Il Def spiegato facile più alcune considerazioni

State ascoltando in questi giorni le parole “Def”, “manovra”, “deficit” ma non ne capite bene il significato? Avete poco chiaro cosa intende fare il Governo per incidere sul bilancio? Provo a spiegarvelo.

Il Documento di economia e finanza (Def) è lo strumento con cui l’esecutivo indica le riforme che intende fare nei prossimi anni. In esso presenta anche le proprie previsioni sull’andamento dell’economia e delle finanze del Paese. Lega e 5stelle stanno ultimando la definizione del proprio Def, e i contenuti sono pressoché chiari. Critiche sono arrivate da parte di tutti i principali centri di analisi. Fondo Monetario Internazionale, Unione Europea, Bce, Bankitalia, Ufficio Parlamentare di Bilancio, agenzie di rating… manca solo Paperone e il ragionier Filini. “Numeri troppo fiduciosi riguardo alla crescita”, hanno detto in coro.

Per sostenere i propri progetti, Lega e 5stelle intendono ricorrere ad un deficit del 2,4% del Pil. Il deficit si verifica quando le uscite di cassa superano le entrate, quindi va ad aumentare il debito pubblico. Il Pil indica invece la produttività ed è il principale indicatore di ricchezza di un paese. Per questo l’Unione Europea (e non solo) punta a mantenere contenuto il rapporto tra deficit e Pil nei propri Stati. Il ministro dell’Economia Tria voleva mantenere il rapporto all’1,6%. Di Maio e Salvini sono riusciti a strappargli il 2,4%. Ciò significa un ulteriore aumento del debito per finanziare alcuni progetti. (Ricordo che il debito italiano è altissimo e vale il 132% del Pil. È il terzo debito più opprimente al mondo dopo quello di Grecia e Giappone).

La manovra Lega-5stelle ha un valore complessivo di 37 miliardi di euro, di cui 22 miliardi in deficit. Da dove provengono i 15 miliardi non in deficit? Da nuove tasse e da tagli. In particolare da: condono, rottamazione delle cartelle esattoriali, riduzione delle agevolazioni sulle detrazioni fiscali, aumento degli acconti d’imposta, taglio alla Difesa, taglio alle pensioni più alte e altro ancora. In pratica è una manovra basata su tasse, debito e tagli. Servivano infatti molti soldi per finanziare i due progetti principali della maggioranza: Reddito di cittadinanza e superamento della Legge Fornero.
Questi sono i fatti. Ora le mie (non richieste) considerazioni. Penso che si tratti di una manovra con una visione a breve termine, costosissima, che aumenta il peso sulle future generazioni e che non punta alla modernizzazione del paese. La vedo come una competizione interna tra Di Maio e Salvini in cui ciascuno prova a gridare più forte, “Vedete? Abbiamo mantenuto le promesse”. Una manovra che spera di far balzare i consumi interni del Paese attraverso l’assistenzialismo, quando l’unica strada per farlo è il lavoro e l’efficienza delle imprese. Questa manovra non parla di giovani, scuola, ricerca, tecnologia, green economy e di una svolta per il Mezzogiorno. Tutto ciò che serve a questo paese per cambiare passo.

Aumentare così tanto il debito, nelle nostre condizioni di indebitamento, è un ostacolo alla crescita. Specie se ci si indebita per sostenere l’assistenzialismo e non la modernizzazione.

Dietro la Riforma. Sì e No a confronto

Ci sono video che vi raccontano cosa cambia con la Riforma costituzionale. Altri che sono palesemente faziosi. Nessuno vi spiega, in maniera neutrale, che cosa implicano tali modificazioni nel bene e nel male. Quali scenari potrebbero aprirsi per la vita democratica del paese con l’approvazione della Legge Renzi-Boschi da parte del popolo?

Per capirlo, ho passato un mese a studiare la Scheda di lettura alla Riforma del Servizio Studi della Camera e varie pubblicazioni di costituzionalisti, sia del Sì che del No. Dato che è impensabile per il cittadino medio trovare il tempo di fare tutto ciò, volevo risparmiarvi tale incombenza producendo un video comprensibile a tutti.

Per qualsiasi dubbio o critica, scrivetemi!

