Il NYT si scusa coi trumpisti. Anche no

Il New York Times, sorpreso dall’elezione di Trump, promette che d’ora in poi racconterà meglio l’America dei trumpisti.
Fatemi capire. Quindi ora i cronisti dovranno andare nei night-club a chiedere come si mette la mano sulla patata alle signore senza che queste protestino; fra i petrolieri a chiedere quanto è utile all’economia emettere CO2 in atmosfera; fra i gruppi xenofobi a domandare come si sta bene dopo una bella pulizia razziale; ai confini col Messico a prendere le misure per il nuovo muro perché tanto solo così si fermano gli stupratori (per citare un po’ di trumpate)?
In tutta sta vicenda stiamo perdendo la bussola. Si pretende che i media prevedano il futuro, quando il loro compito è raccontare il presente. Quando si dice che i network di informazione devono essere democratici, non significa che devono schiaffare il microfono in mano al primo stronzo che passa per l’Iowa e andare a prendersi un caffè abdicando al proprio compito di critici della realtà. Il giornalismo compie un atto di selezione della notizia, è nella sua natura. Altrimenti si chiamerebbe agenzia stampa, elencherebbe in modo sterile qualunque fatto senza offrire al pubblico gli strumenti per interpretarlo. Il giornalismo deve essere come la scuola. Deve formare e istruire. Avvicinare le persone, convincerle a partecipare alla vita democratica e aiutare così a far crescere il paese. Ciò comporta lasciare le puttanate fuori dalla porta.
Così come a scuola non studiamo il Mein kampf, il giornalista coraggioso individua le puttanate e sceglie di non farne una notizia.
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2015. L’anno dei tanti ‘Je suis’ e dei pochi fatti

Per la quarta volta mi metto a romanzare alla fine di un anno i principali eventi che l’hanno preceduta cercando di carpirne lo spirito del tempo. Il 2012, dopo l’avvento dei tecnici, è stato l’anno dello spread e dell’ansia da estratto conto. Nel 2013 Hannah Montana si è messa a leccare martelli e siamo diventati tutti più grandi. Il 2014 è stato l’anno dei selfie: su internet non solo postiamo quello che pensiamo, ma anche l’espressione che assumiamo quando lo pensiamo; lo smartphone ha superato il pc e siamo tutti più mobile. Quest’anno l’Europa ha vissuto il suo 11 settembre, dilatato nel tempo e nello spazio. L’epicentro è stata Parigi, ma lo sciame terroristico ci ha raggiunto fino ai luoghi di vacanze (Tunisia e Sharm el-Sheikh). E poi le morti nel Mediterraneo. Tremilacinquecento in un anno. E la foto del piccolo Aylan, col volto conficcato nelle sabbie di Bodrum, è diventata l’immagine più brutta della storia moderna. Quel giorno abbiamo perso tutti, indipendentemente dalla religione, dalla cultura o provenienza.

Nella nebulosa “sociale”, gli hashtag si sono sprecati: #jesuischarlie #jesuiparis #jesuisbardo #jesuitunis… costrutti digitali – traduzione di formule prosaiche del tipo «Io sto con…», «Siamo tutti…» – da dispiegare quando si è scossi da disgrazie altrui e si vuole esprimere solidarietà. Peccato che alle marce di pace, ai montanti «Je suis» siano seguiti pochi fatti. I leader mondiali, complice un perenne stato di campagna elettorale nelle società moderne, badano poco alla leadership e molto ai consensi. Come combattiamo l’Isis? Cosa facciamo in Siria? E in Libia? E l’Ucraina? I Balcani? Mamma mia, quanti immigrati! Aspetta, parliamo con l’Iran. Anzi no, diciamo qualcosa sul clima. Israeliani, palestinesi, ancora con sta fissa per uno Stato indipendente? Focolaio dopo focolaio, da Obama a Putin, dall’Unione Europea agli Stati membri, chi governa oggi il mondo è del tutto incompetente in Politica estera. Non un singolo major problem è stato risolto. Tempi bui ci attendono.

palmira direttore sito archeologico
Palmira, i miliziani dell’Isis distruggono le rovine e ammazzano l’ex direttore del sito archeologico Khaled Asaad (18 agosto)

Ma andiamo con ordine. Il 2015 è stato senz’altro l’anno di Ignazio Marino. Che uomo! L’unico ad essere riuscito a far incazzare un Papa a ottomila metri di quota. Roma è in disgrazia (lui è l’ultimo ad averne colpa, beninteso). #MafiaCapitale è un fatto così drammatico quanto cinematografico, diventato per certi versi cool, tanto che SkyTG24 lo pubblicizza con musiche da aperol-time. E il pontefice indignato: «Io non l’ho invitato, va bene?!?».

