#PourteOuverte

parigi porte aperte ospitalità twitter

Giornalisti che fomentano l’odio con titoli di giornale. Capi di stato che invocano la chiusura delle frontiere. Politici che corrono a Parigi per girare videomessaggi propagandistici con lo sfondo della Torre Eiffel.
E poi parigini che passano la notte ad ospitare gli scampati agli attentati a colpi di hashtag, e ancora parigini che cantano l’inno nazionale all’uscita dello stadio colpito dagli attentatori.
Il 13 novembre mi ha insegnato che c’è speranza per il futuro. E che a una politica dell’odio e della chiusura (che fa solo il gioco dei terroristi) bisogna rispondere con le porte aperte. Così vedrai come si incazzano. Oggi sono solo #PourteOuverte.
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Riflessioni/1

Se divento una di quelle persone che vi contatta solo per lamentarsi dei suoi mali, sparatemi.

Ricordo New York…

new york sunset from Brooklyn HeightsRicordo la prima volta che sono arrivato a New York. Venivo in autobus dal Canada. Ricordo che uscito dalla stazione mi aggiravo tra le Street e le Avenue con sguardo famelico, il naso rivolto verso l’alto in cerca dell’Empire State Building, e attorno a me la città che si svegliava con le luci dell’alba. Ricordo di essermi arrampicato alle 8 del mattino – primo fra tutti i turisti della giornata – fino alla sua antenna come un piccolo King Kong con lo zaino del liceo sulle spalle.

Ricordo di essermi addormentato un pomeriggio sul prato di Central Park di fianco ai campi da baseball, affaticato per il troppo camminare. Ricordo di aver conosciuto gente ai bar e alle tavole calde mentre bevevo e mangiavo al bancone. Ricordo una cantante jazz (ci scriviamo ancora ogni tanto) e il suo dirmi che a Manhattan è bello vivere ovunque, “Basta esserci!”. E mi suggerì di farmi un giro sul traghetto per Staten Island perché è gratis, e da lì la vista su Downtown è eccezionale. “Vai, ti prendi un caffè e torni indietro”. Ricordo di esserci andato, e di averci portato mesi dopo la mia famiglia in una giornata in cui tutte le vette d’acciaio erano avvolte dalla nebbia.

Ricordo gli standing ticket di Broadway, l’aver visto “Chicago” e “Mamma mia” in piedi, in fondo alla sala, per 20 dollari. A fianco a me, una coppia di argentini. Ricordo le ragazze del Coyote Ugly (che dal vivo si chiama in un altro modo che non ricordo), i reggiseni appesi sul soffitto, una comitiva di soldati della Marina che celebrava qualcosa, la barista che mi sfotteva col megafono per il mio marsupio. “È così fuori moda”, diceva. E poi mi offrì una birra. “Sai? Ho origini italiane anche io”.

manhattan from staten island

Ricordo il capodanno a Times Square con Julin. Ci siamo congelati. “Mirco, ti prego, andiamo a bere qualcosa di caldo”. Mai più! Ricordo il tramonto dietro la Statua della Libertà visto da Brooklyn Heights. Ricordo Ellis Island e i corridoi da cui sono passati centinaia di migliaia di italiani. Ricordo di aver cenato con 4 o 5 o 6 vietnamiti conosciuti in una stazione della metropolitana alle 2 o le 3 o le 4 di notte con un compagno di università quebechese. “Prova questo, assaggia quello”. Non ricordo che sapore aveva il cibo. Ricordo di essere andato a ballare con quella compagnia in un locale, forse a Chelsea. Ricordo il tassista che ci riportò a casa schermato dietro al vetro difensivo, e la carta di credito da strisciare sul retro del suo sedile.

Ricordo di essermi perso. Molte volte. (Non c’erano ancora gli smartphone). Ricordo la signora che mi fece i complimenti per le scarpe (“nice shoes”) mentre mangiavo il danish pastry più buono di tutta la città, quello dell’Hungarian Pastry Shop. Me lo suggerì la jazzista, pure quello. Ricordo di essere tornato alla stazione degli autobus e di aver dormito una nottata sul pavimento freddo insieme agli altri passeggeri perché l’autista non si trovava. “Where the hell is he?!”. Una grossa signora di colore era molto arrabbiata. Ricordo gli aceri e gli ippocastani infiammati di giallo, di arancio e di rosso sulla strada del ritorno per Montreal. Sì, ricordo…

My Dolomites

In my four days of skiing through the Dolomites, I ended up filming random scenes during my slopes. Back home, I edited it all into something that turned out to be more of a documentary, rather than a holiday video, and ultimately very intimate: almost dramatic. Hope you’ll enjoy it.

#MyDolomites

Un tutto che è niente

[Delirio cominciato, e diograzia terminato, in una notte primaverile]

Esiste un tempo, un modo per tutto.
Quando si è a corto di idee, l’ispirazione sopraggiunge.
È il vuoto della stanza che mette in posa la tua mente.
Avevo detto, volevo dirti tante cose. Tanti aspetti, tante virgole mancate.
E poi niente, niente è come avevi immaginato.
Un tutto che è niente, che è ancora nel passato.

Il ricordo, da bambino, c’era l’erba, e il profumo di aria aperta. Dove sono? Li hai nascosti. Innumerevoli i miei sogni.
Torno a casa, torno presto, sono sempre sotto al letto… e il pavimento è così freddo.
Scivolo nel guscio d’un ricordo appena schiuso.
Ma è l’adesso che spezzò ogni mio verso, il mio diletto.

