Genny ‘a carogna ha detto che posso mangiare

Il vero boss del Napoli (con camorristi in famiglia) decide che si può giocare
Il vero boss del Napoli (con camorristi in famiglia) decide che si può giocare

Partite di calcio sfruttate da ultrà neanderthaliani come occasioni per esprimere il proprio potere. Di questo si è trattato ieri sera all’Olimpico di Roma per la finale di Coppa Italia. Spari in strada, fischi all’Inno di Mameli, energumeni con magliette incitanti l’odio assurti per lo Stato a negoziatori. Parassiti della società che riversano la propria frustrazione sociale nella violenza. Non appassionati di calcio e di sport (perché lo sport è salute), ma criminali che infrangono il codice penale, che rimangono a piede libero. Spesso disoccupati, e non per la crisi economica, ma perché, consumando droghe e alcol, passando la vita tra strada, bar e cucina della madre (trasformatasi in quella della moglie-madre) hanno ridotto il cervello in poltiglia e non potrebbero essere assunti nemmeno per leccare francobolli… rischierebbero di intossicare i postini.

Sono 70 mila gli ultrà italiani schedati e giudicati pericolosi: una potenziale armata. L’Esercito italiano conta 100 mila unità, tanto per avere un riferimento. Gli eventi di ieri sono la prova che tutte le chiacchiere e le pene e le iniziative per arginarli negli anni sono fallite. È possibile che una partita di pallone non possa essere soltanto una partita di pallone? I vertici del Calcio e lo Stato hanno fallito. Queste persone vanno prese per quello che sono: non giovani sbandati a cui dare un buffetto sulla guancia, ma criminali. È assurdo che in questo paese si elargiscano tanto facilmente fogli di via per prostitute straniere schiave di un mercato mafioso, mentre questi stronzi – purtroppo italiani e stronzi di loro iniziativa – possono scorrazzare liberamente vicino e dentro gli stadi con pistole e bombe carta.

Il capo-ultrà del Napoli, poi – che per non farsi mancare nulla si fa chiamare Genny ‘a carogna ed è niente meno che figlio di un camorrista – rappresenta il peggio dell’Italia: la maglia che invoca la libertà dell’assassino di un agente di polizia; la presuntuosa arrampicata sui cancelli da cui poter comandare il gregge di tifosi alle spalle e ricevere (o dare, non si sa) istruzioni ai responsabili della partita. Ma in quale paese corrotto del terzo mondo poliziotti, capitani di squadra e manager dialogano (o contrattano, non si sa) a bordo campo con un simile soggetto, peraltro già “daspato”? Farlo significa legittimarlo, riconoscerne l’autorità. Ieri è stata la conferma dell’impotenza dello Stato che ancor peggio riconosce un ruolo di potere inaccettabile a questi violenti che possono, così, continuare a tenere in scacco le società sportive.

Tale avanzo di umanità rappresenta un cancro, la parte peggiore del paese, retaggio di un’Italia antica, analfabeta, povera, diseducata, un’Italia di briganti che conoscono solo la legge della strada per risolvere vicende personali. Ancora più grave è la mancanza delle istituzioni. Servono pene esemplari, una normativa più rigida e, soprattutto, applicarla.

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