Il NYT si scusa coi trumpisti. Anche no

Il New York Times, sorpreso dall’elezione di Trump, promette che d’ora in poi racconterà meglio l’America dei trumpisti.
Fatemi capire. Quindi ora i cronisti dovranno andare nei night-club a chiedere come si mette la mano sulla patata alle signore senza che queste protestino; fra i petrolieri a chiedere quanto è utile all’economia emettere CO2 in atmosfera; fra i gruppi xenofobi a domandare come si sta bene dopo una bella pulizia razziale; ai confini col Messico a prendere le misure per il nuovo muro perché tanto solo così si fermano gli stupratori (per citare un po’ di trumpate)?
In tutta sta vicenda stiamo perdendo la bussola. Si pretende che i media prevedano il futuro, quando il loro compito è raccontare il presente. Quando si dice che i network di informazione devono essere democratici, non significa che devono schiaffare il microfono in mano al primo stronzo che passa per l’Iowa e andare a prendersi un caffè abdicando al proprio compito di critici della realtà. Il giornalismo compie un atto di selezione della notizia, è nella sua natura. Altrimenti si chiamerebbe agenzia stampa, elencherebbe in modo sterile qualunque fatto senza offrire al pubblico gli strumenti per interpretarlo. Il giornalismo deve essere come la scuola. Deve formare e istruire. Avvicinare le persone, convincerle a partecipare alla vita democratica e aiutare così a far crescere il paese. Ciò comporta lasciare le puttanate fuori dalla porta.
Così come a scuola non studiamo il Mein kampf, il giornalista coraggioso individua le puttanate e sceglie di non farne una notizia.

2015. L’anno dei tanti ‘Je suis’ e dei pochi fatti

Per la quarta volta mi metto a romanzare alla fine di un anno i principali eventi che l’hanno preceduta cercando di carpirne lo spirito del tempo. Il 2012, dopo l’avvento dei tecnici, è stato l’anno dello spread e dell’ansia da estratto conto. Nel 2013 Hannah Montana si è messa a leccare martelli e siamo diventati tutti più grandi. Il 2014 è stato l’anno dei selfie: su internet non solo postiamo quello che pensiamo, ma anche l’espressione che assumiamo quando lo pensiamo; lo smartphone ha superato il pc e siamo tutti più mobile. Quest’anno l’Europa ha vissuto il suo 11 settembre, dilatato nel tempo e nello spazio. L’epicentro è stata Parigi, ma lo sciame terroristico ci ha raggiunto fino ai luoghi di vacanze (Tunisia e Sharm el-Sheikh). E poi le morti nel Mediterraneo. Tremilacinquecento in un anno. E la foto del piccolo Aylan, col volto conficcato nelle sabbie di Bodrum, è diventata l’immagine più brutta della storia moderna. Quel giorno abbiamo perso tutti, indipendentemente dalla religione, dalla cultura o provenienza.

Nella nebulosa “sociale”, gli hashtag si sono sprecati: #jesuischarlie #jesuiparis #jesuisbardo #jesuitunis… costrutti digitali – traduzione di formule prosaiche del tipo «Io sto con…», «Siamo tutti…» – da dispiegare quando si è scossi da disgrazie altrui e si vuole esprimere solidarietà. Peccato che alle marce di pace, ai montanti «Je suis» siano seguiti pochi fatti. I leader mondiali, complice un perenne stato di campagna elettorale nelle società moderne, badano poco alla leadership e molto ai consensi. Come combattiamo l’Isis? Cosa facciamo in Siria? E in Libia? E l’Ucraina? I Balcani? Mamma mia, quanti immigrati! Aspetta, parliamo con l’Iran. Anzi no, diciamo qualcosa sul clima. Israeliani, palestinesi, ancora con sta fissa per uno Stato indipendente? Focolaio dopo focolaio, da Obama a Putin, dall’Unione Europea agli Stati membri, chi governa oggi il mondo è del tutto incompetente in Politica estera. Non un singolo major problem è stato risolto. Tempi bui ci attendono.

palmira direttore sito archeologico
Palmira, i miliziani dell’Isis distruggono le rovine e ammazzano l’ex direttore del sito archeologico Khaled Asaad (18 agosto)

Ma andiamo con ordine. Il 2015 è stato senz’altro l’anno di Ignazio Marino. Che uomo! L’unico ad essere riuscito a far incazzare un Papa a ottomila metri di quota. Roma è in disgrazia (lui è l’ultimo ad averne colpa, beninteso). #MafiaCapitale è un fatto così drammatico quanto cinematografico, diventato per certi versi cool, tanto che SkyTG24 lo pubblicizza con musiche da aperol-time. E il pontefice indignato: «Io non l’ho invitato, va bene?!?».

