La gente ha sete di cultura, come dimostra l’inaugurazione del Teatro Galli

inaugurazione teatro galli rimini

Di cultura si mangia e la gente è affamata. Viviamo in tempi in cui imperversa l’ignoranza, intesa come non conoscenza di ciò che ci circonda e scarsa capacità di interpretare i fatti. Siamo l’ultimo tra i paesi industrializzati nella classifica dell’Ocse che analizza la capacità delle persone di comprendere un testo. Il tasso di lettura di libri e giornali degli italiani è bassissimo rispetto a quello di altri paesi avanzati. Una regressione che porta sempre più gente e lasciarsi propinare qualsiasi teoria suggestiva da parte del bravo comunicatore di turno. Anche se quel comunicatore ha come fine ultimo il creare disordine, il diffondere la paura dell’altro per rendere l’opinione pubblica dipendente dalle proprie ricette: da se stesso.

Sono convinto del fatto che molta gente sia consapevole delle proprie lacune e che si dispiaccia di sapere così poche cose. Abbiamo le prove del fatto che se alla gente viene data l’occasione di informarsi e di imparare in maniera accessibile, comincia di corsa ad apparecchiare la tavola per sfamarsi al banchetto della conoscenza. Lo dimostrano i dati di ascolto stratosferici di un programma divulgativo come “Ulisse – il piacere della scoperta” di Alberto Angela. Ne è stata una prova domenica 28 ottobre la riapertura, dopo 75 anni di attesa, del Teatro Galli di Rimini. Quella sera la gente comune ha assistito in un clima di festa alla riconquista di questo polo culturale.

In questo video vi ripropongo la diretta che ho fatto per Teleromagna pochi istanti prima dell’inaugurazione del teatro. Poi la mia intervista alla mezzosoprano Cecilia Bartoli e ad alcune persone presenti in sala.

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Enrico Lucci, il nulla e il ruolo dei vip

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Giovedì 20 settembre verso l’ora di cena iniziano ad arrivarmi tante notifiche sul cellulare. Sono le foto fatte pochi istanti prima da diversi amici ai loro televisori mentre in onda c’è Realiti Sciò, il format di Rai2 con protagonista la ex iena Enrico Lucci. Me le mandano perché in quella puntata ci sono anch’io.

Ho intervistato Lucci per TR24 durante l’estate al Vip Master 2018, a Milano Marittima. Parte di quella intervista è andata in onda nel suo programma Rai che – se ho capito bene – prende in giro il mondo dei vip. Quale occasione migliore del Vip Master per fare un po’ di satira sull’esibizionismo e sulla mondanità dei personaggi famosi? Il torneo in questione, che ho avuto il piacere di accompagnare per due anni con le mie interviste ai suoi protagonisti, sembra uscito dal passato. Una dolce vita all’ombra dei pini romagnoli. Un evento intriso di nostalgia che ricorda tempi in cui frotte di fan travolgevano i divi e le dive dello spettacolo durante eventi pubblici chiedendo loro autografi. Ora la televisione produce star e starlette che durano una stagione televisiva. Su Instagram dei perfetti sconosciuti hanno più follower di chi ha alle spalle migliaia di ore di diretta. Al posto degli autografi si chiedono i selfie.

E se c’è chi pensa che il mondo sia davvero cambiato anche per i vip è Enrico Lucci che mi ha regalato una profezia distopica: “Siamo destinati ad autodistruggerci e non ne rimarrà niente, a parte i vip”. Al che ho replicato: “Però i vip hanno senso se esiste la gente comune a fare loro da contraltare. Se il nulla spazza via la gente comune, quelli che rimangono non possono essere considerati vip”. La sua risposta è stata: “Beh, saremo dei vip nel nulla”. Silenzio. Sipario. E grazie, Enrico, per avermi considerato tra i vip.

Ps: Gli istanti di silenzio durante la diretta con lo sguardo fisso di Lucci in camera rimarranno sempre tra i miei ricordi televisivi più preziosi.

La madre di Cucchi a Borghi, “Grazie per aver fatto rivivere mio figlio”

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Ferisce più di una coltellata. L’ultima settimana in vita di Stefano Cucchi, morto in carcere nel 2009 per cause che la magistratura non ha ancora accertato, irrompono nella pellicola del regista Alessio Cremonini in tutta la loro durezza. Non c’è stato bisogno di esibire la violenza per impressionare il pubblico e scuotere le coscienze. E questo lo si deve a una sceneggiatura diretta, priva di retorica, e a delle interpretazioni mirabili. Ho incontrato Cremonini a Riccione dove ha presentato il film ‘Sulla mia pelle’, prodotto da Netflix, pochi giorni dopo la prima di Venezia. “Era obbligatorio fare un film su Stefano Cucchi – mi ha detto – vista la crudele storia che ha vissuto questo nostro concittadino. E poi perché il cinema deve avere il coraggio di mettere in scena argomenti che dividono l’opinione pubblica”.

