Un editoriale infelice

Risposta all’editoriale di Andrea Cangini del 09/01/2014

Caro Direttore,


leggo ed apprezzo spesso i suoi editoriali. Tuttavia quello del 9 gennaio l’ho trovato piuttosto infelice, semplicistico e pericoloso. Le spiego perché.

Comincia il suo pezzo lasciandosi anche Lei soggiogare dall’accattivante e cinematografico concetto dello “scontro di civiltà”, secondo lei in atto dal 11 settembre 2001. Possibile che non riesca ad essere un po’ meno banale? La teoria dello scontro tra occidentali-cristiani e arabi-musulmani è una falsità per il semplice fatto che le prime vittime degli jihadisti sono i musulmani stessi, trucidati a decine ogni giorno in Siria, ma che non fanno notizia. Ad essere in atto è semplicemente uno scontro tra mondo civile e terrorismo.

Altro punto. Dopo l’attentato di Charlie Hebdo non è fallita alcuna integrazione degli arabi in Europa. Se una manciata di francesi (nati in Francia da genitori francesi) compie atti terroristici al grido di Allah, mentre altri 3 milioni di musulmani vivono pacificamente pagando tasse, mandando i propri figli in scuole francesi e non incendiano le istituzioni europee a cadenza mensile, non significa – come sostiene lei – che il modello di integrazione sia fallito. Nonostante alcuni momenti di criticità delle periferie parigine (non più gravi delle nostre frequenti e violente rivolte per le strade di Roma o i cantieri della Val di Susa ad opera di italiani) la convivenza in Francia è pratica consolidata oramai da quattro generazioni. Dopotutto se milioni di padri e madri e bambini sono emigrati dall’Oriente nei decenni passati, lasciandosi dietro affetti e radici, non è stato per sete di conquista sull’Ovest – come alcune sceneggiature mangia-consensi vogliono farci credere -, ma per garantire benessere alla propria famiglia, attirati dagli standard qualitativi dell’Occidente (università, scuole, sanità, sicurezza sulle strada…) come capitò ai nostri nonni smistati sulle rive di New York.

Quando poi, caro Direttore, si domanda se sia il caso o meno di regolarizzare gli extracomunitari a seconda dell’etnia (implicando una maggiore rigidità verso donne, uomini e bambini islamici) trovo ripugnante il solo fatto che Lei si ponga un tale quesito, anticamera di qualcosa che ricorda gli orrori dell’olocausto. Lei sostiene questa tesi affermando che ci sono più punti in comune tra un italiano e un filippino che tra un italiano e un algerino, e quindi – lascia intendere – i primi sono ben accetti, i secondi no, anche se magari, aggiungo io, sono quelli che le servono la cena al ristorante, le puliscono il vano scale del suo bel palazzo o le servono i farmaci quando sta male. Premesso che questa sua ipotizzata “selezione di etnie” con cui convivere – a differenza di quanto sostiene – è puro razzismo (!), è davvero così sciocco da credere di spaventare i terroristi fanatici bloccando le frontiere al loro gruppo culturale di appartenenza? Pensa davvero che questi non trovino altre strade per penetrare nel suo cinema, ristorante o redazione per sequestrare ostaggi o farsi esplodere? I problemi si affrontano alla radice, caro Direttore, non con operazioni semplicistiche che finiscono solo per svantaggiare gli innocenti e lasciare praterie sterminate ai malintenzionati, che intanto si riorganizzano e sogghignano ad una tale stupidità.

Quando poi Lei ricorre all’oramai frusto aforisma del “non tutti i musulmani sono terroristi, ma tutti i terroristi sono musulmani” risulta, oltre che riduttivo, persino demodé. In America non tutti gli italiani sono mafiosi, però tutti i mafiosi sono italiani. Allora che facciamo?, blocchiamo gli scali USA a tutti i Mario Rossi che hanno vinto una borsa di studio ad Harvard?, a tutti i Guido Bianchi che vogliono aprire una panetteria a Manhattan? Andiamo, caro Direttore, è intelligente: si sforzi un poco. È così difficile studiare realtà diverse dalla sua? Lasci il peso di tali approssimazioni ai salvini di turno, si conceda un po’ di pilates mentale.

Lei sostiene poi che non basta più consolarsi con la presenza degli “islamici moderati”, che questi devono fare qualcosa di concreto. Premesso che i rappresentanti musulmani in Occidente si sono dissociati dai fatti criminali un attimo dopo i colpi d’arma da fuoco, quello che Lei e altri chiedono è come se gli americani chiedessero a Lei o ai suoi parenti italo-americani di dissociarsi dal mafioso di turno che ha sparato a un poliziotto per le strade di Boston; a Lei che, nella sua routine quotidiana da onesto cittadino, vive nella totale alienazione da quelle pratiche. Ho vissuto parecchio tempo in Nord America e, ogni volta che da stranieri disinformati venivo associato alla mafia solo perché Italiano, provavo profondo imbarazzo; giunsi al punto di stancarmi di difendere ogni volta l’integrità morale mia e del 99,9% dei miei connazionali. Perché vogliamo serbare lo stesso trattamento al 99,9% dei musulmani onesti d’Europa?

Quando poi chiede ai musulmani “moderati” di denunciare gli individui sospetti e i fanatismi che covano nelle moschee europee, è come chiedere agli italiani omertosi di denunciare i fatti di mafia. Sarebbe ovviamente la cosa giusta da fare, ma non è semplice quando ad essere minacciata è la propria famiglia. Come le dicevo, le prime vittime degli estremisti islamici sono i musulmani stessi che non la vedono come loro. Non pretenda da loro ciò che non può pretendere da sé stesso. Quale rete di protezione siamo in grado di offrire a chi denuncia?

In questa sua sequela di asserzioni vedo un fondo di palese ignoranza, nel senso di “non conoscenza” del mondo islamico e degli arabi integrati. Non scrivo da comunista stereotipato aprioristicamente pro-arabi (lungi da me l’aderire a questa ideologia morta prima che io nascessi!) ma da giovane italiano qualunque, cresciuto studiando con musulmani, con moltissimi amici di origine araba dalla bontà d’animo sconfinata; scrivo da osservatore delle comunità straniere nelle nostre città in qualità di reporter e da tesista in Medio Oriente. La parola che trasudava dagli occhi, dalle labbra e dal cuore di una madre algerina col velo che ho intervistato una volta giunta in Italia col suo bambino, era “pace”. Queste famiglie desiderano la stessa cosa che desideriamo noi per i nostri figli. Un futuro sereno, di convivenza pacifica. Non lasciamo che l’operato di una manciata di fanatici danneggi la straordinaria risorsa della diversità.

Ecco perché, dal mio umile punto di vista, considero il suo editoriale del 9 gennaio una valanga di puttanate.

Con cordialità,
Mirco Paganelli

charlie hebdo vignetta satirica
“L’amore è più forte dell’odio”
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