Ultimi giorni di Expo 2015. Andarci o no?

Expo 2015 mappa suggerimenti
Mappa ufficiale di Expo con alcuni appunti presi durante la visita: cosa mangiare, cosa vedere, dove fare pipì, i percorsi consigliati.

Sono rimaste due settimane alla fine di Expo Milano 2015 e, a giudicare dall’andamento di questi giorni, saranno dominate da un boom di presenze da bollino rosso, allarme Protezione Civile, tornado Forza 5. Per voi 2 milioni di furbetti che avete atteso gli sgoccioli per fiondarvi a Rho, arrivarci preparati è quanto meno es-sen-zia-le: per la vostra vescica, il portafoglio e l’equilibrio psicofisico in generale. Ecco dunque una rapida guida antistress aggiornata alle ultime giornate da 100 mila visitatori e passa (oltre 200 mila il sabato e la domenica).

Partiamo da cosa vedere. E sia chiaro: se vi va bene riuscirete a coprire un quinto di tutta l’area in un solo giorno; l’opera è semplicemente imponente. Occhio: in questa esposizione universale dominata dalla tendenza dei paesi partecipanti all’andare fuori tema, i padiglioni si dividono in tre categorie. 1) Quelli che hanno azzeccato il tema, la “nutrizione”, ovvero la disponibilità di nutrienti che consentono la vita; 2) quelli che hanno confuso nutrizione con “alimentazione” e sono più che altro una saga dei piatti tipici, e 3) quelli che non hanno capito dove stanno di casa e pensano solo a fare da tour operator per il proprio paese.

Zero Pavilion Expo 2015
Il Teatro della Memoria, la monumentale sala d’ingresso del Padiglione Zero.

I 7 padiglioni da visitare (ma non ce la farete mai).

A fine ottobre, vedere cinque padiglioni in un giorno è già tanto, specie nel weekend. L’unico che merita l’attributo di “eccezionale” è il Padiglione Zero in cui l’arte sa emozionare ed istruire allo stesso tempo. Sulla stessa lunghezza d’onda: Italia (ricco e scenografico), Germania (il più didattico) e Svizzera (sobrio ma dal messaggio micidiale). Il tanto venerato Giappone è sì il più poetico, ma scivola nell’autocelebrazione. Lasciano il segno anche la tecnologica Corea del Sud e il magico Regno Unito da visitare esclusivamente di sera: meno code e… che luci!

Brazil Pavilion - The net - Expo 2015
La rete del Padiglione Brasile

I 7 padiglioni di scorta nel caso ci sia troppa coda ai primi 7 (ma tanto ci sarà coda anche qua).

La rete del Brasile è diventato il vero landmark di questa manifestazione. Fateci un selfie, una risata e via (se ci riuscite). Il contemplativo Bahrain rappresenta una piacevole pausa dal caos del Decumano. Marocco, Azerbaijan e Angola sono mostre gustose che si lasciano studiare. Gli Emirati Arabi, poi, espongono quel lusso languido che piace tanto a noi poveracci. Menzione speciale all’Austria che promuove con la struttura stessa del padiglione una nuova tipologia architettonica con bosco incorporato.

I 10 padiglioni a cui solo un folle si metterebbe in coda.

O non hanno centrato il tema, o sono semplicemente brutti: Sudan, Nepal, Moldavia, Bielorussia, Argentina, Ungheria, Romania, Messico, Turchia, Oman.

Turkmenistan Pavilion - Expo 2015
Il Turkmenistan ha messo in mostra taniche di benzina e progetti di infrastrutture. Chiaramente è a Milano solo per promuovere se stesso.

I 3 padiglioni da guardare per quanto sono brutti!

