“Magneda de porc”, intervista a Salvini su immigrazione e Romagna

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La sicurezza di Salvini. La semplicità di chi appena uscito da palestra, senza aver fatto troppa fatica, si tuffa in felpa ad una pizzata tra amici. Questa l’immagine che il leader della Lega vuole offrire a chi lo incontra dal vivo. Un modo di apparire che avevo già ampiamente appurato, come molti, attraverso la televisione, però seguire di persona i suoi bagni di folla mi è stato utile per comprendere meglio il personaggio, il modo in cui si muove nello spazio e in cui acchiappa consensi.

Inarrestabile Salvini. L’uomo che ha preso in mano un movimento separatista da pochi punti percentuali e lo ha trasformato in partito nazionalista vicino al 30 percento dei consensi. Una mente veloce che ha saputo fiutare i mutamenti sociali e fendere i venti del malcontento facendo udire la propria voce. In questo post voglio raccontarvi il mio incontro nelle campagne forlivesi con Matteo Salvini e alcuni abitanti della provincia alla vigilia dell’ondata verde.

All’epoca della mia intervista (aprile 2016) la Lega stava sì crescendo, ma nessuno sospettava il tripudio che avrebbe avuto di lì a un paio d’anni fino a diventare il partito di riferimento del centrodestra, scalzando mister B. dal trono dei moderati. Quanto ci sia poi di moderato in Salvini qualcuno me lo deve spiegare, ma tralasciamo. Una sicurezza di sé, dicevo, e una immediatezza dei messaggi che sono figlie di una mirata campagna di comunicazione. Perché se per i suoi detrattori Salvini è un mostro, a mio avviso è innanzitutto un mostro di comunicazione. La sua self-confidence e la sua capacità di far comprendere a tutti i propri slogan sono doti invidiabili.

“Magneda de porc”. Non ho mai intervistato un politico mentre indossava una t-shirt con stampate sopra l’icona di un suino e la scritta “Una mangiata di maiale” (per buona pace di tutti i leghisti vegani). Ma se c’è una persona che può permettersi di indossarla, rimanendo comunque credibile agli occhi del suo pubblico, quella persona è Matteo Salvini che, piaccia o no, è una delle voci più influenti della nostra società in questa seconda parte degli anni ’10. Salvini è in grado di dire ai suoi seguaci cosa pensare. Li sgrava della fatica di informarsi e di verificare le fonti. Grazie al suo carisma, li convince della giustezza delle proprie idee. E così, concetti spesso banali, talvolta in linea teorica persino condivisibili, conquistano applausi nonostante scarseggino di spiegazioni sulla loro applicazione pratica. “Aiutiamoli a casa a loro”, “vogliamo città più sicure”, “garantiamo un futuro migliore ai nostri figli”, “dobbiamo contare di più in Europa”. Come dargli torto? Ancora devo incontrare il politico che mi confessa “chiudiamo le missioni in Africa”, “incentivi a ladri e assassini”, “ai nostri figli, giù botte sin da bambini”, “in Europa sempre e solo piegati a novanta”. Eppure tutti lì ad acclamare la scontatezza delle sue affermazioni. Le interviste che ho raccolto ai  sostenitori di Salvini a Villarotta, mentre attendevo l’arrivo del capo, sono esemplificative di questo modo di formazione del consenso.

Alla domanda su quali fossero i problemi correnti del paese, gli intervistati ripetevano con foga gli slogan salviniani più celebri come un disco rotto. “Sono troppi, non ci sentiamo sicuri, via, a casa”. Vivevano un processo di immedesimazione nel capo, come quando da bambini si origliano concetti più grandi di sé dagli adulti e li si ripetono agli altri bambini per farsi più grossi. Una volta incalzati, però, chiedendo loro di supportare le proprie tesi con numeri e fatti, i bambini arrancano, perché non sono arrivati a quelle conclusioni tramite lo studio, ma lo scimmiottamento. E così i miei intervistati andavano in tilt e riavvolgevano il nastro. “Sono troppi, non ci sentiamo sicuri, via, a casa”. “Sì, ma in Italia sono molti meno rispetto ad altri paesi”. “È lo stesso, sono troppi, non ci sentiamo sicuri, via, a casa”.

Salvini arrivò con un paio di ore di ritardo. Tempo in cui, come una piccola fiammiferaia, lo attesi sul ciglio della strada al freddo e al buio morendo di fame perché ancora non avevo cenato, mentre tutti attorno si abbuffavano con tagliatelle e maiale. Il nostro mestiere a volte ci sottopone a dure prove di resistenza fisica e psicologica. “Mirco, resisti, non è professionale mangiare al banchetto di un politico prima di intervistarlo, e spera di non finire ammalato domani, che hai un altro servizio”. E così resistetti e non mi concessi nemmeno un bicchiere d’acqua. E scampai il raffreddore.

Erano le 23 quando dalle campagne giunse un corteo di auto guidato dalle motociclette delle forze dell’ordine. Da una vettura scese Matteo Salvini scortato dal fedele Jacopo Morrone che lo seguiva come un innamorato in preda all’ansia e a gemiti d’estasi. Seguii Salvini lungo tutto il bagno di folla cercando il momento ideale in cui intervistarlo. Non mi sarei accontentato di qualche battuta rubata. Volevo un’intervista esclusiva, ed ero avvantaggiato dal fatto che, stranamente, non erano presenti altre televisioni. Infatti, il giorno dopo, la mia intervista fu ripresa da Ballarò e da qualche altra trasmissione nazionale.

Finito di salutare i presenti con un discorso dal palco (“Sono troppi, non ci sentiamo sicuri, via, a casa”), l’osannato andò dietro ai tendoni a scattare qualche foto con i cuochi rubando loro una padella e fingendo di aver appena arrostito un maialino assieme ad essi. Dopodiché si sedette ad un tavolo di legno da solo con l’entourage che gli faceva da scudo. Morrone mi fece da tramite e gli chiese se voleva essere intervistato. Salvini fece un lieve cenno di assenso con la testa e a quel punto attraversai lo scudo umano che ci separava e mi sedetti al suo fianco. Nessun saluto o sorriso di circostanza. Partii diretto con la prima domanda.

Riuscii ad intervistarlo per sei minuti! Non so a quanti giornalisti incontrati per strada il leader del Carroccio abbia concesso tutto questo tempo. Nel corso dell’intervista, avvolta dal frastuono, Salvini mi guardò con degli occhi arrossati, probabilmente affaticato dal tour romagnolo. Rimasi contento perché riuscii a chiedergli gran parte di ciò che avevo in mente. Confesso che la soggezione che si vive in questi momenti non è poca, specie per un giornalista alle prime armi con le interviste video come ero io a quei tempi. Una soggezione dovuta non solo al fatto di trovarmi di fronte ad un personaggio abituato a mangiarsi gli intervistatori, e che sta in televisione più di te che ci lavori, ma anche per il contesto. Il fiato sul collo dei sostenitori e dei collaboratori che ci accerchiavano e che volevano sentire cosa gli chiedevo era opprimente. Ma tutto sommato riuscii ad estraniarmi e a concentrarmi sulle mie domande. E sulle sue risposte.

Buona visione.

A questo link trovate la versione integrale del servizio (10 min.). Di seguito trovate il servizio breve andato in onda nel telegiornale di Teleromagna.

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