Peggio di Erdogan c’è solo quella roba che chiamavano Europa, Onu, Nato…

Guarda caso, il giorno dopo il golpe in Turchia, il presidente Erdogan‬ aveva già pronti i mandati di arresto e le sospensioni per decine di migliaia di persone fra militari, agenti di polizia, giudici, prefetti, alti funzionari, rettori universitari e docenti. O è l’uomo più veloce della storia nel fare indagini, o aveva la lista di chi gli stava sul cazzo già pronta da tempo e ha usato il golpe come scusa, o (ancora più gomblotto11!!1!) ha messo in scena lui stesso il colpo di Stato per darsi un pretesto per rispolverare l’impiccagione. Ambrogio? Mi dica, signora. Avverto un leggero languorino. Ci fermiamo a prendere qualcosa? Mmm, la mia non è proprio fame: è più voglia di invadere la Polonia.

Ma non è tanto Erdogan a disgustarmi. Dopotutto anch’io se fossi un leader con il complesso di inferiorità, il pisello probabilmente piccolo e il background fascistoide, a capo di quello che fino a meno di un secolo fa era un impero guidato da un sultanato che voleva conquistare il pianeta, proverei ad assoggettare il mondo delle istituzioni e della cultura per rendere la gente meno libera e più ignorante, così da poter essere votato a ripetizione per plebiscito dando una parvenza di democrazia. Sai? Mussolini-style.

Quello che mi disgusta, invece, è la (non) reazione della Comunità internazionale (quella cosa che non si sa più bene chi comprenda e quali principi la guidi) in cui ancora una volta – come per i profughi, come per la Grecia, come per la Siria – ciascuno Stato pensa ai propri interessi e si caga sotto all’idea di affrontare le grandi sfide del nostro tempo. Mamma li turchi!

turkey president fuhrer

 

Altre Nizza, altri Bataclan, altri Charlie Hebdo

Ciò che c’è di certo dopo l’attentato di Nizza è che non sarà l’ultimo entro il recinto di casa nostra.

Finché in Europa continueremo a scannarci gli uni contro altri riducendo lo spirito unitario ad un flebile afflato; finché continueremo a provare «fastidio» per lo straniero e ad ergere inutilmente muri e fili spinati contro chi fugge dalla disperazione – di cui l’Occidente ne è in parte colpevole -; finché l’inimicizia fra i popoli continuerà a dominare l’Unione di oggi, fino ad allora daremo un pretesto ai fanatici di un ordine che non esiste di armarsi. Folli ma scaltri che proprio dalle nostre divisioni interne e dal nostro odio verso l’esterno trovano terreno fertile per prosperare e fare presa su giovani emarginati cresciuti a casa nostra (da Nizza, secondo la polizia, ne sono partiti a decine verso la Siria e l’Iraq).

Finché l’Europa  – e l’Occidente – degli ideali democratici continuerà a cincischiare e a lasciare spazio di manovra agli estremismi di destra che con i loro sermoni anti-Islam fanno il gioco dei terroristi; finché ciascun paese rimarrà impantanato nei propri interessi nazionali (i servizi di intelligence che non dialogano, i rifugiati che “no, tieniteli tu”, l’Onu che risulta non-pervenuto ormai da tempo), fino ad allora ci saranno altri Bataclan, altri Charlie Hebdo, altri lungomari e aeroporti insanguinati.

Perché mai dovrebbero fermarsi, queste fiere vigliacche accecate dall’odio verso chi non la pensa come loro – musulmano od occidentale che sia -, dopo che gli abbiamo fatto il pieno di benzina? Maniaci della morte che campano sulle nostre politiche anti-immigrazione, sui nostri interventi sbagliati in Medio Oriente, sul disagio sociale delle nostre periferie, sull’incomunicabilità fra le nostre cancellerie. Risolvere questi nodi permetterebbe, forse, di sganciare l’erogatore dal loro serbatoio.

Nel mondo di oggi c’è un grande bisogno di pace. In Europa si sono riaccesi inquietanti dibattiti xenofobi e nazionalistici. Settant’anni di conflitti tra israeliani e palestinesi (ancora lontani da una qualunque soluzione pacifica) hanno dimostrato che l’assenza di dialogo porta ad un avvitamento di morte e disperazione. Negli ultimi 10 anni l’Unione europea – vuoi per la crisi economica che ha ristretto l’orizzonte degli ideali al frigorifero, vuoi per la mancanza di guide politiche illuminate -, ha intrapreso la stessa strada. Abbiamo scelto di allontanarci gli uni dagli altri, di pensare ciascuno alla propria pancia, di non costruire insieme un futuro migliore ma di trovare nel diverso il capro espiatorio delle nostre sofferenze (i paesi egoisti del nord, quelli spendaccioni del sud, i disgraziati arrivati con il barcone, i burocrati che premono i pulsanti a Bruxelles). Esiste un solo nemico. L’odio. La nostra incapacità di stare assieme. 