Il Turkmenistan è fenomenale: così fuori luogo e agghiacciante che merita la visita. Il tema è “Abbiamo tanto petrolio e stiamo costruendo ecomostri”. Dalla Santa Sede non ci si poteva aspettare tanto in tempi di spending review francescana, ma sarete compensati a fine visita da una calamita col volto di Bergoglio, #checulo. L’Olanda ha deciso che tanto valeva riempire il proprio lotto con chioschetti di birra e hot-dog, “E al diavolo l’ipocrisia occidentale della lotta alla fame nel mondo quando si spendono miliardi di euro per cementificare Rho”. I più coerenti?

“Ho fame e pochi soldi”.

Sappi che se vuoi spendere meno di 15 euro a pasto mangerai probabilmente junk-food (che detto ad un Expo sulla nutrizione…). I ristoranti annessi ai padiglioni sono tutti costosi. I tanti chioschetti di street-food lungo il canale propongono hamburger, hot-dog, focacce, pizze e altri prodotti internazionali a prezzi da città. Se vi piacciono falafel e kebab consiglio la Palestina nel cluster delle zone aride: economico e gustoso. Nel cluster frutta e legumi avrete due scelte a 3 euro: macedonia o patatine fritte.

“Mi scappa la pipì”.

Mai utilizzare i bagni ai piani terra in questi giorni finali. File e lerciume ovunque. La gente è così pigra che piuttosto che fare le scale se la tiene e si mette in coda. Toilette come I9 e C21 (vedi mappa), ai margini dell’area e con servizi al primo piano, sono vuoti anche quando fuori c’è l’Armageddon.

Expo 2015 vie d'acqua“Odio la gente”

Già dopo dieci minuti di camminata lungo il Decumano, perennemente intasato, monta la voglia di usare un lanciafiamme per farsi largo tra la folla. Onde evitare ogni istinto omicida, il consiglio è quello di camminare lungo le vie parallele: i percorsi sui canali sono più silenziosi e panoramici. (Vedi percorso consigliato).

Expo Milano 2015 Decumano“Mi fanno male le gambe”

Nota bene. Ad Expo è quasi impossibile sedersi. Le poche panchine sono costantemente prese d’assalto. Se avete il pranzo al sacco o volete consumare il cuoppo di fritto napoletano preso di fianco allo stand del Corriere della Sera (5 euro), un posto gradevole per sostare è la vasta gradinata sull’acqua di fianco al padiglione Intesa Sanpaolo.

Italy Pavilion - Expo 2015
Una delle sale del Palazzo Italia

“Insomma, si parla solo di code: vado o no a sto cacchio di Expo?”

Decisamente sì. Nonostante le sue contraddizioni ed incompiutezze, le code e le spallate, con Expo Milano 2015 l’Italia è per un attimo il centro del mondo, e lo si percepisce. Nessun altro posto sulla Terra in questo preciso istante può contare la stessa densità umana e di idee come questo fazzoletto di terra alla periferia di Rho. Riunire genti diverse da tutto il mondo è sempre un fatto positivo. Vuoi per passione per l’arte o l’architettura, per interesse sociologico, data l’unicità dell’evento, o per semplice curiosità, una visita ne vale la pena. Quante volte nella vita si ha l’occasione di partecipare ad eventi così imponenti alla stregua di Olimpiadi e funerali di Papi? Forse una. E questa volta ce l’abbiamo dietro casa.

Dunque perché perdersela?

(Vi siete persi il padiglione del Giappone o lo spettacolo finale? Ecco le mie riprese all’interno del percorso)

Expo 2015 stamps
I timbri dei padiglioni

Are we evil.

pinocchio Guggenheim museumQueste foto le scattai nel 2009 durante una mostra al Guggenheim Museum di New York. All’ingresso del museo, proprio di fronte alla coda per la biglietteria, avevano piazzato un Pinocchio annegato che faceva un certo effetto: rivolto a pancia in giù nell’acqua, annegato in mezzo al frastuono di quella grande sala elicoidale, veniva quasi voglia di andare a voltarlo per dargli almeno la dignità di mostrare il volto. Il simbolo dell’infanzia, di tutte le infanzie – simulacro dell’innocenza degli uomini – abbandonato lì, senza potergli vedere gli occhi né il nasino, mentre tutti attorno scattavano foto.