Domani ancora, ancora niente, ancora pagine assenti.
Quanti dubbi, quanta angoscia, qua ci voglion tutti a terra.
Siamo noi, siamo loro, quanta bella indifferenza.
Zitto! Zitto! non parlare.
Ascolta il tuo respiro.
Dormo sul cuscino, sul cuscino, sul cuscino…

Mangiare a tarda notte. Suonare con le dita. Scrivere paziente.
Qualcosa uscirà, nel cuore della notte.
Metto tutto dentro, dentro al tutto che è il mio niente.
Io vivo ogni istante.

Io giuro, lo giuro, io sono tutto matto.
Instabile e assente, vado dritto, vado piano. Andavo così forte.

Dove sono? Dove vado? Qua mi han distrutto tutto.
Forse è solo colpa mia, forse avevo una missione, forse ho dimenticato a camminare come un tempo. Progetto, progetti, combino ogni cosa.
Ascoltami un momento. Non rispondi. Così amaro.
Evito il lamento, perditempo, perditempo.
Soffrire è salutare, la noia è la mortale.

Correvo sotto al letto. Avevo sogni nel cassetto.
Ora riempio questo tempo, che è più niente, dentro a un tutto. Che è il mio niente.

1 milioni di bambini nati con l’Erasmus

 

generazione erasmus
Generazione Erasmus… in tutti i sensi. Un milione i figli di studenti partiti


Ok, questa roba è una figata assurda!!!, esattamente quanto è osceno l’incipit di questo post. È stato calcolato che, dei 3 milioni di studenti partiti per l’Erasmus tra il 1987 (data di inizio programma) e il 2014, più di un quarto ha incontrato il partner della propria vita nel paese ospitante. Risultato: 1 milione di bambini. Un milione di neonati che come secondo nome si meriterebbero Erasmo o Erasmina. Un milione di cittadini europei frutto di genitori europeissimi.

L’altro dato (rincuorante) da mettere in luce è quello degli accoppiamenti. Altro che meetic, okcupido o badoo. Avete presente le statistiche sull’anima gemella che raccontano da bambini…c’è n’è una su un milione, figlio mio? Tutte balle! Basta prendere un aereo, infilarsi in un’aula magna forestiera e si hanno non lo 0,1… o,2… o,3%, bensì il 25% di probabilità di accasarsi. 1 su 4 torna sistemato. E sticazzi no?

L’Erasmus ha dato vita ad una vera e propria liberalizzazione del sesso. Dopotutto, quando un giovane 20enne va a vivere all’estero, impazzisce. Gnocca fritta per lui, gnocco duro per lei, o anche la prima per la quarta, o il secondo per il terzo (girate il chiasmo come volete). Fatto sta che il passaporto europeo per i giovani ha aperto le dogane delle lenzuola. Via i preconcetti di casa, il monachesimo dell’adolescenza, la paura di essere giudicati in cortile per i propri costumi sessuali. Quando uno pone una montagna di chilometri e persino un fuso orario fra sé e casa… saludos amigos.

Guarda caso la prima meta Erasmus è sempre stata la Spagna con la libertina Barcellona in pole position. Mica l’Islanda con la fredda Reykjavik che fa venir voglia di tutto fuorché di “kyavare”. Studenti, partite. E fate scorta di pannolini, che ci sono i saldi!

Pulire casa pur di non studiare/lavorare

pulire casa studenti

Ma la creatività nell’inventarsi lavoretti di casa pur di sottrarsi al dovere dello studio o del lavoro… ne vogliamo parlare? Quanti di voi all’idea di dover aprire un libro da decifrare e sottolineare o accendere un pc con un progetto su cui lavorare o mettersi a sbrigare una faccenda meccanica e assolutamente pallosa, si sono inventati una macchia sulla finestra da dover sgrassare?

Una macchia che “guarda caso” si è poi tradotta in un lavaggio completo di tutti i vetri di casa. Studenti fuori sede che si sono improvvisamente tramutati nei coinquilini ideali, quelli che al ritorno dalle lezioni li trovi con guanti gialli, spugna in mano e capelli raccolti. Mammoni, bamboccioni o precarioni ancora in casa trovati dalle madri appesi a ventilatori a soffitto per spolverare il lato superiore delle eliche “perché chissà da quanto tempo era che nessuno le puliva, non vorrete mica respirare tutta quella polvere?”.

Nessuna vergogna. Anch’io quando devo scrivere qualcosa che mi va di scrivere come se fosse il 31 dicembre notte, chiuso in casa con la febbre, o se devo fare una telefonata che mi provocherebbe la simpatia di un ferro da stiro che ti accarezza, impugno con avidità la scopa e – come direbbe mia nonna – inizio a “scopare”… Ma di gusto! Vedere quelle striature di pulito sulle mattonelle frapporsi tra layer di pulviscolo… Ah, che goduria! Mai pavimenti furono più puliti del giorno in cui di studiare o lavorare non ne avevo mezza voglia.

Avete problemi di disordine/sporcizia in casa? Chiamate un giovane che non ha voglia per un cazzo di mettersi quel giorno a fare il proprio dovere. I vostri specchi inizieranno a riflettere anche le rughe che avrete tra 10 anni!