare in tv sprazzi di lectiones magistrales non aiuta ad essere colti, solo posticci. Qualcuno dica agli autori che Sanremo può anche limitarsi a parlare di musica: fare bene questo sarebbe già un buon risultato! La bellezza è scrivere un programma che non coli ascolti verso le tv digitali (mia madre, fan di Sanremo, si è messa a guardare le ricette su Arturo mentre “Montalbano” indossava i panni di Dostoevskij).

Per una volta i giovani finiscono di esibirsi alle 23. Alleluia. Le nuove proposte si confermano il momento migliore del Festival e non si capisce perché ritaglino i loro spazi dalla gara dei Big come fossero qualcosa di cui sbarazzarsi in fetta. Piacciono al pubblico e producono più interazioni sui social network di Giuliano Palma. Il concetto di start-up canoro andrebbe rivalutato.

La vittoria di Rocco Hunt pone un quesito: è possibile vincere al televoto contro un concorrente del Sud? È innegabile che la miscela tra iper-patriottismo e teledipendenza meridionali dia loro man forte. Ad ogni modo, complimenti a Rocco Hunt, anche se personalmente preferivo il klimax struggente di Diodato. Gusti.

Che fine ha fatto la comicità? Sanremo lo si guarda anche perché è l’apogeo dei comici. Dopo 3 serate di sola Littizzetto, che peraltro ha sparato le cartucce migliori nella prima serata, c’è grande attesa per il matador Enrico Brignano chiamato a fare il Crozza dell’occasione. Mai aspettativa fu più delusa. Canta e basta: performance sufficiente ma non calamitica, nessun monologo da scompisciate. Anche lui pubblicizza il suo spettacolo e se ne va. Doveva essere il momento acchiappa ascolti alla Benigni, e invece sarà presto dimenticato.

Apprezzabile – ma non indimenticabile – lo sketch col Mago Silvan: ce lo si poteva giocare di più, a sto punto eliminando Brignano. Inserire l’elemento magia nel diverbio casavianelliano Fazio-Littizzetto aveva del potenziale.

Tra le esibizioni amarcord dei big, degna di nota è quelle tecnologica della Ruggero accompagnata dalla sua orchestrina di 6…tablet. Un’esecuzione 2.0 suggestiva e contemporanea. Meglio non diffondere troppo la moda o dal prossimo anno gli orchestrali sanremesi andranno a far compagnia agli esodati. Il pubblico e la sala stampa stravedono per il momento “De André canta De André”. Anche qua, gusti.

Ultima nota. È stata la serata dei duetti e i Big hanno cantato quasi solo canzoni italiane di morti. Ok gli omaggi, ma questo costante clima cimiteriale comincia a diventare davvero pesante. Di nuovo, anti-giovani.

[Sanremo 2014/3]. Ma li pagano gli autori?

Dopo l'anno delle selfie, l'auto-foto si impadronisce anche del vetusto Sanremo
Dopo l’anno delle selfie, l’auto-foto si impadronisce anche del vetusto Sanremo

Terza puntata di Sanremo 2014 e terzo inizio colto. Fazio dice che Sanremo è pop, eppure cerca di renderlo sempre più intellettualoide, di acculturare il pubblico di Rai1 (auguri!) appiccicando una bella parola all’altra. Ma cominciare almeno una serata con un sano e distensivo burlesque?

Rubino continua ad emozionare la metà della platea composta dai suoi parenti. Intanto su La7 è stato sospeso Servizio Pubblico: anche la politica teme l’Ariston. Alle 21,30 il festival ha già 10 minuti di ritardo. Mi chi minchia calcola i tempi? L’eterno Signore? Le fanno le prove o giocano a Shanghai con le bacchette di Beppe Vessicchio? Gualazzi ha conosciuto il bassista col cappuccio in banca, e si domandava perché brandisse un piede di porco. E poi Sinigallia: non poteva trovare un titolo che non fosse una canzone di Neffa (“Prima di andare via”)?

Adoro Luciana Littizzetto. Talmente tanto che ho rivisto le repliche di tutti i suoi “Che tempo che fa” almeno due volte; e questa è stata la mia rovina. Il monologo sulla bellezza è stata un collage delle sue battute di repertorio (compreso il “vaffa” alla donna bella). Per un fan è difficile nascondere la delusione; l’eccezionalità dell’evento esige che almeno i testi siano inediti come quelli dei cantanti; e poi possibilmente belli. Ne è uscito, invece, un pastone di, scoccia dirlo, retorica. Non si capisce perché si debbano accusare i belli o i rifatti di tutti i mali del mondo. Che senso ha concludere dicendo che se i ragazzi di oggi danno fuoco ai senzatetto è perché hanno visto troppi cartoni animati dove non ci sono down o perché le madri non hanno spiegato loro perché ad alcuni manca un braccio? Mi è sembrato un moralismo strappa applausi un po’ da bar. Forse si è adagiata sugli allori del bel monologo sulle donne dell’anno scorso.