Questa brodaglia astiosa in cui si è inviluppata l’Europa di oggi ci rende più deboli e vulnerabili: carne da macello accatastata su una Promenade che festeggia il ricordo della Libertà.

Nizza Nice attack
Nizza, Promenade des Anglais all’inizio del ‘900

Perché l’astensionismo è sempre illegittimo

piattaforma trivelle referendum

Perché è sempre importante andare a votare?

I nostri avi, quelli che si sono battuti per l’Unità d’Italia, per il suffragio universale, per la liberazione dalla dittatura, hanno dato il sangue per permetterci di partecipare liberamente alla vita democratica del paese. E oggi siamo in grado di farlo attraverso il voto. Con il quesito referendario del 17 aprile 2016 quasi metà delle Regioni italiane hanno posto un problema, e un popolo consapevole della propria storia si informa e va a votare ogni volta che è chiamato a farlo.

Personalmente non condivido chi dice che l’astensionismo sia una forma di voto. La trovo piuttosto una resa alla pigrizia: un lavarsene le mani. Senza dimenticare che chi incita all’astensionismo ed esercita una funzione pubblica va contro le leggi del 1957 e del 1970 che equiparano in questo senso i referendum alle elezioni. Chi non vota, poi, non può anche lamentarsi per come vanno le cose. Troppo facile dire dal divano di casa che è tutto uno schifo.

Andiamo a votare, sempre.

2015. L’anno dei tanti ‘Je suis’ e dei pochi fatti

Per la quarta volta mi metto a romanzare alla fine di un anno i principali eventi che l’hanno preceduta cercando di carpirne lo spirito del tempo. Il 2012, dopo l’avvento dei tecnici, è stato l’anno dello spread e dell’ansia da estratto conto. Nel 2013 Hannah Montana si è messa a leccare martelli e siamo diventati tutti più grandi. Il 2014 è stato l’anno dei selfie: su internet non solo postiamo quello che pensiamo, ma anche l’espressione che assumiamo quando lo pensiamo; lo smartphone ha superato il pc e siamo tutti più mobile. Quest’anno l’Europa ha vissuto il suo 11 settembre, dilatato nel tempo e nello spazio. L’epicentro è stata Parigi, ma lo sciame terroristico ci ha raggiunto fino ai luoghi di vacanze (Tunisia e Sharm el-Sheikh). E poi le morti nel Mediterraneo. Tremilacinquecento in un anno. E la foto del piccolo Aylan, col volto conficcato nelle sabbie di Bodrum, è diventata l’immagine più brutta della storia moderna. Quel giorno abbiamo perso tutti, indipendentemente dalla religione, dalla cultura o provenienza.

Nella nebulosa “sociale”, gli hashtag si sono sprecati: #jesuischarlie #jesuiparis #jesuisbardo #jesuitunis… costrutti digitali – traduzione di formule prosaiche del tipo «Io sto con…», «Siamo tutti…» – da dispiegare quando si è scossi da disgrazie altrui e si vuole esprimere solidarietà. Peccato che alle marce di pace, ai montanti «Je suis» siano seguiti pochi fatti. I leader mondiali, complice un perenne stato di campagna elettorale nelle società moderne, badano poco alla leadership e molto ai consensi. Come combattiamo l’Isis? Cosa facciamo in Siria? E in Libia? E l’Ucraina? I Balcani? Mamma mia, quanti immigrati! Aspetta, parliamo con l’Iran. Anzi no, diciamo qualcosa sul clima. Israeliani, palestinesi, ancora con sta fissa per uno Stato indipendente? Focolaio dopo focolaio, da Obama a Putin, dall’Unione Europea agli Stati membri, chi governa oggi il mondo è del tutto incompetente in Politica estera. Non un singolo major problem è stato risolto. Tempi bui ci attendono.

palmira direttore sito archeologico
Palmira, i miliziani dell’Isis distruggono le rovine e ammazzano l’ex direttore del sito archeologico Khaled Asaad (18 agosto)

Ma andiamo con ordine. Il 2015 è stato senz’altro l’anno di Ignazio Marino. Che uomo! L’unico ad essere riuscito a far incazzare un Papa a ottomila metri di quota. Roma è in disgrazia (lui è l’ultimo ad averne colpa, beninteso). #MafiaCapitale è un fatto così drammatico quanto cinematografico, diventato per certi versi cool, tanto che SkyTG24 lo pubblicizza con musiche da aperol-time. E il pontefice indignato: «Io non l’ho invitato, va bene?!?».