Matteo Renzi, tra una Buona scuola e un Jobs act, scongela la Dc e fa eleggere Sergio Mattarella Presidente. Intanto l’inefficienza pubblica dilaga. A San Remo non lavora il 72% dei dipendenti comunali; 35 gli arresti; manco Pippo Baudo arrampicato sugli spalti dell’Ariston potrà risollevare gli animi. La corruzione si fa strada, o meglio, fa le strade. Dieci gli arrestati dopo un’indagine nel settore Infrastrutture tra cui dirigenti e funzionari dell’Anas. E intanto un viadotto nuovo di pacca crolla vicino a Palermo.

Carrozza e cavalli, funerali stile Padrino per boss a Roma
Funerale di Vittorio Casamonica con elicottero, carrozza e musiche del “Padrino”. Polemiche sulle autorizzazioni. (20 agosto)

Ma il 2015 è stato anche l’anno del successo di Expo con cui Milano è diventata la capitale morale del Paese. Nonostante i lavori in extremis, gli indagati e gli hamburger di McDonald’s, #Expo2015 ha portato a Rho più persone di quante pronosticate (21 milioni) e rimarrà nella memoria per lo spettacolo di luci dell’Albero della Vita, la rete del Brasile e la fila al Padiglione del Giappone. Il quesito esistenziale dell’anno? «Ma perché non siamo venuti a giugno?», detto da chi ha aspettato ottobre per andarci.

Mentre Messina è senz’acqua per diversi giorni, dal Vaticano fuoriescono documenti segreti. Il #Vatileaks ha messo a processo persino due giornalisti e la libertà di espressione. (Mi scusi, per la Sacra Inquisizione, di qua?). E a proposito di tribunali, Alberto Stasi è una volta per tutte colpevole, punto (un punto lungo otto anni). Raffaele Sollecito e Amanda Knox sono innocenti, altro punto (altri otto anni). Ma la giustizia non riesce a raggiungere i diritti civili in Italia. Se ad inizio anno ci “consolavamo” dicendo, «Dai, non siamo gli ultimi a non riconoscere gli stessi diritti alle coppie omosessuali, ci sono ancora Grecia e Stato islamico», ebbene, con un colpo di scena di fine anno, anche la sprofondante patria del virile Spartaco ha trovato il tempo per riconoscere le unioni gay. Riuscirà Al-Baghdadi a diventare arcobaleno prima di noi?

Zuckerberg facebook child daughter
Mark Zuckerberg perde la testa per la figlia appena nata e decide di donare il 99% delle azioni di Facebook con le quale potrebbe comprarsi la Slovenia (1 dicembre)

Lo sport fa schifo. Quest’anno tanti sportivi, a tutti i livelli, sono stati pescati con le mani nella marmellata. Da sconosciuti dell’atletica leggera a ministri dello Sport, da squadre di calcio parrocchiali con partite truccate ai vertici della Fifa. Pur di garantirsi il posto o la scommessa, lo spirito agonistico è finito nel cesso, o in una siringa. L’unico modo per viverlo? Spegnere la TV e andare a fare una corsa nel parco. E per fortuna che ci sono le donne. Flavia Pennetta e Roberta Vinci sono il meglio dell’export italiano. Tenacia, onestà e simpatia è il mix #VinciPennetta.