La vicenda giudiziaria è ancora aperta e ha coinvolto le forze dell’ordine e alcuni medici del carcere in cui Cucchi si trovava. Come ci si approccia, dunque, a una storia simile nel cinema? “Con umiltà. Volevamo ripercorrere nella maniera più oggettiva possibile quello che è accaduto a Stefano. E poi con lo studio. Abbiamo studiato a lungo i verbali”.

Magistrale l’interpretazione di Alessandro Borghi. La madre di Stefano Cucchi gli ha detto: “Grazie per aver fatto rivivere mio figlio per un’ora e mezza”. Borghi, sempre a Riccione, ha detto: “Quando le riprese del film erano finite ed ero ritornato nei panni di Alessandro, vi ero ritornato molto più incazzato di prima perché avevo scoperto dettagli che prima non conoscevo. Vedendo il film ci si accorge della quantità di cose che succedono a Stefano in soli sei giorni”. Una nota agente cinematografica dopo aver visto la pellicola ha detto a Borghi: “Alessandro, devi fare pace col fatto che questo rimarrà il tuo più grande film”. E probabilmente ha ragione.

Quando Di Maio prometteva alle imprese 15 miliardi all’anno

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Eravamo nel pieno della campagna per il referendum costituzionale di Renzi. Mancavano pochi giorni al 4 dicembre, il giorno che fu fatale per chi quella ciclopica riforma l’aveva agognata. Fatale per l’universo della sinistra che dalla guerra interna ne uscì dissanguata. Il Movimento 5 Stelle all’epoca manteneva il suo ampio bacino di consensi, lo stesso che nel 2013 portò una compagine politica dal nulla, al suo primo appuntamento elettorale nazionale, ad ottenere il 25 percento dei voti. Un risultato straordinario. La Lega alle stesse elezioni si fermò al 4 percento. Ancora doveva prendere piede lo tsunami Salvini. Quanto siamo cambiati da allora!

Il Movimento 5 Stelle irruppe nelle case degli italiani con un messaggio politico accattivante. Noi siamo l’anti-casta. Erano passati 20 anni da Manipulite, ma la corruzione, l’attaccamento alle poltrone, la nomina di amici e di parenti in posizioni apicali rimanevano – e rimangono – una prassi nella società. La capacità di spesa delle famiglie non rifioriva – e non rifiorisce – e così, come accaduto altre volte in passato, la gente ha cominciato a perdere fiducia nelle istituzioni. Non solo verso la politica, ma anche verso sindacati e magistratura. Per cui, come milioni di naufraghi dopo molte ore che annaspano nell’acqua, in molti hanno cominciato ad appigliarsi a quelle fresche voci, così tanto slacciate dalla politica dei politicanti. La colpa più grande della vecchia classe dirigenziale del paese è di aver tramutato gli italiani nell’equipaggio di Ulisse. E le molte sirene accorse erano pronte a banchettare.

Non nego di aver visto con favore i primi vagiti del Beppe Grillo politico, quello che nel 2007 girava l’Italia e arringava le folle per dire vaffa- ai pregiudicati e ai corrotti in Parlamento. La sua voce, in rottura con il passato, richiamava nelle piazze tanti giovani che non si identificavano con la polverosa politica da salotto, né tanto meno con quella da San Vittore.

Ho incontrato Luigi Di Maio in una fredda notte di novembre nel 2016 a Cesena. Sarà un caso, ma sia lui che il suo futuro collega Matteo Salvini sono gli unici due leader che ho incontrato in freddi notti romagnole. Ero lì per intervistarlo sul tema delle piccole e medie imprese. Argomento che sarebbe diventato il suo cavallo di battaglia nel maxi dicastero che avrebbe guidato di lì a un paio d’anni. Ero curioso di conoscerlo dal vivo perché volevo misurare personalmente la sua capacità di misurarsi con il pubblico di imprenditori locali, quelli più colpiti dalla crisi ovvero i piccoli artigiani. Era molto giovane Di Maio, e sottolineo il molto condividendo con lui l’anno di nascita. Era la prima volta che intervistavo un politico coetaneo cresciuto come me con Bim Bum Bam e Cristina D’Avena. Anagrafe a parte, mi incuriosiva vedere come un ragazzo qualunque, appassionato di web-marketing, con qualche esperienza nel giornalismo online, steward negli stadi ed attivista Cinquestelle della prima ora fosse riuscito in poco tempo a scalare la politica italiana. Luigi Di Maio era diventato uno dei leader più influenti del paese a neanche 30 anni. Anche questo è un risultato straordinario.

