Jurassic World e il governo dei tecnici

Jurassic world water show

Mentre il mondo dei pop-corn festeggia il record di incassi di Jurassic World, chi come me con la saga giurassica c’è cresciuto, non può che constatare la pochezza dell’ultima puntata; e non per nostalgia. Intendiamoci, Jurassic World è spettacolare. Due ore e dieci di pellicola che scorre come un fiume: effetti visivi che fanno aggrappare alla poltrona, scenari dell’altro mondo e montaggio acchiappa-attenzione. E allora cosa manca?, direte voi. Tutto il resto, manca il film.

Si è perso più tempo a curare ciascuna immagine che a trovare una storia appassionante che le unisca tutte. Apparenza senza spessore. Come un bel trailer lungo 130 minuti (ecco perché come The avengers trascina masse ai botteghini ma non potrà mai diventare un cult). Tutto è in mano unicamente al dipartimento di animazione 3d. Ed è come far progettare un museo ad un serramentista. Belle quelle finestre, ma l’architettura? Manca un’anima, manca l’arte, manca il film.

Come mai il primo Jurassic Park è diventato subito cult? Non solo perché era la “novità” (di mostri al cinema se n’erano già visti, eccome), ma perché metteva in scena una dimensione umana. Non da poster hollywoodiani. Era possibile immedesimarsi con i suoi personaggi grazie alla loro complessità psicologica e alle battute storiche. C’era il magnate che giocava a scacchi con la genetica (“Qui non badiamo a spese”) e lo scienziato che lo riportava alla realtà con la teoria del caos (“La Natura trova sempre il suo corso”). C’era il pragmatico paleontologo che odiava i bambini e l’innocenza di questi che lo ha conquistato. Ogni protagonista, come nei “tipi” del teatro greco, aveva la sua definizione, il suo scopo, il suo opposto. E compiva un’evoluzione. I giovani attori di oggi, ammiccanti e più social, diograzia se sanno recitare (si veda Twilight).

jurassic world park bambini

Il cinema americano – quindi gran parte del cinema mondiale – vive un periodo di crisi della creatività. Addio copioni dal titolo I soliti sospetti o Indovina chi viene a cena?. Il grande schermo è popolato da fumetti, trasposizioni di best-seller erotici o da vecchie saghe riesumate. Basta che siano bravi gli specialisti del chroma-key, i tecnici del rendering, gli sviluppatori dei software grafici. A quelli, sì, “non badiamo a spese”. Maestri – per carità – nel loro settore, ma con una formazione specialistica-informatica che si limita al proprio ruolo. E così, senza il guizzo d’ingegno del “direttore” d’orchestra (non a caso “regista” in inglese si dice director), la settima arte si inaridisce. È tutta esibizione di tecnica. Non si percepisce la visione dell’esecutore dell’opera. La sua creatività.

Monti Napolitano Fornelo Cancellieri Severino

Come alla politica servono politici capaci di compiere scelte coraggiose, e non tecnici attaccati alla calcolatrice, così al cinema occorrono registi-politici che perseguano la propria idea di mondo. Che offrano la propria versione della realtà. La quale può essere amata, odiata, ma che comunque, per la sua componente rivoluzionaria, è in grado di emozionare e suscitare quesiti.

Questo “cinema dei tecnici” è in scacco all’aritmetica degli algoritmi (beninteso, strepitosi) che hanno prevaricato l’arguzia del creatore. (George Lucas, prima della spada laser, ci ha regalato una storia eterna). Gli ultimi esempi in cui, nel cinema, i calcolatori siano stati messi al servizio dell’arte sono le trilogie di Matrix e del Signore degli anelli. Primi Anni duemila. Dagli Anni 10 in poi, i tecnici hanno preso il posto dei politici, pardon, dei registi. La sceneggiatura di qualità la si può trovare oggi soltanto nelle serie tv (si veda Breaking bad o House of cards).

Non si finiscono poi di contare gli sponsor apparsi in Jurassic World, dalle bevande alle scarpe. Altra prova della progressiva commercializzazione della settima arte. Oramai al cinema non va più nessuno e per sopravvivere, gli industriali della cinepresa si sono svenduti al mercato. Schiavi di squadre di tecnici, ciascuna delle quali impegnata a lavorare alla propria scena spettacolare sconnessa dalle altre. Senza arte.

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