pinocchio Guggenheim museumLa mostra cominciava, così, con una certa dose di angoscia. “Are we evil.” Questo era il titolo che campeggiava sul pavimento. Non è possibile tradurlo con un semplice “Siamo cattivi.” La costruzione grammaticale della frase inglese implica un’interrogativa, però viene conclusa con un punto fermo e non un interrogativo. Come se, dando voce a quel dubbio, l’interlocutore avesse in mente di chiedere se fossimo davvero cattivi, ma pronunciandolo si rendesse conto, guardando quel Pinocchio riverso, che sì, noi uomini siamo davvero cattivi. Irrimediabilmente. Per cui non c’è bisogno di alcun punto di domanda.

Piccolo Aylan spiaggia bodruLa foto di oggi, del corpicino senza vita del bambino siriano alla mercé delle onde turche, è insopportabile. Mi fa incazzare l’Occidente che non ha ancora individuato un’azione condivisa per aiutare chi muore in Siria e chi scappa dalle guerre, tutti schiavi dell’elettorato domestico sempre più xenofobo. Mi fanno incazzare le guerre e l’uomo che non capisce che la vita che abbiamo è una soltanto e che tanto vale viverla nella maniera più conciliante possibile. Mi fa incazzare l’Europa che sta a guardare il bambino annegato come i visitatori del Guggenheim a bordo vasca. Mi fanno incazzare quelli che marciano su queste morti per fare propaganda, per dire che se è morto è colpa di un presidente del Consiglio, di un ministro o di un partito (è colpa di tutti, stronzo!). Mi fanno incazzare le persone miopi che credono che l’unica soluzione per fermare il tutto sia mettere barriere, ergere muri, affondare i barconi prima che partano (perché non puoi fermare la disperazione quando si aggrappa ad una speranza, quella di far vivere una vita migliore ad un bambino vestito di rosso e di blu, con le scarpine ancora ai piedi nonostante le ore in cui è stato cullato dal mare verso un sonno che non vedrà mai fine). Oggi sono incazzato.

La Santarcangelo dei Pornai

santarcangelo teatri ballerino nudo pipì 3Sui giornali di oggi si legge, “Santarcangelo: residenti e opposizione si sono presentati in Caserma per sporgere denuncia contro lo spettacolo del ballerino nudo in piazza”.
La vicenda è la seguente. Si è da poco concluso il festival – oramai internazionalmente riconosciuto – Santarcangelo dei Teatri che da anni trasforma per qualche giorno le vie del centro storico della cittadina romagnola in palcoscenici all’aperto. Fatti-non-foste-a-viver-come-bruti, un bel giorno la ridente cittadina si svegliò con un adone danzante che esibiva i gioielli di famiglia al vento mentre metteva in scena una coreografia di Tino Sehgal. Il nome poco importa; non lo conosco io, non lo conoscete voi e forse non lo conosce nemmeno sua madre. Fatto sta che si tratta di uno spettacolo (un assolo maschile che ripercorre gli ultimi cent’anni della Danza) che gira il mondo da 15 anni e che non ha mai scatenato masturbazioni di massa né piogge di reggiseni. Finché non giunse a sconquassare il cheto-vivere della – a quanto pare – vittoriana Santarcangelo di Romagna, dove i giardini sono ancora popolati da matrone con l’ombrellino bianco di pizzo e oh, signoria mia, certe cose proprio no. “Questa non è arte!”. Tuonarono i paesani dopo aver messo da parte l’aratro e finito di foraggiare il bestiame. E giù andarono dritti dritti, tutti in coda, fino al comando dei Carabinieri del villaggio per denunciare la coreografia galeotta (peraltro finanziata dalla Francia per il festival clementino). “Ci sono i bambini, ci sono i bambini!”. Ah, i bambini! Proprio quelli a cui regalano lo smartphone a 10 anni per andare su ask.fm e chiedere alla community online se col sesso anale si prendono le malattie, perché guai a parlarne con mamma e papà. Sono troppo impegnati a sgranare il rosario.