Matteo Renzi, tra una Buona scuola e un Jobs act, scongela la Dc e fa eleggere Sergio Mattarella Presidente. Intanto l’inefficienza pubblica dilaga. A San Remo non lavora il 72% dei dipendenti comunali; 35 gli arresti; manco Pippo Baudo arrampicato sugli spalti dell’Ariston potrà risollevare gli animi. La corruzione si fa strada, o meglio, fa le strade. Dieci gli arrestati dopo un’indagine nel settore Infrastrutture tra cui dirigenti e funzionari dell’Anas. E intanto un viadotto nuovo di pacca crolla vicino a Palermo.

Carrozza e cavalli, funerali stile Padrino per boss a Roma
Funerale di Vittorio Casamonica con elicottero, carrozza e musiche del “Padrino”. Polemiche sulle autorizzazioni. (20 agosto)

Ma il 2015 è stato anche l’anno del successo di Expo con cui Milano è diventata la capitale morale del Paese. Nonostante i lavori in extremis, gli indagati e gli hamburger di McDonald’s, #Expo2015 ha portato a Rho più persone di quante pronosticate (21 milioni) e rimarrà nella memoria per lo spettacolo di luci dell’Albero della Vita, la rete del Brasile e la fila al Padiglione del Giappone. Il quesito esistenziale dell’anno? «Ma perché non siamo venuti a giugno?», detto da chi ha aspettato ottobre per andarci.

Mentre Messina è senz’acqua per diversi giorni, dal Vaticano fuoriescono documenti segreti. Il #Vatileaks ha messo a processo persino due giornalisti e la libertà di espressione. (Mi scusi, per la Sacra Inquisizione, di qua?). E a proposito di tribunali, Alberto Stasi è una volta per tutte colpevole, punto (un punto lungo otto anni). Raffaele Sollecito e Amanda Knox sono innocenti, altro punto (altri otto anni). Ma la giustizia non riesce a raggiungere i diritti civili in Italia. Se ad inizio anno ci “consolavamo” dicendo, «Dai, non siamo gli ultimi a non riconoscere gli stessi diritti alle coppie omosessuali, ci sono ancora Grecia e Stato islamico», ebbene, con un colpo di scena di fine anno, anche la sprofondante patria del virile Spartaco ha trovato il tempo per riconoscere le unioni gay. Riuscirà Al-Baghdadi a diventare arcobaleno prima di noi?

Zuckerberg facebook child daughter
Mark Zuckerberg perde la testa per la figlia appena nata e decide di donare il 99% delle azioni di Facebook con le quale potrebbe comprarsi la Slovenia (1 dicembre)

Lo sport fa schifo. Quest’anno tanti sportivi, a tutti i livelli, sono stati pescati con le mani nella marmellata. Da sconosciuti dell’atletica leggera a ministri dello Sport, da squadre di calcio parrocchiali con partite truccate ai vertici della Fifa. Pur di garantirsi il posto o la scommessa, lo spirito agonistico è finito nel cesso, o in una siringa. L’unico modo per viverlo? Spegnere la TV e andare a fare una corsa nel parco. E per fortuna che ci sono le donne. Flavia Pennetta e Roberta Vinci sono il meglio dell’export italiano. Tenacia, onestà e simpatia è il mix #VinciPennetta.

E a proposito di donne, Samantha Cristoforetti è tornata coi piedi per terra. E per fortuna! La ragazza si stava montando la testa, a dire di quanti credono che le donne debbano stare solo dietro ai fornelli e non perseguire carriere professionali senza figliare. Ad oggi, al riguardo, è uscito allo scoperto dal Pleistocene soltanto un giornalista del Foglio, che probabilmente invece che sul tablet scrive ancora su tavolette di cera seduto a gambe incrociate. Emozioni dallo spazio anche grazie a Plutone, la cui superficie è stata fotografata per la prima volta da una distanza molto ravvicinata. Il 14 luglio il web, nel postarlo, è impazzito che neanche i parigini di fronte alla Bastiglia 226 anni prima.

birmania elezione fine dittatura
Buone notizie dalla Birmania. Cessa la dittatura, il popolo vota il premio Nobel per la Pace Aung San Su-Kyi (8 novembre)

I populisti continuano a crescere. Il Front National di Marine Le Pen fa man bassa di voti al primo turno delle regionali francesi, salvo rimanere a bocca asciutta nel secondo. Ma destre e sinistre moderate hanno poco da festeggiare. Se non trovano presto credibilità nell’elettorato, faranno la fine dei loro antenati del secolo scorso, fagocitati da chi tra le due guerre sapeva parlare alle pance dei popoli affranti.