Ci aveva visto lungo Berlusconi, che di tv se ne intende, quando disse che «Di Maio buca lo schermo». In effetti Gigino sa parlare in camera (che per un politico è il 98 percento dell’opera), dà risposte dirette e comprensibili enfatizzando i concetti chiave con frasi ad effetto, quelle che piacciono tanto ai media. L’impressione che ho avuto intervistandolo è stata quella di trovarmi di fronte ad un politico navigato, nato per fare l’acchiappa consensi. Anche perché, tra i percorsi di laurea mai finiti, i progetti di web-marketing mai completati, il suo giornalino online che non esiste più e il mettere a sedere i vip negli stadi, forse Gigino non è adatto a fare molto altro.

A volte ho l’impressione che in politica ci finisca chi nella vita non sa cosa fare, chi non ha nessuna capacità specifica, se non quella di vendere speranze. Come i 15 miliardi alle imprese che Luigi Di Maio prometteva nella fredda notte di novembre in cui ci incontrammo. La speranza con cui convivo io è quella di essere in ciò contraddetto.

Sapete cosa avviene in mezzo ad un gay pride?

Che cosa avviene all’interno di un pride LGBT? Per il terzo anno consecutivo ho documentato il Rimini Summer Pride attraverso riprese ed interviste ai partecipanti. In questa edizione 2018 mi sono concentrato soprattutto sui genitori di omosessuali e sui messaggi che invierebbero a quanti faticano ad accettare l’orientamento sessuale dei propri figli. Consiglio la visione di questo reportage soprattutto a chi a un pride non c’è mai stato e non ci si è mai imbattuto neanche per sbaglio e si domanda cosa avvenga al suo interno. Cosa fa la gente? Come ci si veste? Che tipo di persone vi partecipano?

Molti hanno in mente i gay pride di 20 anni fa quando il mondo era diverso, più chiuso, c’erano meno diritti e ad esporsi erano i membri della comunità LGBT più coraggiosi ed esibizionisti che per attirare l’attenzione e dire “esistiamo anche noi” utilizzavano forme estremamente colorate. Quella volta, sì, carnevalesche con una profusione di perizoma, tacchi a spillo e fruste. Oggi i pride, se non fosse per le bandiere arcobaleno e un paio di drag-queen ogni mille partecipanti, sembrano delle marce studentesche qualunque accompagnate da musica e balli. E vi partecipano sempre di più le famiglie, etero e omo, con bambini al seguito, oltre ai genitori degli omosessuali stessi.

La peculiarità del Rimini Summer Pride, rispetto ai pride di altre città, è che qui il corteo si svolge sul lungomare di una capitale del turismo all’orario in cui le persone escono dalla spiaggia. Per cui tanti turisti e riminesi, un po’ perché bloccati della folla, un po’ perché incuriositi dallo spettacolo e dalla musica, si fermano a guardare. C’è chi si lascia coinvolgere ballando e facendo story su Instagram (tanto è sabato, dove vuoi andare?) e c’è chi invece rimane impietrito e diffidente, e per lo meno ha visto in prima persona di che cosa si tratta.

Il primo video è il reportage che raccoglie varie immagini del corteo. Nel secondo ci sono le interviste ai partecipanti.

“Magneda de porc”, intervista a Salvini su immigrazione e Romagna

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La sicurezza di Salvini. La semplicità di chi appena uscito da palestra, senza aver fatto troppa fatica, si tuffa in felpa ad una pizzata tra amici. Questa l’immagine che il leader della Lega vuole offrire a chi lo incontra dal vivo. Un modo di apparire che avevo già ampiamente appurato, come molti, attraverso la televisione, però seguire di persona i suoi bagni di folla mi è stato utile per comprendere meglio il personaggio, il modo in cui si muove nello spazio e in cui acchiappa consensi.

Inarrestabile Salvini. L’uomo che ha preso in mano un movimento separatista da pochi punti percentuali e lo ha trasformato in partito nazionalista vicino al 30 percento dei consensi. Una mente veloce che ha saputo fiutare i mutamenti sociali e fendere i venti del malcontento facendo udire la propria voce. In questo post voglio raccontarvi il mio incontro nelle campagne forlivesi con Matteo Salvini e alcuni abitanti della provincia alla vigilia dell’ondata verde.