E a proposito di donne, Samantha Cristoforetti è tornata coi piedi per terra. E per fortuna! La ragazza si stava montando la testa, a dire di quanti credono che le donne debbano stare solo dietro ai fornelli e non perseguire carriere professionali senza figliare. Ad oggi, al riguardo, è uscito allo scoperto dal Pleistocene soltanto un giornalista del Foglio, che probabilmente invece che sul tablet scrive ancora su tavolette di cera seduto a gambe incrociate. Emozioni dallo spazio anche grazie a Plutone, la cui superficie è stata fotografata per la prima volta da una distanza molto ravvicinata. Il 14 luglio il web, nel postarlo, è impazzito che neanche i parigini di fronte alla Bastiglia 226 anni prima.

birmania elezione fine dittatura
Buone notizie dalla Birmania. Cessa la dittatura, il popolo vota il premio Nobel per la Pace Aung San Su-Kyi (8 novembre)

I populisti continuano a crescere. Il Front National di Marine Le Pen fa man bassa di voti al primo turno delle regionali francesi, salvo rimanere a bocca asciutta nel secondo. Ma destre e sinistre moderate hanno poco da festeggiare. Se non trovano presto credibilità nell’elettorato, faranno la fine dei loro antenati del secolo scorso, fagocitati da chi tra le due guerre sapeva parlare alle pance dei popoli affranti.

Non è bastato lo storico disgelo tra americani e cubani. Tra Russia e Stati Uniti la guerra fredda non è mai finita. E i due paesi devono per giunta convivere con ombre interne. Il primo ha insabbiato le indagini sull’uccisione del principale oppositore di Putin; il secondo continua a contare le vittime di pistoleri squilibrati all’uscita delle scuole. Intanto l’Italia (e tutta l’Europa Occidentale) è circondata da conflitti. A sud, il Nord Africa delle primavere arabe non trova pace. A sud-est, il Medio Oriente è sempre più incasinato, con popoli dagli stessi nemici che si bombardano a vicenda. Siriani di regime contro siriani ribelli; ribelli contro Isis; russi contro Isis e ribelli; Isis contro tutti. E ancora: sciiti contro sunniti; sauditi contro houiti; israeliani contro palestinesi. E per stringere il cerchio: Erdogan contro Putin; Balcani contro immigrati; ucraini filoeuropei contro ucraini filorussi. E la vicina e neutrale Svizzera che ci ricorda quanto sia bello fottersene un cazzo di tutti e passare il tempo a contare denari.

copilota suicida lufthansa
Un aereo Germanwings precipita in Provenza per colpa del copilota suicida (24 marzo)

Greta e Vanessa – le giovani volontarie sequestrate in Siria – tornano a casa, e l’unica preoccupazione del vice presidente del Senato Maurizio Gasparri è «Sesso consenziente con i guerriglieri? E noi paghiamo!». Zayn Malik, come un John Lennon col risvoltino, abbandona gli One Direction; grida e lamenti su Twitter; 13enni amareggiate in cerca della Yoko Ono dei poveri. Ogni punto fermo delle nostre inutili vite è infine crollato con la scoperta che Bill Cosby è stato uno stupratore seriale di decine di ragazzine che ha narcotizzato prima di violentare. (Avete presente cosa si prova a beccare Babbo Natale farsi un folletto?). Ma la domanda che ha mandando in tilt i quozienti intellettivi – e le retine – di mezzo mondo è stata: «Ragazzi, questo vestito è bianco e oro o nero e blu?». Merito di #TheDress (che, ribadiamolo, è nero e blu, perdio!) ha fatto tornare di moda le righe che credevamo archiviate con gli Anni dieci. Nel 2015 è tornato Star Wars, e la Forza ha di sicuro assistito la campagna pubblicitaria: si è capito dove sono stati investiti tutti i soldi della banche elleniche… e #Grexit fu. Ma dai cieli la minaccia vera è lo smog accentuato da un inverno mite e senza perturbazioni, dopo un’estate dal caldo record. I grandi della terra si sono riuniti per parlare di contenimento dell’effetto serra ma, ancora una volta, si è detto tanto sui buoni propositi per il futuro e poco di cosa fare nel presente.

Un anno di chiacchiere, di immigrati e di morti. L’anno in cui se ne sono andati anche Pino Daniele, Anita Ekberg, B. B. King, Michele Ferrero, Christopher Lee, Pietro Ingrao, Licio Gelli. E Moira Orfei. La quale ci ricorda che forse il circo e le illusioni trovano posto sempre più spesso fuori dai tendoni.