Non è bastato lo storico disgelo tra americani e cubani. Tra Russia e Stati Uniti la guerra fredda non è mai finita. E i due paesi devono per giunta convivere con ombre interne. Il primo ha insabbiato le indagini sull’uccisione del principale oppositore di Putin; il secondo continua a contare le vittime di pistoleri squilibrati all’uscita delle scuole. Intanto l’Italia (e tutta l’Europa Occidentale) è circondata da conflitti. A sud, il Nord Africa delle primavere arabe non trova pace. A sud-est, il Medio Oriente è sempre più incasinato, con popoli dagli stessi nemici che si bombardano a vicenda. Siriani di regime contro siriani ribelli; ribelli contro Isis; russi contro Isis e ribelli; Isis contro tutti. E ancora: sciiti contro sunniti; sauditi contro houiti; israeliani contro palestinesi. E per stringere il cerchio: Erdogan contro Putin; Balcani contro immigrati; ucraini filoeuropei contro ucraini filorussi. E la vicina e neutrale Svizzera che ci ricorda quanto sia bello fottersene un cazzo di tutti e passare il tempo a contare denari.

copilota suicida lufthansa
Un aereo Germanwings precipita in Provenza per colpa del copilota suicida (24 marzo)

Greta e Vanessa – le giovani volontarie sequestrate in Siria – tornano a casa, e l’unica preoccupazione del vice presidente del Senato Maurizio Gasparri è «Sesso consenziente con i guerriglieri? E noi paghiamo!». Zayn Malik, come un John Lennon col risvoltino, abbandona gli One Direction; grida e lamenti su Twitter; 13enni amareggiate in cerca della Yoko Ono dei poveri. Ogni punto fermo delle nostre inutili vite è infine crollato con la scoperta che Bill Cosby è stato uno stupratore seriale di decine di ragazzine che ha narcotizzato prima di violentare. (Avete presente cosa si prova a beccare Babbo Natale farsi un folletto?). Ma la domanda che ha mandando in tilt i quozienti intellettivi – e le retine – di mezzo mondo è stata: «Ragazzi, questo vestito è bianco e oro o nero e blu?». Merito di #TheDress (che, ribadiamolo, è nero e blu, perdio!) ha fatto tornare di moda le righe che credevamo archiviate con gli Anni dieci. Nel 2015 è tornato Star Wars, e la Forza ha di sicuro assistito la campagna pubblicitaria: si è capito dove sono stati investiti tutti i soldi della banche elleniche… e #Grexit fu. Ma dai cieli la minaccia vera è lo smog accentuato da un inverno mite e senza perturbazioni, dopo un’estate dal caldo record. I grandi della terra si sono riuniti per parlare di contenimento dell’effetto serra ma, ancora una volta, si è detto tanto sui buoni propositi per il futuro e poco di cosa fare nel presente.

Un anno di chiacchiere, di immigrati e di morti. L’anno in cui se ne sono andati anche Pino Daniele, Anita Ekberg, B. B. King, Michele Ferrero, Christopher Lee, Pietro Ingrao, Licio Gelli. E Moira Orfei. La quale ci ricorda che forse il circo e le illusioni trovano posto sempre più spesso fuori dai tendoni.

Adele hello single record
Adele esce con il singolo “Hello” rompendo diversi record di vendite e visualizzazioni (23 ottobre)

#PourteOuverte

parigi porte aperte ospitalità twitter

Giornalisti che fomentano l’odio con titoli di giornale. Capi di stato che invocano la chiusura delle frontiere. Politici che corrono a Parigi per girare videomessaggi propagandistici con lo sfondo della Torre Eiffel.
E poi parigini che passano la notte ad ospitare gli scampati agli attentati a colpi di hashtag, e ancora parigini che cantano l’inno nazionale all’uscita dello stadio colpito dagli attentatori.
Il 13 novembre mi ha insegnato che c’è speranza per il futuro. E che a una politica dell’odio e della chiusura (che fa solo il gioco dei terroristi) bisogna rispondere con le porte aperte. Così vedrai come si incazzano. Oggi sono solo #PourteOuverte.