Matteo Renzi, tra una Buona scuola e un Jobs act, scongela la Dc e fa eleggere Sergio Mattarella Presidente. Intanto l’inefficienza pubblica dilaga. A San Remo non lavora il 72% dei dipendenti comunali; 35 gli arresti; manco Pippo Baudo arrampicato sugli spalti dell’Ariston potrà risollevare gli animi. La corruzione si fa strada, o meglio, fa le strade. Dieci gli arrestati dopo un’indagine nel settore Infrastrutture tra cui dirigenti e funzionari dell’Anas. E intanto un viadotto nuovo di pacca crolla vicino a Palermo.

Carrozza e cavalli, funerali stile Padrino per boss a Roma
Funerale di Vittorio Casamonica con elicottero, carrozza e musiche del “Padrino”. Polemiche sulle autorizzazioni. (20 agosto)

Ma il 2015 è stato anche l’anno del successo di Expo con cui Milano è diventata la capitale morale del Paese. Nonostante i lavori in extremis, gli indagati e gli hamburger di McDonald’s, #Expo2015 ha portato a Rho più persone di quante pronosticate (21 milioni) e rimarrà nella memoria per lo spettacolo di luci dell’Albero della Vita, la rete del Brasile e la fila al Padiglione del Giappone. Il quesito esistenziale dell’anno? «Ma perché non siamo venuti a giugno?», detto da chi ha aspettato ottobre per andarci.

Mentre Messina è senz’acqua per diversi giorni, dal Vaticano fuoriescono documenti segreti. Il #Vatileaks ha messo a processo persino due giornalisti e la libertà di espressione. (Mi scusi, per la Sacra Inquisizione, di qua?). E a proposito di tribunali, Alberto Stasi è una volta per tutte colpevole, punto (un punto lungo otto anni). Raffaele Sollecito e Amanda Knox sono innocenti, altro punto (altri otto anni). Ma la giustizia non riesce a raggiungere i diritti civili in Italia. Se ad inizio anno ci “consolavamo” dicendo, «Dai, non siamo gli ultimi a non riconoscere gli stessi diritti alle coppie omosessuali, ci sono ancora Grecia e Stato islamico», ebbene, con un colpo di scena di fine anno, anche la sprofondante patria del virile Spartaco ha trovato il tempo per riconoscere le unioni gay. Riuscirà Al-Baghdadi a diventare arcobaleno prima di noi?

Zuckerberg facebook child daughter
Mark Zuckerberg perde la testa per la figlia appena nata e decide di donare il 99% delle azioni di Facebook con le quale potrebbe comprarsi la Slovenia (1 dicembre)

Lo sport fa schifo. Quest’anno tanti sportivi, a tutti i livelli, sono stati pescati con le mani nella marmellata. Da sconosciuti dell’atletica leggera a ministri dello Sport, da squadre di calcio parrocchiali con partite truccate ai vertici della Fifa. Pur di garantirsi il posto o la scommessa, lo spirito agonistico è finito nel cesso, o in una siringa. L’unico modo per viverlo? Spegnere la TV e andare a fare una corsa nel parco. E per fortuna che ci sono le donne. Flavia Pennetta e Roberta Vinci sono il meglio dell’export italiano. Tenacia, onestà e simpatia è il mix #VinciPennetta.

E a proposito di donne, Samantha Cristoforetti è tornata coi piedi per terra. E per fortuna! La ragazza si stava montando la testa, a dire di quanti credono che le donne debbano stare solo dietro ai fornelli e non perseguire carriere professionali senza figliare. Ad oggi, al riguardo, è uscito allo scoperto dal Pleistocene soltanto un giornalista del Foglio, che probabilmente invece che sul tablet scrive ancora su tavolette di cera seduto a gambe incrociate. Emozioni dallo spazio anche grazie a Plutone, la cui superficie è stata fotografata per la prima volta da una distanza molto ravvicinata. Il 14 luglio il web, nel postarlo, è impazzito che neanche i parigini di fronte alla Bastiglia 226 anni prima.