Adele hello single record
Adele esce con il singolo “Hello” rompendo diversi record di vendite e visualizzazioni (23 ottobre)

#PourteOuverte

parigi porte aperte ospitalità twitter

Giornalisti che fomentano l’odio con titoli di giornale. Capi di stato che invocano la chiusura delle frontiere. Politici che corrono a Parigi per girare videomessaggi propagandistici con lo sfondo della Torre Eiffel.
E poi parigini che passano la notte ad ospitare gli scampati agli attentati a colpi di hashtag, e ancora parigini che cantano l’inno nazionale all’uscita dello stadio colpito dagli attentatori.
Il 13 novembre mi ha insegnato che c’è speranza per il futuro. E che a una politica dell’odio e della chiusura (che fa solo il gioco dei terroristi) bisogna rispondere con le porte aperte. Così vedrai come si incazzano. Oggi sono solo #PourteOuverte.

Ho visto la prima serie di True Detective

true detective girl murder horns

(Spoiler alert)

Neonati fatti esplodere nel microonde dove i genitori stavano provando ad asciugarli. Bambini sacrificati a dèi inventati sotto l’effetto di metanfetamina. Pedofili satanici che chiavano sorellastre sporche e ritardate in case putride e maleodoranti. Genitori conservati (in fin di vita o forse cadaveri) incatenati in capanni pitturati di sangue. Reverendi, poliziotti e politici che insabbiano il tutto. Questo, amici, è True detective: ‘na botta di vita.

Uno pensava di aver temprato lo stomaco dopo aver visto tutta la saga di Saw/L’enigmista, e invece arriva Nic Pizzolatto – italoamericano di New Orleans – che ti piazza una delle serie tv più macabre d’America. L’ambientazione è la Louisiana degli acquitrini e delle paludi; della vegetazione alta dove, nell’anno di Windows 95, è possibile celare il peggio che l’umanità possa concepire, come meth-lab che sono anche prigioni per bambini rapiti e seviziati nell’attesa di essere giustiziati. (Sarà un caso ma, in un gioco di contrasti, il serial killer è un giardiniere che passa il tempo a tosare l’erba, metafora di quella zona grigia dell’uomo in cui non si sa chi è il buono e chi il cattivo; in cui ancora in molti riescono a farla franca).

true detective louisiana

True Detective non vuole colpire lo spettatore alla pancia. Estrae direttamente il suo stomaco dal buco del culo, ci sputa dentro, lo respinge al suo interno… e Buon Natale anche a te. Dopo aver visto una sola puntata del telefilm, ti si appiccica addosso così tanto sporco da farti credere di essere tu stesso colpevole di qualcosa. Memorabile la giustificazione che Marty – uno dei due detective protagonisti – dà ai colleghi sul suo tradimento nei confronti della moglie. Parafrasando, suona così: “Non era tradimento. Un uomo col mio lavoro, con tutto l’orrore che vedo, prima di tornare a casa ha bisogno di un po’ di… decompressione. Per cui se andavo al bar, mi ubriacavo e scopavo quell’altra più giovane, tutto sommato lo facevo per il bene della mia famiglia. Così tornavo a casa sereno”. Diciamocelo: quanti uomini furbetti si raccontano la stessa favoletta anche nella realtà per alleggerirsi la coscienza?

Un mondo al contrario dove il “tradimento” non è tradimento, ma “decompressione”; dove se si è personaggi potenti si possono commettere le peggio cose, basta avere la facciata a posto; dove non si sa più chi è il buono e chi il cattivo; dove il buono (Marty) ha momenti da cattivo e poi ritorno buono, e il cattivo (Rust) alla fine non è poi così tanto cattivo, anzi forse è il più buono.