Ho visto la prima serie di True Detective

true detective girl murder horns

(Spoiler alert)

Neonati fatti esplodere nel microonde dove i genitori stavano provando ad asciugarli. Bambini sacrificati a dèi inventati sotto l’effetto di metanfetamina. Pedofili satanici che chiavano sorellastre sporche e ritardate in case putride e maleodoranti. Genitori conservati (in fin di vita o forse cadaveri) incatenati in capanni pitturati di sangue. Reverendi, poliziotti e politici che insabbiano il tutto. Questo, amici, è True detective: ‘na botta di vita.

Uno pensava di aver temprato lo stomaco dopo aver visto tutta la saga di Saw/L’enigmista, e invece arriva Nic Pizzolatto – italoamericano di New Orleans – che ti piazza una delle serie tv più macabre d’America. L’ambientazione è la Louisiana degli acquitrini e delle paludi; della vegetazione alta dove, nell’anno di Windows 95, è possibile celare il peggio che l’umanità possa concepire, come meth-lab che sono anche prigioni per bambini rapiti e seviziati nell’attesa di essere giustiziati. (Sarà un caso ma, in un gioco di contrasti, il serial killer è un giardiniere che passa il tempo a tosare l’erba, metafora di quella zona grigia dell’uomo in cui non si sa chi è il buono e chi il cattivo; in cui ancora in molti riescono a farla franca).

true detective louisiana

True Detective non vuole colpire lo spettatore alla pancia. Estrae direttamente il suo stomaco dal buco del culo, ci sputa dentro, lo respinge al suo interno… e Buon Natale anche a te. Dopo aver visto una sola puntata del telefilm, ti si appiccica addosso così tanto sporco da farti credere di essere tu stesso colpevole di qualcosa. Memorabile la giustificazione che Marty – uno dei due detective protagonisti – dà ai colleghi sul suo tradimento nei confronti della moglie. Parafrasando, suona così: “Non era tradimento. Un uomo col mio lavoro, con tutto l’orrore che vedo, prima di tornare a casa ha bisogno di un po’ di… decompressione. Per cui se andavo al bar, mi ubriacavo e scopavo quell’altra più giovane, tutto sommato lo facevo per il bene della mia famiglia. Così tornavo a casa sereno”. Diciamocelo: quanti uomini furbetti si raccontano la stessa favoletta anche nella realtà per alleggerirsi la coscienza?

Un mondo al contrario dove il “tradimento” non è tradimento, ma “decompressione”; dove se si è personaggi potenti si possono commettere le peggio cose, basta avere la facciata a posto; dove non si sa più chi è il buono e chi il cattivo; dove il buono (Marty) ha momenti da cattivo e poi ritorno buono, e il cattivo (Rust) alla fine non è poi così tanto cattivo, anzi forse è il più buono.

True Detective è un mondo al contrario. Che poi alla fine è il nostro mondo, quello delle anime irrequiete che non sanno cosa vogliono dalla propria vita; quello della linea di confine tra follia e normalità che è soltanto una fottutissima linea di confine, spesso arbitraria, spostata a seconda del contesto geografico e storico. Perché, in fondo, piace a tutti l’idea di osare oltre i propri limiti. Ci diamo delle regole per poi infrangerle e giudicare gli altri. Amiamo tutti giocare con l’oscurità.

true detective swamp

La chiave di lettura dell’intera serie risiede proprio nelle sue battute di chiusura. Light versus Dark. Rust, durante la sua degenza, guarda tutti i giorni il mondo fuori dalla finestra ripensando al suo passato, ai casi risolti, alla Vita nel suo complesso come a un ripetersi continuo della stessa storia. E poi dice a Marty…

Rust: It’s just one story. The oldest.

Marty: What’s that?

R: Light versus dark.

M: Well, – guardando il cielo notturno – appears to me that the dark has a lot more territory.

Cambiano discorso e poi Rust fa un passo indietro nel dialogo.

R: You know, you are looking at it wrong… the sky thing.

M: How is that?

R: Well, once there was only dark. If you ask me, the light is winning.