Che tempo che fa”, poi, prova ad impossessarsi del palco quando meno te lo aspetti, compreso con la storia dell’arte. Di nuovo: ma un sano burlesque no?! Questo festival ha un problema di autori: o li hanno pagati poco, o si sono concentrati poco, o forse anche loro si sono adagiati sul successo dell’anno precedente. Resta il fatto che la creatività se la sono dimenticata a Milano. Unico fatto rilevante della serata la gag dei finti contestatori che si trasformano in cantanti: l’unico sprazzo di originalità in questo 64esimo melenso bianco-e-nero.

Fazio: “Adesso pubblicità e subito dopo Renzo Arbore”. Che bello sapere di avere 20 minuti per fare la cacca. Gigi D’Alessio si è impossessato di Renzo Arbore e tra il pubblico della Sanremo bene c’è il deliro, a riprova di quanto basti una minestra riscaldata per mandare in visibilio l’anziano medio italico. [PARENTESI DEL GIOVANE VIAGGIATORE PRECARIO INDIGNATO – A proposito del vecchiume, Arbore ha rifilato la classica frase leccaculo strappa applausi “l’Italia è il paese più bello del mondo”, che onestamente mi ha rotto le balle. Questa Italia che sa solo guardarsi l’ombelico e dire quanto è bella, mentre cola a picco. Mi preoccupa seriamente chiunque dica a se stesso di essere il migliore del mondo, chi si accontenta di quello che ha senza fare autocritica, senza migliorare (ogni riferimento alla politica non è puramente casuale). Il giorno in cui qualcuno dirà che ne abbiamo tanta di strada da fare per arrivare ai livelli di civiltà di altri paesi, quello sarà un bel giorno. Non basta il Colosseo per dire che siamo belli. Ps – I 3/4 di chi dice che siamo il paese più bello del mondo non ha mai mosso il culo da casa, o al massimo si chiude nei villaggi Alpitur dell’Egitto. CHIUSA PARENTESI]

Con Luca Parmitano l’orgoglio va alle stelle – che lui conosce bene. L’astronauta rappresenta il meglio del paese ed è davvero un peccato che non ne incarni il cittadino medio. Genuino, profondo, emozionato, tenero, appassionato, professionale e sorridente: con lo sguardo che sfiora sempre l’orizzonte, il pensiero rivolto ai bambini. Era il caso di dargli più spazio sottraendolo magari a qualche frase fatta incollate qua e là.

Super ospite: Damien Rice, e con lui, che si è persino fermato a chiacchierare con me e altri alla fine di un suo concerto, mi sfondano una porta aperta. La direzione artistica di questi anni ha avuto più gusto negli ospiti stranieri che nei cantanti in gara. O forse semplicemente la musica anglosassone è di tutt’altro livello. (Sì, accendo la B).

È mattina e leggiamo i dati degli ascolti. Il festival continua a calare: 7,7 milioni di ascolti contro l’1,1 milioni di Masterchef, in onda su una tv a pagamento! Urge un’autoanalisi perché è evidente che il costane amarcord sanremese continua a perdere colpi contro il linguaggio contemporaneo delle ex tv di nicchia.

[Sanremo 2014/2]. La voglia di guardare le repliche di La5

Momento balck and white nel Sanremo anti-Bieber
Momento balck&white nel Sanremo anti-Bieber

Pif rimane un genio. Dopotutto a me piace fare lo stesso genere di cose. Inizio buono del festival con il momento balck and white di “Non è mai troppo tardi”, programma in cui Manzi insegnava agli italiani analfabeti del dopoguerra a leggere e scrivere. Poi però si svela la triste realtà; nessuna missione sociale degli autori, ma solo una marchetta per la prossima fiction Rai su Manzi. Quello che poteva essere uno spunto audace per parlare dell’analfabetismo di ritorno in Italia scade nella prostituzione festivaliera più retorica che ci sia. (Ps: i ringraziamenti a produttori e registi interessano allo spettatore quanto le analisi del sangue di Giuliano Ferrara). Una citazione manziana da tenere a mente è “siate padroni del vostro senso critico e nessuno potrà mai sottomettervi”, che non fa mai male scordarsi se si ha il diritto di voto.

La partenza è stata intellettualoide, ma il pubblico di Rai1 si sa, se ha completato le elementari è già tanto. Virata di massa, dunque, sulle repliche di “Uomini e donne” di La5. E per chi non si fosse accontentato della Carrà, eccoci le aste del microfono della Merkel: le gemelle Kessler. Nelle geriatrie d’Italia gli anziani riscoprono tra le gambe movimenti sussultori che non percepivano più dai tempi della signora Longheri.