birmania elezione fine dittatura
Buone notizie dalla Birmania. Cessa la dittatura, il popolo vota il premio Nobel per la Pace Aung San Su-Kyi (8 novembre)

I populisti continuano a crescere. Il Front National di Marine Le Pen fa man bassa di voti al primo turno delle regionali francesi, salvo rimanere a bocca asciutta nel secondo. Ma destre e sinistre moderate hanno poco da festeggiare. Se non trovano presto credibilità nell’elettorato, faranno la fine dei loro antenati del secolo scorso, fagocitati da chi tra le due guerre sapeva parlare alle pance dei popoli affranti.

Non è bastato lo storico disgelo tra americani e cubani. Tra Russia e Stati Uniti la guerra fredda non è mai finita. E i due paesi devono per giunta convivere con ombre interne. Il primo ha insabbiato le indagini sull’uccisione del principale oppositore di Putin; il secondo continua a contare le vittime di pistoleri squilibrati all’uscita delle scuole. Intanto l’Italia (e tutta l’Europa Occidentale) è circondata da conflitti. A sud, il Nord Africa delle primavere arabe non trova pace. A sud-est, il Medio Oriente è sempre più incasinato, con popoli dagli stessi nemici che si bombardano a vicenda. Siriani di regime contro siriani ribelli; ribelli contro Isis; russi contro Isis e ribelli; Isis contro tutti. E ancora: sciiti contro sunniti; sauditi contro houiti; israeliani contro palestinesi. E per stringere il cerchio: Erdogan contro Putin; Balcani contro immigrati; ucraini filoeuropei contro ucraini filorussi. E la vicina e neutrale Svizzera che ci ricorda quanto sia bello fottersene un cazzo di tutti e passare il tempo a contare denari.

copilota suicida lufthansa
Un aereo Germanwings precipita in Provenza per colpa del copilota suicida (24 marzo)

Greta e Vanessa – le giovani volontarie sequestrate in Siria – tornano a casa, e l’unica preoccupazione del vice presidente del Senato Maurizio Gasparri è «Sesso consenziente con i guerriglieri? E noi paghiamo!». Zayn Malik, come un John Lennon col risvoltino, abbandona gli One Direction; grida e lamenti su Twitter; 13enni amareggiate in cerca della Yoko Ono dei poveri. Ogni punto fermo delle nostre inutili vite è infine crollato con la scoperta che Bill Cosby è stato uno stupratore seriale di decine di ragazzine che ha narcotizzato prima di violentare. (Avete presente cosa si prova a beccare Babbo Natale farsi un folletto?). Ma la domanda che ha mandando in tilt i quozienti intellettivi – e le retine – di mezzo mondo è stata: «Ragazzi, questo vestito è bianco e oro o nero e blu?». Merito di #TheDress (che, ribadiamolo, è nero e blu, perdio!) ha fatto tornare di moda le righe che credevamo archiviate con gli Anni dieci. Nel 2015 è tornato Star Wars, e la Forza ha di sicuro assistito la campagna pubblicitaria: si è capito dove sono stati investiti tutti i soldi della banche elleniche… e #Grexit fu. Ma dai cieli la minaccia vera è lo smog accentuato da un inverno mite e senza perturbazioni, dopo un’estate dal caldo record. I grandi della terra si sono riuniti per parlare di contenimento dell’effetto serra ma, ancora una volta, si è detto tanto sui buoni propositi per il futuro e poco di cosa fare nel presente.

Un anno di chiacchiere, di immigrati e di morti. L’anno in cui se ne sono andati anche Pino Daniele, Anita Ekberg, B. B. King, Michele Ferrero, Christopher Lee, Pietro Ingrao, Licio Gelli. E Moira Orfei. La quale ci ricorda che forse il circo e le illusioni trovano posto sempre più spesso fuori dai tendoni.

Adele hello single record
Adele esce con il singolo “Hello” rompendo diversi record di vendite e visualizzazioni (23 ottobre)

#PourteOuverte

parigi porte aperte ospitalità twitter

Giornalisti che fomentano l’odio con titoli di giornale. Capi di stato che invocano la chiusura delle frontiere. Politici che corrono a Parigi per girare videomessaggi propagandistici con lo sfondo della Torre Eiffel.
E poi parigini che passano la notte ad ospitare gli scampati agli attentati a colpi di hashtag, e ancora parigini che cantano l’inno nazionale all’uscita dello stadio colpito dagli attentatori.
Il 13 novembre mi ha insegnato che c’è speranza per il futuro. E che a una politica dell’odio e della chiusura (che fa solo il gioco dei terroristi) bisogna rispondere con le porte aperte. Così vedrai come si incazzano. Oggi sono solo #PourteOuverte.

