Napoli è la città dove…

ode a napoli_10Dopo aver passato cinque giorni intensi a Napoli – giorni come solo io so rendere produttivi – cercando di carpirne lo spirito del luogo, questo è quanto ho capito di questa città. Napoli è la città dove se pesi 113 chili sei in grado di mangiare tre pizze margherite da Michele e rifiutare la quarta solo perché “oggi voglio stare leggero”. La città dove in pizzerie come Sorbillo e Michele la caduta di stile dei bicchieri di plastica e dell’attesa sui marciapiedi è ripagata da forni a legna che sputano pizze come fossero flipper, basta schizzare alla cassa un attimo dopo aver spazzolato il piatto dall’ultimo protone di bufala.
ode a napoli_2Napoli è la città dove l’intonaco dei palazzi è un ricordo del passato che ha lasciato il posto a calcinacci, graffiti e lenzuoli: decori post-barocchi e patina del tempo dall’espressività violenta. La città dove di notte il 70 per cento delle superfici è in ombra e gli androni dei palazzi sono caverne per troll di montagna. Dove ogni anfratto è atto a ospitare un santuario di Padre Pio, della Madonna, di Gesù bambini o di uno dei 51 patroni di quartiere. Cinquantuno!

Questa è la città dove i balconi non sono solo per i gerani (che non esistono), ma spazi urbani: luoghi della città dove intessere relazioni sociali coi dirimpettai, dare istruzioni su cosa comprare al parente di sotto, calare bacinelle da cui raccogliere la spesa, lanciare imprecazioni ai figli in strada, guardare male chi li fotografa (me).
ode a napoli_4Napoli è la città dominata dalle automobili; giungla urbana proibita a bicicletta e pedone; dove non esistono verde urbano o giardini pubblici: “donna con passeggino” è solo un apostrofo rosa tra le parole t’accoppo. È la città dove i rifiuti “sono di meno di quanti ce n’erano una volta”, e dove l’uomo del nord si domanda “allora chissà quanti ce n’erano prima”.
ode a napoli_3Questa è la città dei “bassi”, gli appartamenti al piano terra dove ti immagini dentro Sophia Loren con otto figli, e dove trovi affacciarsi bambini col tablet connessi al wi-fi. La città dove l’obbligo del casco sui motorini vale a zone, perché nei Quartieri spagnoli o nei vicoli del centro non va indossato per non insospettire il camorrista di turno. La città dove gli eserciti di statuine di San Gregorio Armeno ricordano quanto Napoli sia un bel presepe, dove a non funzionare siano stati i pastori che l’hanno governata.

Dove per un bambino è normale passare il pomeriggio a scoppiare botti nelle lattine di coca-cola anche se è estate; dove i fuochi d’artificio possono significare “accorrete, è arrivata la droga” o festeggiare il ritorno a casa dell’ex-detenuto di turno.
ode a napoli_9La città dei dislivelli, dove la scalinata è un modello esistenziale, perché a Napoli tutto deve sembrare più difficile. Eppure quando arrivi in cima, quanta bellezza. Questa è la città dei mille scorci: scenografia caleidoscopica, museo diffuso, colata di storia. La città dove la luna nei tramonti autunnali sale dal cratere del Vesuvio e scivola sulle pendici fino al mare; lava lunare.

La città dove la pedonalizzazione del lungomare è una delle poche cose di buon senso della sua urbanistica. Dove le stazioni scintillanti delle metropolitana sono il segno lungimirante del progresso che ricordano quanto anche qua tutto sia possibile (come dare un senso ai finanziamenti europei).

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Chiunque tu sia, qualunque cosa tu faccia, ovunque tu sia, sappi che in questo momento c’è un bicchier d’acqua che è più fortunato di te

La città dove Peppino di Capri è in ogni dove. La città del teatro; della teatralità dei gesti. I napoletani nascono attori esibizionisti: dove una donna agitata alle 8 di mattina, perché un autobus blocca la strada, scende a gridare con ogni fibra del suo essere come se avesse un palcoscenico sotto i piedi. Turisti stranieri estasiati. Spettacolo senza biglietto.

