E quel “faccione” di Renzi se la ride

di battisti chi - renzi
“Di Battista chi?”

Il grillino Di Battista alle Invasioni barbariche dalla Bignardi è convintissimo: «E facciamocela questa domanda. Mi chiede se potrei essere il prossimo presidente del Consiglio? Certo!». Al che la conduttrice gli offre su un vassoio d’argento l’occasione (che mai più riavrà altrettanto facilmente) di dimostrare, senza contraddittorio (!), di essere meglio del più quotato di tutti: Renzi.
E cosa afferma il buon Di Battista per convincere l’elettorato di La7? «Renzi ha un faccione falso. Io credo negli occhi delle persone
»…………….Sicché la reazione mi sorge spontanea: ma fa l’oculista?

Ma che argomentazione è? Che statista!, anzi, che catechista!

É un gran peccato vedere un giovane – che si crede meglio dei vecchi – con tanto fervore e voglia di fare, tutto convogliato nello sterile bidone dell’insulto, della fregnaccia da bar. Aveva l’occasione d’oro di affossare Renzi su qualsiasi punto della sua linea politica – il piano lavoro, i diritti, la visione dell’economia, il premio di maggioranza… qualsiasi cosa. E invece non ha resistito al richiamo della pancia. Servendo un assist a quel «faccione» di Renzi che ora se la ride.

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Gli errori di Bersani in questa ‘sinistra’ storia

BersaniLa mediocrità della «gestione Bersani», culminata nella supplica di sabato 20 aprile a Napolitano, ha portato alla prima rielezione di un presidente nella storia repubblicana. E non perché non vi fossero candidati, ma perché non si era in grado di sceglierne uno. Un evento unico per il quale è tanto encomiabile il senso delle istituzioni di Napolitano (l’unico vero statista rimasto), quanto riprovevoli le cause politiche, con epicentro a sinistra. Il presidente della Repubblica dovrebbe essere eletto garante di un sistema partitico funzionante, e invece è stato chiesto a Napolitano di indossare il camice del medico. La sinistra ha così offerto un precedente al presidenzialismo; non perché una politica pronta ad evolversi ne sentisse il bisogno, ma per ricucire frammenti lacerati.

Bersani ha la colpa di aver lasciato infangare Marini, dal curriculum importante, da 221 franchi tiratori quale simbolo del vecchiume (mica 21: 221). Ha imbarazzato Prodi, sul quale hanno analogamente sputato nonostante si tratti dell’italiano più stimato all’estero e dell’unico ad aver mai sconfitto Berlusconi (due volte). Insomma, non ha saputo nemmeno scegliersi i colleghi: sposando la filosofia del «tutti a casa», per ingraziarsi Grillo, si è circondato di grillini-travestiti-da-piddini. Poi, fatto che un Berlinguer non avrebbe mai permesso, si è lasciato umiliare in streaming dalla ridottissima statura politica dei rappresentanti cinquestelle che leggevano il copione del capo tribù (con tanto di riferimento a «Ballarò»). Nel suo corteggiamento a più riprese verso coloro che avevano come unica ambizione quella di dimostrare l’inettitudine dei politici – e che gli diedero dello «zombie» – i sessuologi individuerebbero delle punte di sadomasochismo. Egli ha inoltre fatto la peggior campagna elettorale, forse, della storia. Ovvero non l’ha fatta, secondo la logica dello «stiamo tutti fermi e non facciamo danni», «i sondaggi ci danno per primi: speriamo che non se ne accorgano». Così quel 25 febbraio c’era chi votava M5S per il mal di pancia, chi Pdl per l’Imu, chi Monti per l’autorevolezza, ma nessuno aveva davvero un valido motivo per scegliere la sinistra. Nessuna ambizione regalata ai suoi elettori, né tanto meno agli indecisi. E così ha rimediato alla sinistra il peggior risultato elettorale di sempre (30,9%). Ha fatto peggio persino di Occhetto (33,1% nel ’94) e di Veltroni (41,4% nel ’08). Le stesse dimissioni sono state mal calcolate. Troppo tardive: è facile dileguarsi quando si ha annientato un’identità politica. Doveva rassegnarle prima, dopo il fallimento delle consultazioni, quando il gruppo era perlomeno ancora compatto. E invece si è così consegnato agli annali delle figuracce, facendo gongolare Renzi e Berlusconi. Caro Bersani, lei è simpatico, e probabilmente onesto. Ma il suo dna non è da statista, né tanto meno da leader.

Ps. Chissà cosa si saranno mai detti Bersani e Napolitano quella mattina nello studio più alto di Roma? Speculiamo:

B. (toc toc) – Presidente, è permesso?
N. – (E chistu cat a cumbinat?). Avanti, avanti!
B. – Presidente, aiuto, aiuto!
N. – Pier Luigi, che c’è? Che c’è?
B. – Presidente, brucia, brucia! Roma brucia!
N. – Ihh, che succiess?
B. – Di tutto, presidente, di tutto.
N. – Raccont’a papà!
B. – ‘Orco boia, presidente. Il giaguaro non l’ho smacchiato. Il grillo non l’ho ammaliato. In casa ho solo avvoltoi, e adesso… non ci vedo più dalla fame.
N. – Ehh che è? Tien nu’zoo rint’u Parlamiento?!
B. – Sono dappertutto, presidente, dappertutto: avvoltoi da Firenze, dalla Puglia, tra i dirigenti, tra i nuovi eletti… aiuto, presidente, aiuto!
N. – Chistu è nu’ guaio assai!
B. – …
N. – S’avessa truà na’figura condivs…
B. – …
N. – Coccrun e’ rispettabl’ ngopp e’ part…
B. – …
N. – Coccrun…
B. – …
N. – Aspètt! Aspètt nu poc, nun mi vorrai mica…?
B. – …
N. – Nun si venuto mic’ ppe…?!
B. – … Sì, la prego, Presidente. Sììì!
N. – Marììì!
B. – La prego, presidente, la prego! Sono dappertutto, presidente, dappertutto! Aiuto, presidente, aiuto!
N. – Ennò, ennò, ennò! Tien a capa chien’ i ricotta?
B. – Presidente, la supplico, presidente!
N. – E a chi parlav j quann’ricev che tenev e’“muzzarell” chien? Eh? Eh?! Non stev mic parlann cu o’curazziere! Chist manc’ rispuonn!

… un giorno lo finirò.

La pagella dei programmi tv della campagna elettorale

pagelle tvUna campagna elettorale, si sa, non la fanno i manifesti sulle strade o le letterine inviate alle famiglie, bensì la televisione. Il 75 per cento degli italiani si è informato in questo periodo attraverso la tv (il 25 per cento solo ed esclusivamente per mezzo di essa, ovvero 12 milioni di elettori). Il 38 per cento che usa internet si rifa spesso a contenuti televisivi (video, repliche ecc). Diamo un po’ di pagella a questa televisione elettorale.

La grande sorpresa televisiva è stata Ilaria d’Amico che con “Lo spoglio” non si è di certo lasciata spogliare dai suoi ospiti, in particolare da Berlusconi verso il quale è risultata incalzante, preparate e super reattiva. Probabilmente la migliore intervista di questa campagna. Complice l’innovativo fact-checking finale, il voto è alto: 9. “Bersaglio mobile”. Mentana è un numero 1. Sa fare domande non accomodanti, ma non riesce ad estrapolare molto di inedito dalle sue interviste. Voto: 6. “Italia domanda”. Sembra un programma rimediato all’ultimo per concorrere con gli altri. E alla mancanza di tradizione non sopperisce con appeal. E’ senz’anima. Voto: 3. “Porta a porta” non riesce a superare “Porta a porta”. Vespa finge come al solito di fare domande dispettose a Berlusconi e compiacenti agli altri. In realtà, se non ricorre ai plastici o a giaguari di peluche non riesce più a fare scoop sui contenuti. Voto: 4. Lucia Annunziata con la sua antipatia riuscirebbe ad indispettire chiunque (e ci è riuscita). Per fortuna è anche molto intelligente e preparata. Le sue interviste, scremando i faziosismi, sono sempre interessanti. Al suo “Leader”, voto: 7. Giovanni Floris è uno dei più arguti e giovani analisti politici, ma le sue puntate finiscono sempre nella solita caciara urlata. Più decisive le interviste a-tu-per-tu coi candidati. Per “Ballarò”, voto: 6. La Gruber piace ma non stupisce. Voto: 5. Santoro, si sa, deve ricevere un assegno di mantenimento come Veronica per il servizio reso a Silvio. Poi, elemosinare gli ospiti e sceglierli spesso sbagliati (come la Comi) non aiuta. Voto: 6 (ovviamente un 9 alla puntata sulle scuole serali).

Il vincitore di questa campagna elettorale lo si conosce già

vincitore campagna elettorale televisioneCon largo anticipo, senza bisogno di sciorinare sondaggi esoterici ed evitandoci le palpitazioni da exit poll, è già possibile indicare un incontrastato vincitore. Sarà che la prima campagna della storia repubblicana svoltasi in inverno ci ha inchiodati in casa di fronte ai televisori. Sarà che una crisi di fiducia senza precedenti ha sortito l’effetto contrario di un maggiore appassionamento alle sorti del paese. Sarà che non sono mancati lo stravolgimento degli assemblement politici e le promesse da coup de théâtre (in francese, per farli apparire più raffinati di quello che in realtà sono). Certo è che la prima campagna elettorale che ha fluito attraverso i decoder ha ben saputo far (s)parlare di sé.

Se Berlusconi non avesse spazzolato la poltrona di Travaglio nell’arena di Santoro, la sua impennata non sarebbe mai avvenuta. Se Monti non avesse abbracciato un cane dalla Bignardi («Senta com’è morbido!») non avrebbe mai potuto mostrare il suo lato meno tecno-robotico. Se Bersani… bé, no. Bersani è proprio l’unico che non sa usare la tv. Se Grillo non avesse denigrato così tanto la televisione non se ne sarebbe mai parlato così tanto (in televisione). Per quest’ultimo una sfida televisiva contro un politico (Bersani), un economista (Monti), un imprenditore (Berlusconi) gli avrebbe fatto perdere quell’aura di magnetismo e di rapimento emotivo che funziona bene su un palco, ma che si sgretola in studio. (In piazza non si ha alcun contraddittorio, bensì soltanto sostenitori giunti di loro spontanea volontà e non capitati per zapping. In un confronto tv sarebbe apparso come la caricatura di un politico. O l’annaspamento di un comico). Ad ogni modo, la sua indiretta presenza televisiva è stata maggiore di chiunque altro. Per cui, mentre percentuali e seggi sembrano ancora un terno al lotto, chi ha vinto davvero questa campagna elettorale è stata proprio la televisione.