Francesco Renga canta da 10 anni la stessa canzone invertendo le parole. Per fortuna la seconda gli è stata confezionata dalla cazzutissima Elisa, e infatti è quella che passa. Arriva Giuliano Palma, l’apri concerto di ogni ballo di gruppo; a fine serata registrerà un tutorial sull’alligalli. Entra sul palco Armin Zoeggler, il campione olimpico di slittino, e devono sbrigarsi ad intervistarlo perché avendogli tolto lo spinotto del caricabatterie ha un’autonomia di pochi minuti. Sembra un robot. A fine intervento lo riporranno nell’apposita custodia.

Noemi è strafatta di acidi, sempre più rock and roll. È vestita come la principessa Leila di Star Wars e al collo ha una gruccia (un appendiabito). Sbaglia l’attacco e se ne fotte, si sbraccia, ride e fa sollevare e battere le mani al pubblico in sala anche se parla di morte. Un mito. “La bellezza è il quasi nulla”. Belle frasi buttate qua è là in questo festival; Fazio ci dà e ci ridà per far capire che il tema di fondo è la bellezza, ma i vari momenti sono attaccati con lo sputo. Il conduttore poi si perde nella geografia: “Sanremo viene trasmesso anche in Australia. In tutti i continenti… A no, manca l’Oceania”. Qualcuno gli dia le repliche di Manzi!

Anche Renzo Rubino, come Renga, a fine canzone chiede al microfono “acqua… ACQUAAA”. Qualcuno abbassi il riscaldamento dell’Ariston. La sua seconda canzone è forse la più bella del festival, e puntualmente non viene scelta dal televoto. Toccherà la stessa sorte a Ron, che quando lo inquadrano dal basso ha più peli lui nel naso di una porno star anni 80 sul pube.

Arriva Franca Valeri ad illuminare il palco coi suoi 93 anni. Genuina e simpatica. Era inevitabile che il tremolio della voce provocasse lo sfottò della rete. Io alla sua età diograzia se mi ricorderò ancora come mi chiamo. In ogni caso se volevano abbassare gli ascolti ci sono riusciti: questa sera tra lei, le Kessler e Baglioni hanno decretato la scomunica della generazione Justin Bieber. Pippo Baudo deve essersi impossessato della scaletta. Claudio Baglioni si è fatto il lifting anche alle corde vocali. Parte con “quella sua maglietta fina” ed è un tripudio di collant e reggiseno in sala. La sua è una delle più belle frasi della serata, “la musica è un’architettura senza edificio”. Ah, questi architetti! Sinigallia per quel che mi riguarda può anche tornarsene a Senigallia, e aggiustarsi il cognome. La pallavolista della nazionale è talmente alta che potrebbero usarla come paraspifferi dell’arco di Costantino. Canta quello delle Vibrazioni, che ha più denti che bocca. Con Rufus Wainwright si arriva al momento gay-friendly del festival, ma piuttosto che scardinare il bigottismo di Rai1, riesce soprattutto nell’intento di dimostrare una delle più belle voci maschili di sempre. E di nuovo, gli anni luce che intercorrono tra noi e l’estero.

L’orologio suona la mezzanotte, arriva la scritta “seconda parte”, Fazio dice “e ora inizia la gara dei giovani”… che nel frattempo hanno messo su famiglia. Bravissimo Diodato con la sua “Babilonia”, che passa. Non male anche il figlio d’arte Graziani, che se ne torna però a Rimini. Bocciata anche Bianca, la sosia di Megan Fox, o meglio, di una che se l’è mangiata.

[Sanremo 2014/1]. In geriatria si gode.

L'arrivo degli anziani a Sanremo per alzare la share
Anziani a Sanremo per alzare la share

Sanremo ancora deve cominciare e c’è già Grillo per strada che minaccia incursioni all’Ariston. La Rai dovrebbe staccargli un assegno per gli ascolti. Prima dell’inizio #beppeasanremo è già il primo topic trend di Twitter che si rivelerà di buon auspicio tra 3…2…1… Il sipario non si apre. Ed è già il mio Sanremo preferito. Fazio entra nel buio, però qualcosa puzza: il suo monologo sull’Italia che dovrebbe risollevarsi è troppo cucito addosso al sipario che non si apre e che poi magicamente si risolleva proprio quando dice come l’Italia dovrebbe risollevarsi… bah. Pensiate sia finita? No. Come d’incanto si materializzano due folli da un’impalcatura che minacciano di buttarsi. Ok, se prima avevo qualche dubbio, ora è tutto chiaro: è tutto finto. Come quando il primo aereo si schiantò sulle Torri Gemelle non si sapeva bene che fosse successo, poi arrivò il secondo e fu palese che si trattò di un attentato. A Sanremo gli autori si sono travestivi da mujahidin. E intanto Pippo Baudo a casa si dimena: “I tentati suicidi li ho inventati io!!!”.