Un quadretto folkloristico provinciale, quello di queste sentinelle della “purificazione” che si accodano davanti alla Caserma, che mi ricorda tanto la scena del film Malèna in cui le donne di un paese del profondo sud, da sempre frustrate e bigotte (e sotto sotto invidiose della freschezza moderna della protagonista), hanno colto la scusa del collaborazionismo coi tedeschi della bella ragazza per linciarla pubblicamente in piazza. Rigorosamente vestite col nero della continenza.

Peccato che l’Arte non possa essere scalfita, né umiliata, perché è più forte dei calci, delle forbici e dei sassi. L’Arte può essere amata od odiata, ma resta eterna. Mentre di queste piccole persone che hanno la pretesa di sapere cosa è giusto e cosa no, tutte in coda vestite di nero, non resterà alcun ricordo.

malena linciaggio

I criticoni delle cartoline di Cattelan

cartoline maurizio cattelanSorrido perché mi chiedo quante mostre di arte contemporanea abbiano visto quelli che, criticando le cartoline della serie Saluti da Rimini dell’artista Maurizio Cattelan, dicono “questa non è arte, l’arte è un’altra cosa”. Sorrido perché intanto l’arte contemporanea se la ride sardonicamente di fronte a tanta indignazione, dato che il suo scopo è proprio quello di non dare risposte ma generare quesiti, essere inaspettata e irriverente. Sorrido perché quelli che si lamentano delle cartoline di Cattelan ne sono stati probabilmente protagonisti in una fase della loro vita, tra esibizione di virilità e coperte di lattine di birra (e la coda di paglia, si sa, ce l’hanno in tanti). Sorrido perché coloro che dicono “questa non è Rimini” hanno contribuito a costruirne il preciso mito della Rimini vitellona, luogo per l’eros e la superficialità, negli anni 70, 80 e 90, e c’è poco da lamentarsi se nei visitatori di oggi è rimasta ancora questa percezione. Volete una Rimini diversa e riconosciuta per la sua potenza culturale, paesaggistica, enogastronomica e imprenditoriale? Datevi da fare esattamente come vi siete impegnati a flirtare con le tedesche e le polacche, e non aspettate che cali sempre tutto dall’alto. Chi si indigna lo fa perché si riconosce in queste cartoline ma non ha il coraggio di ammetterlo.

saluti rimini maurizio cattelan patatine fritte

Un sabato pomeriggio a L’Aquila

Mentre in tutti i centri storici d’Italia, dai tempi di Leopardi e del ‘Sabato del villaggio’ e prima ancora, il sabato pomeriggio si va a passeggio (si fanno le “vasche”), a L’Aquila si sente solo il rumore dei propri passi scricchiolare sui vicoli ancora ricoperti da briciole di edifici. Sono passati sei anni dallo sconquasso sgorgato dal sottosuolo, e la città è ancora priva di identità: ogni singolo palazzo del centro storico è inscatolato in scafandri di legno e metallo. E la sensazione è che lo scenario rimarrà tale per qualche decade a venire. Vuoi per le lungaggini all’italiana, vuoi per l’effettiva imponenza dell’intervento richiesto. Ricostruire una città intera in un sol colpo – un insediamento frutto di stratigrafie edilizie lunghe dei secoli – è uno sforzo titanico probabilmente mai chiesto a nessun altro prima d’ora.
L’Aquila oggi è un relitto urbano. Un’urbanità frantumata. Nella pietra e nel cuore.

Un editoriale infelice

Risposta all’editoriale di Andrea Cangini del 09/01/2014

Caro Direttore,


leggo ed apprezzo spesso i suoi editoriali. Tuttavia quello del 9 gennaio l’ho trovato piuttosto infelice, semplicistico e pericoloso. Le spiego perché.