Marty sorride.

true detective sunset river boat

La Santarcangelo dei Pornai

santarcangelo teatri ballerino nudo pipì 3Sui giornali di oggi si legge, “Santarcangelo: residenti e opposizione si sono presentati in Caserma per sporgere denuncia contro lo spettacolo del ballerino nudo in piazza”.
La vicenda è la seguente. Si è da poco concluso il festival – oramai internazionalmente riconosciuto – Santarcangelo dei Teatri che da anni trasforma per qualche giorno le vie del centro storico della cittadina romagnola in palcoscenici all’aperto. Fatti-non-foste-a-viver-come-bruti, un bel giorno la ridente cittadina si svegliò con un adone danzante che esibiva i gioielli di famiglia al vento mentre metteva in scena una coreografia di Tino Sehgal. Il nome poco importa; non lo conosco io, non lo conoscete voi e forse non lo conosce nemmeno sua madre. Fatto sta che si tratta di uno spettacolo (un assolo maschile che ripercorre gli ultimi cent’anni della Danza) che gira il mondo da 15 anni e che non ha mai scatenato masturbazioni di massa né piogge di reggiseni. Finché non giunse a sconquassare il cheto-vivere della – a quanto pare – vittoriana Santarcangelo di Romagna, dove i giardini sono ancora popolati da matrone con l’ombrellino bianco di pizzo e oh, signoria mia, certe cose proprio no. “Questa non è arte!”. Tuonarono i paesani dopo aver messo da parte l’aratro e finito di foraggiare il bestiame. E giù andarono dritti dritti, tutti in coda, fino al comando dei Carabinieri del villaggio per denunciare la coreografia galeotta (peraltro finanziata dalla Francia per il festival clementino). “Ci sono i bambini, ci sono i bambini!”. Ah, i bambini! Proprio quelli a cui regalano lo smartphone a 10 anni per andare su ask.fm e chiedere alla community online se col sesso anale si prendono le malattie, perché guai a parlarne con mamma e papà. Sono troppo impegnati a sgranare il rosario.

Un quadretto folkloristico provinciale, quello di queste sentinelle della “purificazione” che si accodano davanti alla Caserma, che mi ricorda tanto la scena del film Malèna in cui le donne di un paese del profondo sud, da sempre frustrate e bigotte (e sotto sotto invidiose della freschezza moderna della protagonista), hanno colto la scusa del collaborazionismo coi tedeschi della bella ragazza per linciarla pubblicamente in piazza. Rigorosamente vestite col nero della continenza.

Peccato che l’Arte non possa essere scalfita, né umiliata, perché è più forte dei calci, delle forbici e dei sassi. L’Arte può essere amata od odiata, ma resta eterna. Mentre di queste piccole persone che hanno la pretesa di sapere cosa è giusto e cosa no, tutte in coda vestite di nero, non resterà alcun ricordo.

malena linciaggio

Jurassic World e il governo dei tecnici

Jurassic world water show

Mentre il mondo dei pop-corn festeggia il record di incassi di Jurassic World, chi come me con la saga giurassica c’è cresciuto, non può che constatare la pochezza dell’ultima puntata; e non per nostalgia. Intendiamoci, Jurassic World è spettacolare. Due ore e dieci di pellicola che scorre come un fiume: effetti visivi che fanno aggrappare alla poltrona, scenari dell’altro mondo e montaggio acchiappa-attenzione. E allora cosa manca?, direte voi. Tutto il resto, manca il film.

Si è perso più tempo a curare ciascuna immagine che a trovare una storia appassionante che le unisca tutte. Apparenza senza spessore. Come un bel trailer lungo 130 minuti (ecco perché come The avengers trascina masse ai botteghini ma non potrà mai diventare un cult). Tutto è in mano unicamente al dipartimento di animazione 3d. Ed è come far progettare un museo ad un serramentista. Belle quelle finestre, ma l’architettura? Manca un’anima, manca l’arte, manca il film.

Come mai il primo Jurassic Park è diventato subito cult? Non solo perché era la “novità” (di mostri al cinema se n’erano già visti, eccome), ma perché metteva in scena una dimensione umana. Non da poster hollywoodiani. Era possibile immedesimarsi con i suoi personaggi grazie alla loro complessità psicologica e alle battute storiche. C’era il magnate che giocava a scacchi con la genetica (“Qui non badiamo a spese”) e lo scienziato che lo riportava alla realtà con la teoria del caos (“La Natura trova sempre il suo corso”). C’era il pragmatico paleontologo che odiava i bambini e l’innocenza di questi che lo ha conquistato. Ogni protagonista, come nei “tipi” del teatro greco, aveva la sua definizione, il suo scopo, il suo opposto. E compiva un’evoluzione. I giovani attori di oggi, ammiccanti e più social, diograzia se sanno recitare (si veda Twilight).