Ultimi giorni di Expo 2015. Andarci o no?

Expo 2015 mappa suggerimenti
Mappa ufficiale di Expo con alcuni appunti presi durante la visita: cosa mangiare, cosa vedere, dove fare pipì, i percorsi consigliati.

Sono rimaste due settimane alla fine di Expo Milano 2015 e, a giudicare dall’andamento di questi giorni, saranno dominate da un boom di presenze da bollino rosso, allarme Protezione Civile, tornado Forza 5. Per voi 2 milioni di furbetti che avete atteso gli sgoccioli per fiondarvi a Rho, arrivarci preparati è quanto meno es-sen-zia-le: per la vostra vescica, il portafoglio e l’equilibrio psicofisico in generale. Ecco dunque una rapida guida antistress aggiornata alle ultime giornate da 100 mila visitatori e passa (oltre 200 mila il sabato e la domenica).

Partiamo da cosa vedere. E sia chiaro: se vi va bene riuscirete a coprire un quinto di tutta l’area in un solo giorno; l’opera è semplicemente imponente. Occhio: in questa esposizione universale dominata dalla tendenza dei paesi partecipanti all’andare fuori tema, i padiglioni si dividono in tre categorie. 1) Quelli che hanno azzeccato il tema, la “nutrizione”, ovvero la disponibilità di nutrienti che consentono la vita; 2) quelli che hanno confuso nutrizione con “alimentazione” e sono più che altro una saga dei piatti tipici, e 3) quelli che non hanno capito dove stanno di casa e pensano solo a fare da tour operator per il proprio paese.

Zero Pavilion Expo 2015
Il Teatro della Memoria, la monumentale sala d’ingresso del Padiglione Zero.

I 7 padiglioni da visitare (ma non ce la farete mai).

A fine ottobre, vedere cinque padiglioni in un giorno è già tanto, specie nel weekend. L’unico che merita l’attributo di “eccezionale” è il Padiglione Zero in cui l’arte sa emozionare ed istruire allo stesso tempo. Sulla stessa lunghezza d’onda: Italia (ricco e scenografico), Germania (il più didattico) e Svizzera (sobrio ma dal messaggio micidiale). Il tanto venerato Giappone è sì il più poetico, ma scivola nell’autocelebrazione. Lasciano il segno anche la tecnologica Corea del Sud e il magico Regno Unito da visitare esclusivamente di sera: meno code e… che luci!

Brazil Pavilion - The net - Expo 2015
La rete del Padiglione Brasile

I 7 padiglioni di scorta nel caso ci sia troppa coda ai primi 7 (ma tanto ci sarà coda anche qua).

La rete del Brasile è diventato il vero landmark di questa manifestazione. Fateci un selfie, una risata e via (se ci riuscite). Il contemplativo Bahrain rappresenta una piacevole pausa dal caos del Decumano. Marocco, Azerbaijan e Angola sono mostre gustose che si lasciano studiare. Gli Emirati Arabi, poi, espongono quel lusso languido che piace tanto a noi poveracci. Menzione speciale all’Austria che promuove con la struttura stessa del padiglione una nuova tipologia architettonica con bosco incorporato.

I 10 padiglioni a cui solo un folle si metterebbe in coda.

O non hanno centrato il tema, o sono semplicemente brutti: Sudan, Nepal, Moldavia, Bielorussia, Argentina, Ungheria, Romania, Messico, Turchia, Oman.

Turkmenistan Pavilion - Expo 2015
Il Turkmenistan ha messo in mostra taniche di benzina e progetti di infrastrutture. Chiaramente è a Milano solo per promuovere se stesso.

I 3 padiglioni da guardare per quanto sono brutti!

Il Turkmenistan è fenomenale: così fuori luogo e agghiacciante che merita la visita. Il tema è “Abbiamo tanto petrolio e stiamo costruendo ecomostri”. Dalla Santa Sede non ci si poteva aspettare tanto in tempi di spending review francescana, ma sarete compensati a fine visita da una calamita col volto di Bergoglio, #checulo. L’Olanda ha deciso che tanto valeva riempire il proprio lotto con chioschetti di birra e hot-dog, “E al diavolo l’ipocrisia occidentale della lotta alla fame nel mondo quando si spendono miliardi di euro per cementificare Rho”. I più coerenti?