Comincia il suo pezzo lasciandosi anche Lei soggiogare dall’accattivante e cinematografico concetto dello “scontro di civiltà”, secondo lei in atto dal 11 settembre 2001. Possibile che non riesca ad essere un po’ meno banale? La teoria dello scontro tra occidentali-cristiani e arabi-musulmani è una falsità per il semplice fatto che le prime vittime degli jihadisti sono i musulmani stessi, trucidati a decine ogni giorno in Siria, ma che non fanno notizia. Ad essere in atto è semplicemente uno scontro tra mondo civile e terrorismo.

Altro punto. Dopo l’attentato di Charlie Hebdo non è fallita alcuna integrazione degli arabi in Europa. Se una manciata di francesi (nati in Francia da genitori francesi) compie atti terroristici al grido di Allah, mentre altri 3 milioni di musulmani vivono pacificamente pagando tasse, mandando i propri figli in scuole francesi e non incendiano le istituzioni europee a cadenza mensile, non significa – come sostiene lei – che il modello di integrazione sia fallito. Nonostante alcuni momenti di criticità delle periferie parigine (non più gravi delle nostre frequenti e violente rivolte per le strade di Roma o i cantieri della Val di Susa ad opera di italiani) la convivenza in Francia è pratica consolidata oramai da quattro generazioni. Dopotutto se milioni di padri e madri e bambini sono emigrati dall’Oriente nei decenni passati, lasciandosi dietro affetti e radici, non è stato per sete di conquista sull’Ovest – come alcune sceneggiature mangia-consensi vogliono farci credere -, ma per garantire benessere alla propria famiglia, attirati dagli standard qualitativi dell’Occidente (università, scuole, sanità, sicurezza sulle strada…) come capitò ai nostri nonni smistati sulle rive di New York.

Quando poi, caro Direttore, si domanda se sia il caso o meno di regolarizzare gli extracomunitari a seconda dell’etnia (implicando una maggiore rigidità verso donne, uomini e bambini islamici) trovo ripugnante il solo fatto che Lei si ponga un tale quesito, anticamera di qualcosa che ricorda gli orrori dell’olocausto. Lei sostiene questa tesi affermando che ci sono più punti in comune tra un italiano e un filippino che tra un italiano e un algerino, e quindi – lascia intendere – i primi sono ben accetti, i secondi no, anche se magari, aggiungo io, sono quelli che le servono la cena al ristorante, le puliscono il vano scale del suo bel palazzo o le servono i farmaci quando sta male. Premesso che questa sua ipotizzata “selezione di etnie” con cui convivere – a differenza di quanto sostiene – è puro razzismo (!), è davvero così sciocco da credere di spaventare i terroristi fanatici bloccando le frontiere al loro gruppo culturale di appartenenza? Pensa davvero che questi non trovino altre strade per penetrare nel suo cinema, ristorante o redazione per sequestrare ostaggi o farsi esplodere? I problemi si affrontano alla radice, caro Direttore, non con operazioni semplicistiche che finiscono solo per svantaggiare gli innocenti e lasciare praterie sterminate ai malintenzionati, che intanto si riorganizzano e sogghignano ad una tale stupidità.

Quando poi Lei ricorre all’oramai frusto aforisma del “non tutti i musulmani sono terroristi, ma tutti i terroristi sono musulmani” risulta, oltre che riduttivo, persino demodé. In America non tutti gli italiani sono mafiosi, però tutti i mafiosi sono italiani. Allora che facciamo?, blocchiamo gli scali USA a tutti i Mario Rossi che hanno vinto una borsa di studio ad Harvard?, a tutti i Guido Bianchi che vogliono aprire una panetteria a Manhattan? Andiamo, caro Direttore, è intelligente: si sforzi un poco. È così difficile studiare realtà diverse dalla sua? Lasci il peso di tali approssimazioni ai salvini di turno, si conceda un po’ di pilates mentale.