La città dove il portafoglio ti rimane in tasca, la borsa in mano e l’anello al dito. Punto.
ode a napoli_8Dove via Toledo è popolata ad ogni ora, anche nei giorni feriali; dove le migliori sfogliatelle ricce sono quelle di Pintauro, dove il babbà è una spugna decisamente fuori misura, la Montanara – pizza fritta e cotta al forno – di Starita spacca, e dove se si vuole essere insultati mangiando pasta di patate, basta andare da Nennella… tanto non capirete mai cosa dicono.

Napoli è la città delle mance, dove ho lasciato sullo scontrino al banco 50 centesimi per un caffè che ne valeva 80 per paura che ci sputassero dentro (mi hanno poi detto essere troppi). La città dove di sera in Piazza Bellini si respira più marijuana che O2. La città dei bidoni di olio di frittura, dove ogni alimento che vi viene riversato si trasforma in un “cuoppo” di qualcosa. La città delle chiese una di fronte all’altra per ricordare chi comanda (dopo aglio e cornini). Napoli è la città dei cliché sposati dalla popolazione stessa, dove la suoneria dei cellulari è “O sole mio” o una canzone di Massimo Ranieri (avete mai beccato un riminese con “Romagna mia” sul cellulare? Trash!). Napoli è la città dei dittonghi, dove coppa diventa cuoppa e tutto ciò che finisce in -ella diventa -iella… tanto per non essere superstizioni.
ode a napoli_5Per i più, Napoli è solo disordinata, sporca, trafficata, pericolosa e malavitosa.
La città su cui è più facile sputare sopra.
E sapete perché?
Perché se non ci trovi neanche un geranio,
Napoli rimane la città più bella di tutto il Mediterraneo.

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(Foto by Mirco Paganelli)

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1 milioni di bambini nati con l’Erasmus

 

generazione erasmus
Generazione Erasmus… in tutti i sensi. Un milione i figli di studenti partiti


Ok, questa roba è una figata assurda!!!, esattamente quanto è osceno l’incipit di questo post. È stato calcolato che, dei 3 milioni di studenti partiti per l’Erasmus tra il 1987 (data di inizio programma) e il 2014, più di un quarto ha incontrato il partner della propria vita nel paese ospitante. Risultato: 1 milione di bambini. Un milione di neonati che come secondo nome si meriterebbero Erasmo o Erasmina. Un milione di cittadini europei frutto di genitori europeissimi.

L’altro dato (rincuorante) da mettere in luce è quello degli accoppiamenti. Altro che meetic, okcupido o badoo. Avete presente le statistiche sull’anima gemella che raccontano da bambini…c’è n’è una su un milione, figlio mio? Tutte balle! Basta prendere un aereo, infilarsi in un’aula magna forestiera e si hanno non lo 0,1… o,2… o,3%, bensì il 25% di probabilità di accasarsi. 1 su 4 torna sistemato. E sticazzi no?

L’Erasmus ha dato vita ad una vera e propria liberalizzazione del sesso. Dopotutto, quando un giovane 20enne va a vivere all’estero, impazzisce. Gnocca fritta per lui, gnocco duro per lei, o anche la prima per la quarta, o il secondo per il terzo (girate il chiasmo come volete). Fatto sta che il passaporto europeo per i giovani ha aperto le dogane delle lenzuola. Via i preconcetti di casa, il monachesimo dell’adolescenza, la paura di essere giudicati in cortile per i propri costumi sessuali. Quando uno pone una montagna di chilometri e persino un fuso orario fra sé e casa… saludos amigos.

Guarda caso la prima meta Erasmus è sempre stata la Spagna con la libertina Barcellona in pole position. Mica l’Islanda con la fredda Reykjavik che fa venir voglia di tutto fuorché di “kyavare”. Studenti, partite. E fate scorta di pannolini, che ci sono i saldi!