True Detective è un mondo al contrario. Che poi alla fine è il nostro mondo, quello delle anime irrequiete che non sanno cosa vogliono dalla propria vita; quello della linea di confine tra follia e normalità che è soltanto una fottutissima linea di confine, spesso arbitraria, spostata a seconda del contesto geografico e storico. Perché, in fondo, piace a tutti l’idea di osare oltre i propri limiti. Ci diamo delle regole per poi infrangerle e giudicare gli altri. Amiamo tutti giocare con l’oscurità.

true detective swamp

La chiave di lettura dell’intera serie risiede proprio nelle sue battute di chiusura. Light versus Dark. Rust, durante la sua degenza, guarda tutti i giorni il mondo fuori dalla finestra ripensando al suo passato, ai casi risolti, alla Vita nel suo complesso come a un ripetersi continuo della stessa storia. E poi dice a Marty…

Rust: It’s just one story. The oldest.

Marty: What’s that?

R: Light versus dark.

M: Well, – guardando il cielo notturno – appears to me that the dark has a lot more territory.

Cambiano discorso e poi Rust fa un passo indietro nel dialogo.

R: You know, you are looking at it wrong… the sky thing.

M: How is that?

R: Well, once there was only dark. If you ask me, the light is winning.

Marty sorride.

true detective sunset river boat

La Santarcangelo dei Pornai

santarcangelo teatri ballerino nudo pipì 3Sui giornali di oggi si legge, “Santarcangelo: residenti e opposizione si sono presentati in Caserma per sporgere denuncia contro lo spettacolo del ballerino nudo in piazza”.
La vicenda è la seguente. Si è da poco concluso il festival – oramai internazionalmente riconosciuto – Santarcangelo dei Teatri che da anni trasforma per qualche giorno le vie del centro storico della cittadina romagnola in palcoscenici all’aperto. Fatti-non-foste-a-viver-come-bruti, un bel giorno la ridente cittadina si svegliò con un adone danzante che esibiva i gioielli di famiglia al vento mentre metteva in scena una coreografia di Tino Sehgal. Il nome poco importa; non lo conosco io, non lo conoscete voi e forse non lo conosce nemmeno sua madre. Fatto sta che si tratta di uno spettacolo (un assolo maschile che ripercorre gli ultimi cent’anni della Danza) che gira il mondo da 15 anni e che non ha mai scatenato masturbazioni di massa né piogge di reggiseni. Finché non giunse a sconquassare il cheto-vivere della – a quanto pare – vittoriana Santarcangelo di Romagna, dove i giardini sono ancora popolati da matrone con l’ombrellino bianco di pizzo e oh, signoria mia, certe cose proprio no. “Questa non è arte!”. Tuonarono i paesani dopo aver messo da parte l’aratro e finito di foraggiare il bestiame. E giù andarono dritti dritti, tutti in coda, fino al comando dei Carabinieri del villaggio per denunciare la coreografia galeotta (peraltro finanziata dalla Francia per il festival clementino). “Ci sono i bambini, ci sono i bambini!”. Ah, i bambini! Proprio quelli a cui regalano lo smartphone a 10 anni per andare su ask.fm e chiedere alla community online se col sesso anale si prendono le malattie, perché guai a parlarne con mamma e papà. Sono troppo impegnati a sgranare il rosario.

Un quadretto folkloristico provinciale, quello di queste sentinelle della “purificazione” che si accodano davanti alla Caserma, che mi ricorda tanto la scena del film Malèna in cui le donne di un paese del profondo sud, da sempre frustrate e bigotte (e sotto sotto invidiose della freschezza moderna della protagonista), hanno colto la scusa del collaborazionismo coi tedeschi della bella ragazza per linciarla pubblicamente in piazza. Rigorosamente vestite col nero della continenza.

Peccato che l’Arte non possa essere scalfita, né umiliata, perché è più forte dei calci, delle forbici e dei sassi. L’Arte può essere amata od odiata, ma resta eterna. Mentre di queste piccole persone che hanno la pretesa di sapere cosa è giusto e cosa no, tutte in coda vestite di nero, non resterà alcun ricordo.

malena linciaggio

Jurassic World e il governo dei tecnici

Jurassic world water show

Mentre il mondo dei pop-corn festeggia il record di incassi di Jurassic World, chi come me con la saga giurassica c’è cresciuto, non può che constatare la pochezza dell’ultima puntata; e non per nostalgia. Intendiamoci, Jurassic World è spettacolare. Due ore e dieci di pellicola che scorre come un fiume: effetti visivi che fanno aggrappare alla poltrona, scenari dell’altro mondo e montaggio acchiappa-attenzione. E allora cosa manca?, direte voi. Tutto il resto, manca il film.