Lei sostiene poi che non basta più consolarsi con la presenza degli “islamici moderati”, che questi devono fare qualcosa di concreto. Premesso che i rappresentanti musulmani in Occidente si sono dissociati dai fatti criminali un attimo dopo i colpi d’arma da fuoco, quello che Lei e altri chiedono è come se gli americani chiedessero a Lei o ai suoi parenti italo-americani di dissociarsi dal mafioso di turno che ha sparato a un poliziotto per le strade di Boston; a Lei che, nella sua routine quotidiana da onesto cittadino, vive nella totale alienazione da quelle pratiche. Ho vissuto parecchio tempo in Nord America e, ogni volta che da stranieri disinformati venivo associato alla mafia solo perché Italiano, provavo profondo imbarazzo; giunsi al punto di stancarmi di difendere ogni volta l’integrità morale mia e del 99,9% dei miei connazionali. Perché vogliamo serbare lo stesso trattamento al 99,9% dei musulmani onesti d’Europa?

Quando poi chiede ai musulmani “moderati” di denunciare gli individui sospetti e i fanatismi che covano nelle moschee europee, è come chiedere agli italiani omertosi di denunciare i fatti di mafia. Sarebbe ovviamente la cosa giusta da fare, ma non è semplice quando ad essere minacciata è la propria famiglia. Come le dicevo, le prime vittime degli estremisti islamici sono i musulmani stessi che non la vedono come loro. Non pretenda da loro ciò che non può pretendere da sé stesso. Quale rete di protezione siamo in grado di offrire a chi denuncia?

In questa sua sequela di asserzioni vedo un fondo di palese ignoranza, nel senso di “non conoscenza” del mondo islamico e degli arabi integrati. Non scrivo da comunista stereotipato aprioristicamente pro-arabi (lungi da me l’aderire a questa ideologia morta prima che io nascessi!) ma da giovane italiano qualunque, cresciuto studiando con musulmani, con moltissimi amici di origine araba dalla bontà d’animo sconfinata; scrivo da osservatore delle comunità straniere nelle nostre città in qualità di reporter e da tesista in Medio Oriente. La parola che trasudava dagli occhi, dalle labbra e dal cuore di una madre algerina col velo che ho intervistato una volta giunta in Italia col suo bambino, era “pace”. Queste famiglie desiderano la stessa cosa che desideriamo noi per i nostri figli. Un futuro sereno, di convivenza pacifica. Non lasciamo che l’operato di una manciata di fanatici danneggi la straordinaria risorsa della diversità.

Ecco perché, dal mio umile punto di vista, considero il suo editoriale del 9 gennaio una valanga di puttanate.

Con cordialità,
Mirco Paganelli

charlie hebdo vignetta satirica
“L’amore è più forte dell’odio”

2014. L’anno dei “selfie”

nicki minaj butt

Dopo il 2012 anno dello spread e 2013 anno in cui Hannah Montana si è messa a leccare martelli, il 2014 verrà ricordato come l’anno dei selfie. Che la tecnologia mobile condizioni sempre di più le nostre vite lo si intuisci da subito: a febbraio Facebook compra Whatsapp per la stratosferica cifra di 19 miliardi di dollari. (Basti pensare che ogni giorno nel mondo vengono venduti 378.000 iPhone mentre nascono soltanto 371.000 bambini). Per avere un’idea di quanto Zuckeberg caghi denari a colpi di Like, 18 miliardi di euro sono i tagli alla spesa pubblica millantati da Matteo Renzi che dovrebbero salvare l’Italia dal baratro. L’ex sindaco è stato contemporaneamente “““eletto””” presidente del Consiglio più giovane della storia d’Italia, ma soprattutto il più figo (ci tiene a sottolineare). Galeotto fu l’hashatg #enricostaisereno. Mentre il tweet più retweettato di tutti i tempi è il selfie di Ellen Degeneres e di altri capitati per caso alla Notte degli Oscar, come Julia Roberts, Brad Pitt, Angelina Jolie e Meryl Streep (mar). “Selfie” è il termine dell’anno anche secondo l’Oxford Dictionary.