“Ho fame e pochi soldi”.

Sappi che se vuoi spendere meno di 15 euro a pasto mangerai probabilmente junk-food (che detto ad un Expo sulla nutrizione…). I ristoranti annessi ai padiglioni sono tutti costosi. I tanti chioschetti di street-food lungo il canale propongono hamburger, hot-dog, focacce, pizze e altri prodotti internazionali a prezzi da città. Se vi piacciono falafel e kebab consiglio la Palestina nel cluster delle zone aride: economico e gustoso. Nel cluster frutta e legumi avrete due scelte a 3 euro: macedonia o patatine fritte.

“Mi scappa la pipì”.

Mai utilizzare i bagni ai piani terra in questi giorni finali. File e lerciume ovunque. La gente è così pigra che piuttosto che fare le scale se la tiene e si mette in coda. Toilette come I9 e C21 (vedi mappa), ai margini dell’area e con servizi al primo piano, sono vuoti anche quando fuori c’è l’Armageddon.

Expo 2015 vie d'acqua“Odio la gente”

Già dopo dieci minuti di camminata lungo il Decumano, perennemente intasato, monta la voglia di usare un lanciafiamme per farsi largo tra la folla. Onde evitare ogni istinto omicida, il consiglio è quello di camminare lungo le vie parallele: i percorsi sui canali sono più silenziosi e panoramici. (Vedi percorso consigliato).

Expo Milano 2015 Decumano“Mi fanno male le gambe”

Nota bene. Ad Expo è quasi impossibile sedersi. Le poche panchine sono costantemente prese d’assalto. Se avete il pranzo al sacco o volete consumare il cuoppo di fritto napoletano preso di fianco allo stand del Corriere della Sera (5 euro), un posto gradevole per sostare è la vasta gradinata sull’acqua di fianco al padiglione Intesa Sanpaolo.

Italy Pavilion - Expo 2015
Una delle sale del Palazzo Italia

“Insomma, si parla solo di code: vado o no a sto cacchio di Expo?”

Decisamente sì. Nonostante le sue contraddizioni ed incompiutezze, le code e le spallate, con Expo Milano 2015 l’Italia è per un attimo il centro del mondo, e lo si percepisce. Nessun altro posto sulla Terra in questo preciso istante può contare la stessa densità umana e di idee come questo fazzoletto di terra alla periferia di Rho. Riunire genti diverse da tutto il mondo è sempre un fatto positivo. Vuoi per passione per l’arte o l’architettura, per interesse sociologico, data l’unicità dell’evento, o per semplice curiosità, una visita ne vale la pena. Quante volte nella vita si ha l’occasione di partecipare ad eventi così imponenti alla stregua di Olimpiadi e funerali di Papi? Forse una. E questa volta ce l’abbiamo dietro casa.

Dunque perché perdersela?

(Vi siete persi il padiglione del Giappone o lo spettacolo finale? Ecco le mie riprese all’interno del percorso)

Expo 2015 stamps
I timbri dei padiglioni

Are we evil.

pinocchio Guggenheim museumQueste foto le scattai nel 2009 durante una mostra al Guggenheim Museum di New York. All’ingresso del museo, proprio di fronte alla coda per la biglietteria, avevano piazzato un Pinocchio annegato che faceva un certo effetto: rivolto a pancia in giù nell’acqua, annegato in mezzo al frastuono di quella grande sala elicoidale, veniva quasi voglia di andare a voltarlo per dargli almeno la dignità di mostrare il volto. Il simbolo dell’infanzia, di tutte le infanzie – simulacro dell’innocenza degli uomini – abbandonato lì, senza potergli vedere gli occhi né il nasino, mentre tutti attorno scattavano foto.

pinocchio Guggenheim museumLa mostra cominciava, così, con una certa dose di angoscia. “Are we evil.” Questo era il titolo che campeggiava sul pavimento. Non è possibile tradurlo con un semplice “Siamo cattivi.” La costruzione grammaticale della frase inglese implica un’interrogativa, però viene conclusa con un punto fermo e non un interrogativo. Come se, dando voce a quel dubbio, l’interlocutore avesse in mente di chiedere se fossimo davvero cattivi, ma pronunciandolo si rendesse conto, guardando quel Pinocchio riverso, che sì, noi uomini siamo davvero cattivi. Irrimediabilmente. Per cui non c’è bisogno di alcun punto di domanda.

