Ricordo New York…

new york sunset from Brooklyn HeightsRicordo la prima volta che sono arrivato a New York. Venivo in autobus dal Canada. Ricordo che uscito dalla stazione mi aggiravo tra le Street e le Avenue con sguardo famelico, il naso rivolto verso l’alto in cerca dell’Empire State Building, e attorno a me la città che si svegliava con le luci dell’alba. Ricordo di essermi arrampicato alle 8 del mattino – primo fra tutti i turisti della giornata – fino alla sua antenna come un piccolo King Kong con lo zaino del liceo sulle spalle.

Ricordo di essermi addormentato un pomeriggio sul prato di Central Park di fianco ai campi da baseball, affaticato per il troppo camminare. Ricordo di aver conosciuto gente ai bar e alle tavole calde mentre bevevo e mangiavo al bancone. Ricordo una cantante jazz (ci scriviamo ancora ogni tanto) e il suo dirmi che a Manhattan è bello vivere ovunque, “Basta esserci!”. E mi suggerì di farmi un giro sul traghetto per Staten Island perché è gratis, e da lì la vista su Downtown è eccezionale. “Vai, ti prendi un caffè e torni indietro”. Ricordo di esserci andato, e di averci portato mesi dopo la mia famiglia in una giornata in cui tutte le vette d’acciaio erano avvolte dalla nebbia.

Ricordo gli standing ticket di Broadway, l’aver visto “Chicago” e “Mamma mia” in piedi, in fondo alla sala, per 20 dollari. A fianco a me, una coppia di argentini. Ricordo le ragazze del Coyote Ugly (che dal vivo si chiama in un altro modo che non ricordo), i reggiseni appesi sul soffitto, una comitiva di soldati della Marina che celebrava qualcosa, la barista che mi sfotteva col megafono per il mio marsupio. “È così fuori moda”, diceva. E poi mi offrì una birra. “Sai? Ho origini italiane anche io”.

manhattan from staten island

Ricordo il capodanno a Times Square con Julin. Ci siamo congelati. “Mirco, ti prego, andiamo a bere qualcosa di caldo”. Mai più! Ricordo il tramonto dietro la Statua della Libertà visto da Brooklyn Heights. Ricordo Ellis Island e i corridoi da cui sono passati centinaia di migliaia di italiani. Ricordo di aver cenato con 4 o 5 o 6 vietnamiti conosciuti in una stazione della metropolitana alle 2 o le 3 o le 4 di notte con un compagno di università quebechese. “Prova questo, assaggia quello”. Non ricordo che sapore aveva il cibo. Ricordo di essere andato a ballare con quella compagnia in un locale, forse a Chelsea. Ricordo il tassista che ci riportò a casa schermato dietro al vetro difensivo, e la carta di credito da strisciare sul retro del suo sedile.

Ricordo di essermi perso. Molte volte. (Non c’erano ancora gli smartphone). Ricordo la signora che mi fece i complimenti per le scarpe (“nice shoes”) mentre mangiavo il danish pastry più buono di tutta la città, quello dell’Hungarian Pastry Shop. Me lo suggerì la jazzista, pure quello. Ricordo di essere tornato alla stazione degli autobus e di aver dormito una nottata sul pavimento freddo insieme agli altri passeggeri perché l’autista non si trovava. “Where the hell is he?!”. Una grossa signora di colore era molto arrabbiata. Ricordo gli aceri e gli ippocastani infiammati di giallo, di arancio e di rosso sulla strada del ritorno per Montreal. Sì, ricordo…

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