Si è perso più tempo a curare ciascuna immagine che a trovare una storia appassionante che le unisca tutte. Apparenza senza spessore. Come un bel trailer lungo 130 minuti (ecco perché come The avengers trascina masse ai botteghini ma non potrà mai diventare un cult). Tutto è in mano unicamente al dipartimento di animazione 3d. Ed è come far progettare un museo ad un serramentista. Belle quelle finestre, ma l’architettura? Manca un’anima, manca l’arte, manca il film.

Come mai il primo Jurassic Park è diventato subito cult? Non solo perché era la “novità” (di mostri al cinema se n’erano già visti, eccome), ma perché metteva in scena una dimensione umana. Non da poster hollywoodiani. Era possibile immedesimarsi con i suoi personaggi grazie alla loro complessità psicologica e alle battute storiche. C’era il magnate che giocava a scacchi con la genetica (“Qui non badiamo a spese”) e lo scienziato che lo riportava alla realtà con la teoria del caos (“La Natura trova sempre il suo corso”). C’era il pragmatico paleontologo che odiava i bambini e l’innocenza di questi che lo ha conquistato. Ogni protagonista, come nei “tipi” del teatro greco, aveva la sua definizione, il suo scopo, il suo opposto. E compiva un’evoluzione. I giovani attori di oggi, ammiccanti e più social, diograzia se sanno recitare (si veda Twilight).

jurassic world park bambini

Il cinema americano – quindi gran parte del cinema mondiale – vive un periodo di crisi della creatività. Addio copioni dal titolo I soliti sospetti o Indovina chi viene a cena?. Il grande schermo è popolato da fumetti, trasposizioni di best-seller erotici o da vecchie saghe riesumate. Basta che siano bravi gli specialisti del chroma-key, i tecnici del rendering, gli sviluppatori dei software grafici. A quelli, sì, “non badiamo a spese”. Maestri – per carità – nel loro settore, ma con una formazione specialistica-informatica che si limita al proprio ruolo. E così, senza il guizzo d’ingegno del “direttore” d’orchestra (non a caso “regista” in inglese si dice director), la settima arte si inaridisce. È tutta esibizione di tecnica. Non si percepisce la visione dell’esecutore dell’opera. La sua creatività.

Monti Napolitano Fornelo Cancellieri Severino

Come alla politica servono politici capaci di compiere scelte coraggiose, e non tecnici attaccati alla calcolatrice, così al cinema occorrono registi-politici che perseguano la propria idea di mondo. Che offrano la propria versione della realtà. La quale può essere amata, odiata, ma che comunque, per la sua componente rivoluzionaria, è in grado di emozionare e suscitare quesiti.

Questo “cinema dei tecnici” è in scacco all’aritmetica degli algoritmi (beninteso, strepitosi) che hanno prevaricato l’arguzia del creatore. (George Lucas, prima della spada laser, ci ha regalato una storia eterna). Gli ultimi esempi in cui, nel cinema, i calcolatori siano stati messi al servizio dell’arte sono le trilogie di Matrix e del Signore degli anelli. Primi Anni duemila. Dagli Anni 10 in poi, i tecnici hanno preso il posto dei politici, pardon, dei registi. La sceneggiatura di qualità la si può trovare oggi soltanto nelle serie tv (si veda Breaking bad o House of cards).

Non si finiscono poi di contare gli sponsor apparsi in Jurassic World, dalle bevande alle scarpe. Altra prova della progressiva commercializzazione della settima arte. Oramai al cinema non va più nessuno e per sopravvivere, gli industriali della cinepresa si sono svenduti al mercato. Schiavi di squadre di tecnici, ciascuna delle quali impegnata a lavorare alla propria scena spettacolare sconnessa dalle altre. Senza arte.

My Dolomites

In my four days of skiing through the Dolomites, I ended up filming random scenes during my slopes. Back home, I edited it all into something that turned out to be more of a documentary, rather than a holiday video, and ultimately very intimate: almost dramatic. Hope you’ll enjoy it.

#MyDolomites