Piccolo Aylan spiaggia bodruLa foto di oggi, del corpicino senza vita del bambino siriano alla mercé delle onde turche, è insopportabile. Mi fa incazzare l’Occidente che non ha ancora individuato un’azione condivisa per aiutare chi muore in Siria e chi scappa dalle guerre, tutti schiavi dell’elettorato domestico sempre più xenofobo. Mi fanno incazzare le guerre e l’uomo che non capisce che la vita che abbiamo è una soltanto e che tanto vale viverla nella maniera più conciliante possibile. Mi fa incazzare l’Europa che sta a guardare il bambino annegato come i visitatori del Guggenheim a bordo vasca. Mi fanno incazzare quelli che marciano su queste morti per fare propaganda, per dire che se è morto è colpa di un presidente del Consiglio, di un ministro o di un partito (è colpa di tutti, stronzo!). Mi fanno incazzare le persone miopi che credono che l’unica soluzione per fermare il tutto sia mettere barriere, ergere muri, affondare i barconi prima che partano (perché non puoi fermare la disperazione quando si aggrappa ad una speranza, quella di far vivere una vita migliore ad un bambino vestito di rosso e di blu, con le scarpine ancora ai piedi nonostante le ore in cui è stato cullato dal mare verso un sonno che non vedrà mai fine). Oggi sono incazzato.

La Santarcangelo dei Pornai

santarcangelo teatri ballerino nudo pipì 3Sui giornali di oggi si legge, “Santarcangelo: residenti e opposizione si sono presentati in Caserma per sporgere denuncia contro lo spettacolo del ballerino nudo in piazza”.
La vicenda è la seguente. Si è da poco concluso il festival – oramai internazionalmente riconosciuto – Santarcangelo dei Teatri che da anni trasforma per qualche giorno le vie del centro storico della cittadina romagnola in palcoscenici all’aperto. Fatti-non-foste-a-viver-come-bruti, un bel giorno la ridente cittadina si svegliò con un adone danzante che esibiva i gioielli di famiglia al vento mentre metteva in scena una coreografia di Tino Sehgal. Il nome poco importa; non lo conosco io, non lo conoscete voi e forse non lo conosce nemmeno sua madre. Fatto sta che si tratta di uno spettacolo (un assolo maschile che ripercorre gli ultimi cent’anni della Danza) che gira il mondo da 15 anni e che non ha mai scatenato masturbazioni di massa né piogge di reggiseni. Finché non giunse a sconquassare il cheto-vivere della – a quanto pare – vittoriana Santarcangelo di Romagna, dove i giardini sono ancora popolati da matrone con l’ombrellino bianco di pizzo e oh, signoria mia, certe cose proprio no. “Questa non è arte!”. Tuonarono i paesani dopo aver messo da parte l’aratro e finito di foraggiare il bestiame. E giù andarono dritti dritti, tutti in coda, fino al comando dei Carabinieri del villaggio per denunciare la coreografia galeotta (peraltro finanziata dalla Francia per il festival clementino). “Ci sono i bambini, ci sono i bambini!”. Ah, i bambini! Proprio quelli a cui regalano lo smartphone a 10 anni per andare su ask.fm e chiedere alla community online se col sesso anale si prendono le malattie, perché guai a parlarne con mamma e papà. Sono troppo impegnati a sgranare il rosario.

Un quadretto folkloristico provinciale, quello di queste sentinelle della “purificazione” che si accodano davanti alla Caserma, che mi ricorda tanto la scena del film Malèna in cui le donne di un paese del profondo sud, da sempre frustrate e bigotte (e sotto sotto invidiose della freschezza moderna della protagonista), hanno colto la scusa del collaborazionismo coi tedeschi della bella ragazza per linciarla pubblicamente in piazza. Rigorosamente vestite col nero della continenza.

Peccato che l’Arte non possa essere scalfita, né umiliata, perché è più forte dei calci, delle forbici e dei sassi. L’Arte può essere amata od odiata, ma resta eterna. Mentre di queste piccole persone che hanno la pretesa di sapere cosa è giusto e cosa no, tutte in coda vestite di nero, non resterà alcun ricordo.

malena linciaggio