All’epoca della mia intervista (aprile 2016) la Lega stava sì crescendo, ma nessuno sospettava il tripudio che avrebbe avuto di lì a un paio d’anni fino a diventare il partito di riferimento del centrodestra, scalzando mister B. dal trono dei moderati. Quanto ci sia poi di moderato in Salvini qualcuno me lo deve spiegare, ma tralasciamo. Una sicurezza di sé, dicevo, e una immediatezza dei messaggi che sono figlie di una mirata campagna di comunicazione. Perché se per i suoi detrattori Salvini è un mostro, a mio avviso è innanzitutto un mostro di comunicazione. La sua self-confidence e la sua capacità di far comprendere a tutti i propri slogan sono doti invidiabili.

“Magneda de porc”. Non ho mai intervistato un politico mentre indossava una t-shirt con stampate sopra l’icona di un suino e la scritta “Una mangiata di maiale” (per buona pace di tutti i leghisti vegani). Ma se c’è una persona che può permettersi di indossarla, rimanendo comunque credibile agli occhi del suo pubblico, quella persona è Matteo Salvini che, piaccia o no, è una delle voci più influenti della nostra società in questa seconda parte degli anni ’10. Salvini è in grado di dire ai suoi seguaci cosa pensare. Li sgrava della fatica di informarsi e di verificare le fonti. Grazie al suo carisma, li convince della giustezza delle proprie idee. E così, concetti spesso banali, talvolta in linea teorica persino condivisibili, conquistano applausi nonostante scarseggino di spiegazioni sulla loro applicazione pratica. “Aiutiamoli a casa a loro”, “vogliamo città più sicure”, “garantiamo un futuro migliore ai nostri figli”, “dobbiamo contare di più in Europa”. Come dargli torto? Ancora devo incontrare il politico che mi confessa “chiudiamo le missioni in Africa”, “incentivi a ladri e assassini”, “ai nostri figli, giù botte sin da bambini”, “in Europa sempre e solo piegati a novanta”. Eppure tutti lì ad acclamare la scontatezza delle sue affermazioni. Le interviste che ho raccolto ai  sostenitori di Salvini a Villarotta, mentre attendevo l’arrivo del capo, sono esemplificative di questo modo di formazione del consenso.

Alla domanda su quali fossero i problemi correnti del paese, gli intervistati ripetevano con foga gli slogan salviniani più celebri come un disco rotto. “Sono troppi, non ci sentiamo sicuri, via, a casa”. Vivevano un processo di immedesimazione nel capo, come quando da bambini si origliano concetti più grandi di sé dagli adulti e li si ripetono agli altri bambini per farsi più grossi. Una volta incalzati, però, chiedendo loro di supportare le proprie tesi con numeri e fatti, i bambini arrancano, perché non sono arrivati a quelle conclusioni tramite lo studio, ma lo scimmiottamento. E così i miei intervistati andavano in tilt e riavvolgevano il nastro. “Sono troppi, non ci sentiamo sicuri, via, a casa”. “Sì, ma in Italia sono molti meno rispetto ad altri paesi”. “È lo stesso, sono troppi, non ci sentiamo sicuri, via, a casa”.

Salvini arrivò con un paio di ore di ritardo. Tempo in cui, come una piccola fiammiferaia, lo attesi sul ciglio della strada al freddo e al buio morendo di fame perché ancora non avevo cenato, mentre tutti attorno si abbuffavano con tagliatelle e maiale. Il nostro mestiere a volte ci sottopone a dure prove di resistenza fisica e psicologica. “Mirco, resisti, non è professionale mangiare al banchetto di un politico prima di intervistarlo, e spera di non finire ammalato domani, che hai un altro servizio”. E così resistetti e non mi concessi nemmeno un bicchiere d’acqua. E scampai il raffreddore.

Erano le 23 quando dalle campagne giunse un corteo di auto guidato dalle motociclette delle forze dell’ordine. Da una vettura scese Matteo Salvini scortato dal fedele Jacopo Morrone che lo seguiva come un innamorato in preda all’ansia e a gemiti d’estasi. Seguii Salvini lungo tutto il bagno di folla cercando il momento ideale in cui intervistarlo. Non mi sarei accontentato di qualche battuta rubata. Volevo un’intervista esclusiva, ed ero avvantaggiato dal fatto che, stranamente, non erano presenti altre televisioni. Infatti, il giorno dopo, la mia intervista fu ripresa da Ballarò e da qualche altra trasmissione nazionale.

