Suor Cristina duetta col Papa per una nuova Chiesa

Suore The Voice
Suore accompagnano Suor Cristina a The Voice

La chiamano già la Susan Boyle d’Italia, ma Suor Cristina, la concorrente di The Voice of Italy che ha fatto ciondolare le mascelle di tutti e quattro i giudici durante le blind-audition, è molto di più. Il fenomeno è per certi aspetti analogo: una figura altamente improbabile per lo showbiz (la Boyle casalinga bruttarella in là con gli anni, Suor Cristina… una suora) che rivela un’inaspettata e magnetica carica esplosiva, oltre che una discreta voce.

Nessun giudice si sarebbe voltato se non fosse stato per il pubblico esploso nel vedere che si trattava, appunto, di una suora. La qualità vocale non eccelle. Eppure la tunica, il crocifisso, le scarpe da ginnastica e le mosse scomposte si sono comportati da reagenti di un’esibizione da guardare in loop. (Io almeno l’ho fatto).

[Il video di Suor Cristina a The Voice prosegue al ritmo record di 5 milioni di visualizzazioni al giorno. Oggi siamo a 20 milioni. Per avere un’idea del successo mondiale, il video più visto della Pausini (in spagnolo) si ferma a 17 milioni]

Susan BoyleMentre la scozzese di Britain’s got talent (che assomiglia a Marlon Brando degli ultimi anni) è stata una meteora della rete con oltre 200 milioni di visualizzazione, il fenomeno di Suor Cristina lascia il segno sul piano sociale. La sparo grossa: è uno dei primi sintomi della rivoluzione di Papa Francesco: la risposta al dato che oggi solo il 25% dei cattolici italiani sostiene che la religione sia molto importante nella propria vita. Quella del duetto Francesco/Cristina è una Chiesa che si scrosta di dosso il secolare distacco per scendere tra la gente e compiere gesti «comuni» dimostrando di essere interprete del proprio tempo, perfetto interlocutore di un mondo che cambia.

Ps – La cosa più strepitosa del video sono le tre suorine drogate come cavalle ❤

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I miei 3.000.000 di retweet. #oscars2014

io agli oscar

Cavolo, coprivo Angelina. Mi dispiace.

Oscar, tutta questione di riconoscibilità

Cosa dovrebbe tenere a mente l'Academy prima di esprimersi.
Cosa dovrebbe tenere a mente l’Academy prima di esprimersi.

Secondo me gli Oscar non vanno assegnati ai film/attori/cineasti che sono piaciuti – o meglio, non solo a loro. Vanno premiati coloro che hanno apportato col proprio lavoro qualcosa di nuovo alla storia del cinema; che hanno aggiunto un tassello di riferimento per le produzioni venture e che mette in discussione quelle passate, senza venerarle. Tutta questione di riconoscibilità. Un metro di giudizio che richiede una certa dose di astrazione dall’annata trascorsa per guardare a volo d’uccello sulla cinematografia. È in questo modo che ho decretato la mia rosa di vincitori. And the winner is…

Best Picture
Gravity. Un’Odissea nello spazio 2.0 che ha attinto da Kubrick e Lucas, ma che è riuscita ad alzare l’asticella della fantascienza spaziale. Come? La drammaticità è stata portata nello spazio, laddove prima era la tecnologia ad esserne sempre protagonista. Cuaron ha raccontato uno storia umana in orbita; ha portato l’umanità nello spazio come nemmeno Apollo 13 riuscì a fare. La bellezza delle immagini, del sonoro, del montaggio lo rendono una piccola opera d’arte dal carattere indelebile, piaccia o meno.

Best Actor in a leading role
Matthew McConaughey. Si mangia Leonardo Di Caprio a colazione. Una piacevole sorpresa; ha talento da vendere – tutto quello che ha tenuto nascosto fino ad oggi – regalando al cinema un personaggio che è già un cult.

Best Actress in a leading role
Cate Blanchett. Ogni anno dimostra sempre più di essere l’erede incontrastata di Meryl Streep per la versatilità nell’interpretazione. Ogni maschera che indossa è un vestito cucitole addosso; e sa emozionare sempre, complice anche il timbro di voce profondo e flautato. Per di più è straordinariamente fotogenica come poche altre nella storia delle immagini in movimento.

Best Actor in a supporting role
Jonah Hill. Brillante, punto. Una comicità assolutamente brillante per via di un alter ego inquietante. Rappresenta un caso unico per il cinema di oggi: ha uno sguardo drammatico in una veste da giullare; è immediatamente riconoscibile. La sola espressività facciale è da Oscar.

Best Actress in a leading role
Sally Hawkins. Quando si dice “calarsi nella parte”. La sua naturalezza è da manuale; sembra nata per fare la sorella schizofrenica, romantica ed ingenua di una riccona. Un’interpretazione da studiare a scuola.

Directing
Alfonso Cuaron (Gravity). Vedi Best Picture. Anche se Steve McQueen (12 years a slave) condivide il podio.

Foreign language Film
La grande bellezza. Sono italiano… ed è davvero un’opera d’arte.

Non ho visto Nebraska. American Hustle, che ha appassionato tutti, non mi ha conquistato, a parte le recitazioni.

“The Wolf of Wall Street” o, che goduria i soldi (voto 7,5)

L'eterna ambizione dell'uomo, montagne di soldi.

Sin dalle prime battute “The Wolf of Wall Street” vuole essere un inno cinico al denaro. Solo che per tutte le successive 3 ore propone trame già viste. Il ladruncolo simpaticone che se la spassa tutto il tempo, per poi essere acciuffato dal poliziotto ligio al dovere… Perché una morale ci deve essere sempre.

Personalmente non condivido l’inebriamento generalizzato attorno al film. La pellicola è godibile, ma poco altro. Leonardo di Caprio è piatto, come gli addominali che non ha mai strappato a Brad Pitt. La gamma delle sue espressioni è pari a quelle della Bocca della verità. Da dopo Titanic, l’ex belloccio nordico si è incastrato – con poche eccezioni – nel ruolo del magnate losco e incazzoso che finisce in malora: “Prova a prendermi”, “The Aviator”, “Django Unchained”, “Il grande Gatsby”. (Non a caso l’ho apprezzato in “The Departed”, dove ha aggiunto maggiore complessità psicologica al personaggio).

Nulla di innovativo nel linguaggio, e il record dei 506 “fuck” non ha aiutato. Troppo facile far innamorare il pubblico di uno bello e dannato a cui piovono dal cielo belle donne, belle case, strisce di coca e yatch a Portofino. Manca quel quid in più che renda la storia riconoscibile. Sono brillanti solo alcuni aforismi del cinismo: “Money makes you a better person”, “If anyone here thinks I am superficial or materialistic, go get a job at fucking McDonald’s, ’cause that’s where you belong!”. La logica del film è esaltare la speculazione finanziaria degli anni 80/90 che ha portato alla crisi economica di oggi. Le vittime del mondo reale vengono contemporaneamente sfottute e conquistate. “The normal world… who the fuck wanted to live there?”.

Nota. Quando saputo usare bene, l’approccio metalinguistico di un personaggio che parla alla telecamera per avvicinare il pubblico – come fa Carrie Bradshaw nelle prime serie di SATC – è brillante. Lo si poteva usare di più, come fa Kevin Specey in “House of Cards”, invece che limitarlo ai primi minuti di racconto. Si poteva anche giocare di più sulla comicità, relegata quasi per intero all’eccellente espressività di Jonah Hill. Forse ho fatto male a guardarlo dopo tutte le recensioni entusiastiche: troppe aspettative per un film che non aggiunge altro alla storia del cinema.