jurassic world park bambini

Il cinema americano – quindi gran parte del cinema mondiale – vive un periodo di crisi della creatività. Addio copioni dal titolo I soliti sospetti o Indovina chi viene a cena?. Il grande schermo è popolato da fumetti, trasposizioni di best-seller erotici o da vecchie saghe riesumate. Basta che siano bravi gli specialisti del chroma-key, i tecnici del rendering, gli sviluppatori dei software grafici. A quelli, sì, “non badiamo a spese”. Maestri – per carità – nel loro settore, ma con una formazione specialistica-informatica che si limita al proprio ruolo. E così, senza il guizzo d’ingegno del “direttore” d’orchestra (non a caso “regista” in inglese si dice director), la settima arte si inaridisce. È tutta esibizione di tecnica. Non si percepisce la visione dell’esecutore dell’opera. La sua creatività.

Monti Napolitano Fornelo Cancellieri Severino

Come alla politica servono politici capaci di compiere scelte coraggiose, e non tecnici attaccati alla calcolatrice, così al cinema occorrono registi-politici che perseguano la propria idea di mondo. Che offrano la propria versione della realtà. La quale può essere amata, odiata, ma che comunque, per la sua componente rivoluzionaria, è in grado di emozionare e suscitare quesiti.

Questo “cinema dei tecnici” è in scacco all’aritmetica degli algoritmi (beninteso, strepitosi) che hanno prevaricato l’arguzia del creatore. (George Lucas, prima della spada laser, ci ha regalato una storia eterna). Gli ultimi esempi in cui, nel cinema, i calcolatori siano stati messi al servizio dell’arte sono le trilogie di Matrix e del Signore degli anelli. Primi Anni duemila. Dagli Anni 10 in poi, i tecnici hanno preso il posto dei politici, pardon, dei registi. La sceneggiatura di qualità la si può trovare oggi soltanto nelle serie tv (si veda Breaking bad o House of cards).

Non si finiscono poi di contare gli sponsor apparsi in Jurassic World, dalle bevande alle scarpe. Altra prova della progressiva commercializzazione della settima arte. Oramai al cinema non va più nessuno e per sopravvivere, gli industriali della cinepresa si sono svenduti al mercato. Schiavi di squadre di tecnici, ciascuna delle quali impegnata a lavorare alla propria scena spettacolare sconnessa dalle altre. Senza arte.

My Dolomites

In my four days of skiing through the Dolomites, I ended up filming random scenes during my slopes. Back home, I edited it all into something that turned out to be more of a documentary, rather than a holiday video, and ultimately very intimate: almost dramatic. Hope you’ll enjoy it.

#MyDolomites

American Horror Story “Asylum”… spettacolo!

Ho finito ieri notte la seconda stagione di American Horror Story (dal titolo “Asylum”), guardata nell’arco di una settimana tra le 24 e le 3 di notte, come si addice ad una serie tv dell’orrore, e l’ho trovata eccellente. Ecco perché.

Asylum_sex sister and father

Per chi come me si è da poco avvicinato alla pratica del montaggio video, questo telefilm fa scuola: è come una una palestra: la quintessenza dell’editing. Ogni frame, ogni movimento di camera è studiato come se dovesse essere il migliore di tutto l’episodio. Una filosofia che i registi delle fiction italiane conoscono quanto l’aramaico antico. (Sempre ieri, in palestra, ho guardato cinque minuti di “Sfida al cielo” su Rai1 mentre correvo sul tapis-roulant: cinque minuti di inquadratura fissa di un camioncino che faceva retromarcia… un documentario sulle dighe dei castori sarebbe stato più eccitante).

Jessica Lange - Sister Jude

[Attenzione, semi-spoiler alert] Jessica Lange è superba, e come lei tutto il cast. Era piacevolmente maligna nella prima serie, ma, in questa seconda, spiattella di fronte alla telecamera una tale gamma di espressioni e di caricature da fare impallidire la più poliedrica Queen Meryl. Ciò che funziona veramente bene in quest’opera è l’evoluzione dei personaggi, le due grandi donne protagoniste. Sister Jude (Jessica Lange) e la reporter Lana Winter (Sarah Paulson) compiono due percorsi inversi nel manicomio di Briarcliff. La prima, di purificazione: dall’essere stronza quanto il demonio a diventare un’amorevole nonna, passando per la legge del contrappasso che la vede imprigionata nello stesso istituto che guidava. La seconda, di corruzione: da vittima vulnerabile a spietata figlicida.