oscar night selfie

Sempre a inizio anno comincia la crisi in Crimea. L’Ucraina filo-sovietica chiede la secessione e sparge sangue. Intanto alla cerimonia d’aperura di Sochi (feb), uno degli anelli olimpici non si apre: è quello gay che volta le spalle a Putin, zar di tutti i Giovanardi.

opening ceremony sochi ring won't openNel 2014, con la seconda serie, House of cards si impone nel mondo come il telefilm forse più bello di sempre, persino del pluripremiato Breaking bad, giunto al suo termine. Intanto Renzi è stato beccato in un negozio di Roma a fare scorta dei dvd delle puntate… e me lo immagino a pianificare la salita a Palazzo Chigi chiavando giornaliste del Fatto Quotidiano e investendo Fassina. Fassina chi?

house of cards bloodAi Mondiali carioca l’Italia fa l’ennesima figuraccia, non peggiore di quella del Brasile battuto 7 a 1 dalla Germania. Sono lontani i tempi del “ridateci la Gioconda”. Adesso prendetevi pure il Colosseo, tanto l’ultima volta che abbiamo fatto uno spettacolo decente era quando Nerone allagava l’Anfiteatro Flavio per giocare a battaglie navali.

A luglio viene abbattuto non si sa da chi un Boeing della Malaysia airline sullo spazio aereo ucraino; viene celebrato il 25° anniversario dalla caduta del muro di Berlino e tutto il mondo si rinfresca a secchiate d’acqua con l’ice bucket challenge per la ricerca sulla Sla, o per far vedere chi è più trendy.

extreme ALS Ice Bucket ChallengeCon Pharrell Williams tutto il mondo continua ad essere più “Happy”. Anche le più belle d’Italia invecchiano, ma solo sulla patente: la Bellucci compie 50 anni, la Loren 80. Sono morti Robin Williams e Virna Lisi.

L’America non ce la fa proprio a superare la piaga del razzismo: dall’omicidio dell’afro-americano di Ferguson (ago) ai fatti di New York, è tutta una protesta. Nel mondo si inaspriscono i conflitti in Siria, nella striscia di Gaza e in tutto il mondo arabo, dove si infittisce a suon di decapitazioni la rete terroristica dell’Isis, o Is, o stato islamico, o l’ennesima emergenza terroristica che l’Occidente pretende di debellare ma che finisce solo per peggiorare. In Nigeria Boko-haram spaventa anche Michelle Obama (#bringbackourgirls).

A Settembre la Scozia prova a diventare indipendente, ma gli fa visita Salvini con la felpa “Scozzia” e fallisce miseramente. A Hong Kong si protesta con l’ombrello contro una Cina anti-democratica, e intanto Nicki Minaj distrae tutti tramutando in gelatina la portaerei sulle sue natiche… cause my anaconda don’t!

matteo salvini posa nudoNovembre è il mese delle stelle. Una Rosetta atterra per la prima volta su una cometa per la gioia di tutti i fornai di Cape Canaveral, mentre @AstroSamantha Cristoforetti, classe ’77, è la prima donna italiana lanciata nello spazio che ci fa anche capire che l’Italia migliore è quella che sta zitta, non fa proclami e lavora.



A dicembre l’Australia viene colpita per la prima volta da un attentato terroristico a Sydney, mentre nell’Adriatico si consumano contemporaneamente due tragedie navali a Ravenna e al largo dell’Albania con l’incendio della Norman Atlantic. Segno che a Schettino è stato dato il tempo di crescere e moltiplicarsi.

Il 2014 è anche l’anno di ebola, la parola che ha infettato col suo virus i notiziari di tutto il mondo e non solo i medici volontari. In Italia è stato l’anno del Jobs act (che poi non è altro che la traduzione inglese della Riforma del lavoro, solo che Renzie vuole proprio fare il figo e non sembrare la Fornero), ed è stato anche l’anno del patto del Nazareno. Sapete com’è Berlusconi: ci tiene a sottolineare la sua discendenza da Gesù Cristo.