Sanremo. L’esigenza di un “incubatore” nazional-popolare

Un Sanremo vintage ('94). Non vorremo mica tornare a questo?
Un Sanremo vintage (1994). Non vorremo mica tornare a questo?

Tirando le somme, Sanremo 2014, ha rivelato essenzialmente un problema di linguaggio. La kermesse non ha saputo cogliere il mutamento del panorama mediatico.

Il carnevale delle 5 serate di sospensione televisiva rivierasca ha la nobile missione di essere un qualcosa di nazional-popolare, uno specchio del paese. Siamo sinceri: Sanremo non è solo un festival della musica – alla Castrocare – ma un format televisivo a sé stante, dall’ambizioso intento di mescolare comicità e satira politica e sociale alla musica leggera. La scrittura del Festival non può esulare dai mutamenti della società: le antenne devono essere rivolte verso la gente; il suo organismo, in costante evoluzione. La 64esima edizione si è invece limitata a replicare gli espedienti del fortunato 2013, e la decontestualizzazione non ha premiato. Se l’anno prima un sofisticato – e ai più sconosciuto – Asaf Avidan riusciva ad incantare l’Artiston perché aveva una canzone hit nelle radio, la replica col trio di “sconosciuti” Wainwrighr, Rice e Nutini non è riuscita (suona orrendo, ma forse erano “troppo eccellenti” per Sanremo). Poi, nel 2013 Crozza parlava della politica corrente: gli insulti furono l’apice degli ascolti. Quest’anno il comico si è lasciato incastrare dal tema della “bellezza” voluto dagli autori-moralizzatori. La stessa lettura degli elenchi in stile “Vieni via con me” poteva funzionare un paio d’anni fa. Ora è solo un flop.

Servono espedienti che rispecchino lo spirito del tempo, non scopiazzati dal passato. Chi si mette a scrivere Sanremo deve domandarsi come sia cambiata la società negli ultimi mesi. Il 2013 è stato l’anno del boom della digitalizzazione. Gli smartphone hanno raggiunto tutti; dai bambini agli anziani ci si è di colpo drogati di like, condivisioni, whatsapp e app varie. Le tv digitali e satellitari hanno proseguito nella loro lenta ma inesorabile sottrazione di ascolti alla tv generalista. Canali tematici, telefilm americani, programmi di nicchia fruibili e personalizzati come social network e tutorial su internet stanno rivoluzionando l’offerta televisiva per una mutata domanda.

Le realtà digitali stanno cogliendo i mutamenti sociali con molta più freschezza e rapidità degli autoreferenziali imperi generalisti che tendono a puntare sull’usato sicuro (l’abbronzatura di Carlo Conti), piuttosto che innovare (come fa Sky). X-Factor ha dimostrato di essere il “nuovo varietà” (Aldo Grasso, Corriere) considerando il successo dell’ultima finale di in chiaro su Cielo.

Sanremo dovrebbe inglobare alcune logiche e linguaggi contemporanei appartenenti ai talent e ai social media, pur mantenendo la sua identità. Se la Rai non aggiorna il suo linguaggio diventerà una tv di Stato che copia da se stessa senza rappresentare più lo Stato, la gente. I margini di crescita ci sono e la sete di Sanremo pure; basti pensare che sul podio dei Big di quest’anno sono saliti 3 giovani.

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