Finito di salutare i presenti con un discorso dal palco (“Sono troppi, non ci sentiamo sicuri, via, a casa”), l’osannato andò dietro ai tendoni a scattare qualche foto con i cuochi rubando loro una padella e fingendo di aver appena arrostito un maialino assieme ad essi. Dopodiché si sedette ad un tavolo di legno da solo con l’entourage che gli faceva da scudo. Morrone mi fece da tramite e gli chiese se voleva essere intervistato. Salvini fece un lieve cenno di assenso con la testa e a quel punto attraversai lo scudo umano che ci separava e mi sedetti al suo fianco. Nessun saluto o sorriso di circostanza. Partii diretto con la prima domanda.

Riuscii ad intervistarlo per sei minuti! Non so a quanti giornalisti incontrati per strada il leader del Carroccio abbia concesso tutto questo tempo. Nel corso dell’intervista, avvolta dal frastuono, Salvini mi guardò con degli occhi arrossati, probabilmente affaticato dal tour romagnolo. Rimasi contento perché riuscii a chiedergli gran parte di ciò che avevo in mente. Confesso che la soggezione che si vive in questi momenti non è poca, specie per un giornalista alle prime armi con le interviste video come ero io a quei tempi. Una soggezione dovuta non solo al fatto di trovarmi di fronte ad un personaggio abituato a mangiarsi gli intervistatori, e che sta in televisione più di te che ci lavori, ma anche per il contesto. Il fiato sul collo dei sostenitori e dei collaboratori che ci accerchiavano e che volevano sentire cosa gli chiedevo era opprimente. Ma tutto sommato riuscii ad estraniarmi e a concentrarmi sulle mie domande. E sulle sue risposte.

Buona visione.

A questo link trovate la versione integrale del servizio (10 min.). Di seguito trovate il servizio breve andato in onda nel telegiornale di Teleromagna.

Antonio Razzi: Pace Trump-Kim grazie a me

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È fermamente convinto, Antonio Razzi, di essere lui l’artefice della storica stretta di mano tra il presidente americano Donald Trump e il dittatore nordcoreano Kim Jong-un. Ne è convinto come per altri nebulosi retroscena politici, a partire dalla sua non ricandidatura tra le file di Forza Italia alle politiche del 2018 dovuta, secondo Razzi, alla volontà di ex colleghi invidiosi. “Ero troppo famoso, davo fastidio, hanno detto a Berlusconi di tenermi alla larga dalle liste”, mi ha confessato.

Razzi è un fenomeno, ed è un caso di uomo politico che, pescato con le mani nella marmellata, trova il modo non solo di spuntarla, ma di guadagnarsi persino la simpatia del grande pubblico. E questo lo si deve non solo all’imitazione di Crozza, ma anche alla capacità dell’ex senatore di aver saputo capitalizzare la satira del “fatti li cazzi tua”. Se lo incontrate per strada, Antonio Razzi, è difficile che vi risulti antipatico. Il suo modo affabile copre le lacune dello scarno bagaglio culturale. Il sorriso sempre stampato sotto i baffi da zio di campagna che ti torna a trovare, la capigliatura riccioluta da personaggio di fumetto, il modo di prendersi in giro, tutto questo rende amabile una chiacchierata con Razzi. E rende quasi credibili le frottole che strappano inevitabilmente una risata.

Razzi è l’italiano medio, quello che sbaglia e che alla fine viene perdonato perché sa stare in mezzo alla gente, perché non dà l’idea di casta. Nel suo arrivismo, l’italiano medio rivede il peccato che avrebbe potuto tentare anche il proprio fratello, un proprio amico, un proprio parente o forse persino se stesso. E allora chi se ne frega se ad una telecamera nascosta nel 2011 l’ex senatore ha confessato tutto il suo amore per il vitalizio. Tutto è stato perdonato a Razzi con una pacca sulla spalla, bollato come politico innocuo, perché i più odiati sono quelli che il vitalizio lo sognano la notte ma non lo dicono. Lui almeno lo ha (anche se gli è stato strappato dalla bocca) ammesso, e il non aver mai criticato l’imitazione di Crozza, anzi, l’averla osannata, è stata la giusta mossa per salvarsi la faccia.

Pubblico in questo post le due interviste che ho fatto ad Antonio Razzi, una nel 2018, dove mi ha rivelato i retroscena nordcoreani, e l’altra nel 2017 in cui era ancora senatore e stava scrivendo un libro su come dovrebbe comportarsi un senatore ideale. Questo è Antonio Razzi. Uno che non si vergogna di niente, nemmeno nel dare sfoggio dei propri limiti.

Segue l’intervista realizzata durante il Vip Master 2018 andata in onda su TR24.

 

Segue l’intervista realizzata durante il Vip Maste 2017 andata in onda su TR24.