Lana Winter Asylum Bloody face

E a proposito di contrappasso, il ricovero psichiatrico di Briarcliff è quanto di più simile all’inferno dantesco sia mai stato rappresentato in tv, dove il male compiuto in vita viene punito con dell’altro male attraverso la segregazione, l’annullamento della persona e senza alcuna attività riabilitativa. Ah no, quello è il sistema carcerario italiano.

Lana Winter Asylum homosexual therapy
La terapia per “curare” l’omosessualità di Lana.

Quando una cinepresa riesce a restituire all’immaginario collettivo un mondo credibile ed affascinante, una suggestiva architettura di immagini quanto la Terra di mezzo o Hogwarts, allora il film o il telefilm diventa subito cult. E questo è il caso di American Horror Story: Asylum.

Sanremo 2015. Il paese in mano ai fiorentini

arisa anestetico ariston
“Ve lo consiglio a tutti”

Tirando le somme di questo #Sanremo2015 possiamo dire con tutta certezza che in Italia la Democrazia Cristiana non muore mai. La vittoria de Il Volo e della loro canzone che assomma in sé tutti i cliché dell’Italia-mandolino-e-mozzarella ne è l’emblema. Il discorso d’insediamento di Mattarella, a confronto, è stato un arbre-magique di freschezza alpina. Sui social network tutti li sfottono, eppure in “cabina elettorale” tutti li votano. Grande amore è una canzone tronfia, stucchevole e auto-compiacentemente epica. Piace solo ai newyorkesi che vogliono mangiare spaghetti al pomodoro su tovaglie a quadretti biancorossi. E a qualche antenato meridionale che li ha votati.

Le voci più belle del Festival? Chiara, Annalisa, Malika e Nek (nella cover). Mi spiace per Lara Fabian, ma se continua ad infilare alla fine di ogni verso note che possono udire solo i cani, le sue interpretazioni finiscono per essere più un esercizio di stile che di contenuto. Bianca l’Azteca e lo yogurt Nesli devo ancora capire chi sono. La Fragola deve maturare, ma promette bene. La canzone di Irene Grandi era più bella ad ogni ascolto, ma a Sanremo devi convincere dalla prima (massimo seconda) esibizione. Biggio e Mandelli, con il loro elioelestorietesismo irriverente-ma-non-troppo, hanno rotto un po’ gli schemi di questo che più che un festival è stata una Restaurazione post-napoleonica. Alex Britti è stato utile solo per capire che esistono centri estetici con lampade a raggi UV più potenti di quelle di Obama Conti. I Dear Jack, dopo neanche un anno, sono già la fotocopia di se stessi. Bravi Grazia Di Michele e Platinette-versione-quasi-uomo: bel testo e melodia piacevolmente struggente per una partecipazione più socio-attivista che mirante al podio. A Giancluca Grignani va il pre-prensionamento obbligato in un circolo di alcolisti anonimi, ma non a Riccione. Moreno mi gasa e lui ci crede molto; me lo infilerei in un taschino. La Zilli non ha lasciato il segno come in passato. Ogni tanto si è avvistato sul palco lo spettro di Raf che emetteva suoni a cazzo, ma tutte le risposte verranno fornite dal reparto otorinolaringoiatra dell’Ospedale di Sanremo. Marco Masini, boh. Finiamo la parentesi cantanti con l’auto-proclamata diva, la muchacha “io sono troppo sexy” che quando dice di “far l’amore con il mar” me la immagino a farsi il bidet con l’acqua del porto di Napoli; una delle poche donne in Italia con un contratto a tempo indeterminato potendo contare su 7 partecipazioni al Festival di Sanremo all’età di 28 anni (che dimostra da quando ne aveva 16). Gigi D’Alessio, che l’ha istruita, gasata e montata (sì, anche in quel senso), l’ha rovinata in tutto, a partire dalle sopracciglia.

Devo ammettere che, causa Carlo Conti, pensavo che questa edizione sarebbe stata alquanto geriatrica con distribuzione di mele cotte in sala, considerando che a mia nonna parte un gancetto del reggiseno ogni volta che lo vede condurre. E invece, nonostante l’insopportabile inizio da catechismo col signor Anania, padre di 16 figli che mantiene grazie allo spirito santo (e agli assegni di Stato), Conti è riuscito a tirare in ballo personaggi contemporanei come Conchita Wurst che, a differenza dell’evangelizzatore anti-preservativo, non si è impossessata del palco per imporre il proprio credo, ma ha parlato con umiltà dell’essere se stessi. Un bel messaggio di tolleranza da far scuola ai piani alti, anzi, agli attici di certi cardinali.

famiglia anania sanremo
Mr. Anania, i 16 figli, e la moglie sottomessa mai interpellata. Tanto ci pensa lo Spirito Santo a caricarle la lavatrice ogni giorno.
conchita wurst sanremo
Più elegante di Emma.