Stranamente il monologo di Fazio prosegue riuscendo ad incastrare perfettamente anche il contenuto della lettera che i due operai hanno chiesto di leggere. Fazio parla di improvvisazione, ma le sue scarsi doti recitative lo tradiscono… Ad ogni modo, gli ascolti partono in tromba. Le luci si accendono e rivelano una scenografia comprata all’Ikea. Devono aver raschiato il fondo dei magazzini di Cinecittà per metterla in piedi. Tema: il Neoclassico con inserti post-industriali, la cosa più economica che potessero concepire. Poi entra il nonno di Ligabue che canta in ligure e ti rendi conto che più che “balliamo sul mondo” dovrebbe cantare “mangiamo la mela cotta sul mondo”.

Passa un’ora e ancora non si è esibito nessuno. Sanremo è quel programma che serve alla Rai per fare cassa con 2 ore di pubblicità e qualche inserto canore ogni tanto. Dopotutto il panorama musicale italiano/sanremese è talmente inutile che è quasi meglio veder ballare la Tatangelo nella spot di Coconuda.

La prima ad esibirsi è Arisa, che ha scoperto di avere le tette. L’incidente degli operai deve averle attivato gli airbag. Passa “Controvento”, con una bella strofa, ma un inciso debole. Ma per me lei potrebbe cantare bene anche un manifesto funebre. Si manifesta Tito Stagno, quello che conoscono solo chi, sezionato, ha più cerchi di una sequoia. Commentò l’allunaggio nel 69 quando ancora il 69 era solo una data. Franky Hi-NRG deve smetterla di rubare le canzoni allo Zecchino d’oro. E con la seconda canzone Franky “pedala”, ma fuori dall’Ariston. Tania Cagnotto è ancora incazzata come una iena da Londra 2012 – e il bronzo mancato per un soffio – e sfonderebbe la scalinata a colpi di doppi-avvitamenti carpiati. Saluta i due che si volevano tuffare all’inizio, suoi compagni di squadra, e la rimettono a bagno nel cloro.

Laetitia Casta avrà pure raddrizzato i denti dal ’99, ma ci vuole ancora il flessibile per sbiancarli. Ma che minchia si fuma? L’asfalto? Fazio si sforza a recitare, ma proprio non ingrana. Il duetto ha fatto cambiare canale al Molise. Datemi l’email di chi gli ha fatto credere che potesse cantare per mezz’ora che lo spammo. Sono le 10,30 pm, il festival è iniziato da 2 ore e si sono esibiti solo due cantanti. Il copione continua a recitare “uno starnuto – una pubblicità”. A parte qualche battuta della Littizzetto, parte come il Sanremo più fiacco di sempre. E intanto su La7 Mentana rischia tutto con l’intervista a Renzi di Alan Friedman, il giornalista più sopravvalutato della storia.

 Scende da Marte la Ruggiero, appena liberata da un sarcofago. Le sue canzoni c’entrano col panorama musicale italiano (e umano) come i crauti con la crostata. Gualazzi, invece, rimane un genio. Anche se era meglio l’anno scorso. E poi perché è andato a cercare un bassista fra i black-bloc?

Fermi tutti. È arrivata la bisnonna di Britney Spears. Carramba che artrosi. La Raffa si esibisce dal vivo, e negli ospizi italiani non serve più il viagra per risvegliare le membra dal torpore. De André jr. facci un favore, drogati! Figli d’arte che starebbero meglio ai karaoke di Cernusco sul Naviglio. Entra in scena la Capotondi e temo per il pacco di Fazio; lei ha da poco confessato di non fare sesso da un anno. Fabio, scappa o ti mette incinta. Le Perturbazioni sono il gruppo in quota grillina della serata. Stonature comprese. I Beatles si impadroniscono di Cat Stevens, e meno male! Il suo Father and Son è il momento migliore della serata e ci ricorda quanti anni luci intercorrono tra la musica anglosassone ed Al Bano. Tutti in piedi per acclamarlo, poi dice che si è convertito all’Islam e l’Ariston si atrofizza. Cala il gelo nella bigotta Rai1. Giusy Ferreri chiude e per fortuna ha iniziato a cantare in italiano. Una ola parte dalla Liguria.

Ogni anno ci riprovano con la cartolina su Sanremo per invogliare i turisti, i quali ogni anno puntualmente non se la cagano. Perché Sanremo e Sanremo.