Quello del 2015 è stato il Festival dei comici bufala. Siani ha perso credibilità subito dopo aver dato – praticamente – del ciccione di merda a un bambino vistosamente obeso, anche se c’era puzza di sketch pianificato. Pintus e Cirilli, non pervenuti. Però: eccezionale Virginia Raffaele; molto buoni Rocco Tanica, i Boiler e quelli del blind-date. Ma il momento più comico di tutti va imputato ad Arisa, drogata come una cavalla incinta che in un alto momento di pubblicità sociale dispensa consigli su anestetici (che sono la stessa cosa di antidolorifici). Emma è stata utile solo per ricordare quanti dischi vende. E l’altra, la spagnola… Mi spiace per lei perché è dolce, ma finché una valletta verrà assunta solo perché “la fidanzata di”, non ci sarà mai vera emancipazione femminile. Avete mai visto un Baudo chiamato solo perché marito della Ricciarelli, o un Rutelli eletto solo perché compagno della Palombelli?

Gli ospiti internazionali ancora una volta servono a capire quanto siamo musicalmente inferiori noi italiani. Charlize Theron, ipnotizzante bellezza e inutile presenza, sembrava dire, sorrido di qua, sorrido di là, dov’è il mio cachet?

Il prossimo anno sarà un Conti bis, quello che decreterà la sua effettiva mutazione in Pippo Baudo. A quanto pare ai giovani fiorentini piace l’idea di sostituire i precedenti carismatici monarchi classe 1936 con una nuova teocrazia catodica.

tettone di arisa sanremo
Arisa e le tette a orecchia di cocker della prima serata

Faccia di uno che parla con Enrico Papi

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La mia domanda a Enrico Papi. E lui: torno con Sarabanda.


Il conduttore televisivo è morto? Assalito da una parte da eserciti di cuochi, wedding planner, stylist, ristrutturatori, designer, cake designer & co. che si improvvisano conduttori, giudici e opinionisti; dall’altra parte, format televisivi preconfezionati dove persino il posizionamento dei fari viene indicato nelle linee guida. Tutto questo rende il conduttore in studio ancora più marginale (vedi X-Factor).


sarabanda uomo gattoA rispondere alla domanda della blogger “che tutti odiano”, come si definisce la preparatissima Grazia Sambruna di TvBlog alla Festa della Rete 2014 a Rimini, è Enrico Papi il cui esistere – come tanti personaggi TV – è indissolubilmente legato a un programma televisivo. Ve lo devo ricordare io? Sarabanda. Quello dell’Uomo gatto.

Diciamocelo – come direbbe La Russa -, la TV generalista di oggi fa schifo. Almeno al 90%. Autoreferenzialità a palla. Poco tempo fa ho domandato ad una figura dirigenziale Rai, “perché alcuni conduttori rimangono in TV in eterno come monarchi, mentre altri più giovani e bravi scompaiono dopo poco tempo? Lo fate perché fa più comodo contare sull’usato sicuro, su ascolti garantiti?”. “Sei troppo buono – fu la risposta -. In Rai c’è una tradizione di raccomandazioni politiche”. “Ah”. E se lo dice un dirigente! Mamma Rai e servizio pubblico di ‘sto ceppo della minchia, insomma. Capisco perché pagare il canone per vedere girare “poltrone” che comprano “riflettori” non generi proprio un moto di orgoglio.

Mancano i soldi? Sì. Crisi delle pubblicità? Sì. Ma soprattutto… manca la creatività? Stra doppio sì di brutto! Basta guardare i canali YouTube. Budget da paghetta settimanale (…e molti youtuber sono ancora in età da paghetta settimanale), ma creatività come se piovesse. Risultato: ascolti da TV digitali. Probabilmente se si sommassero le visualizzazioni di tutti i più famosi canali italiani del “tubo” si farebbe concorrenza a Italia1.

Dopo la mia domanda – riappacificatrice con la TV generalista – per Papi, “possiamo fare un applauso a Sarabanda perché ha fatto storia?” (min. 44:40), il conduttore ci ha lasciato con una promessa. “Riporterò Sarabanda in TV!”. Ce la farà il buon Enrico a scalzare le luci ultraviolette di CSI-NY?