La madre di Cucchi a Borghi, “Grazie per aver fatto rivivere mio figlio”

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Ferisce più di una coltellata. L’ultima settimana in vita di Stefano Cucchi, morto in carcere nel 2009 per cause che la magistratura non ha ancora accertato, irrompono nella pellicola del regista Alessio Cremonini in tutta la loro durezza. Non c’è stato bisogno di esibire la violenza per impressionare il pubblico e scuotere le coscienze. E questo lo si deve a una sceneggiatura diretta, priva di retorica, e a delle interpretazioni mirabili. Ho incontrato Cremonini a Riccione dove ha presentato il film ‘Sulla mia pelle’, prodotto da Netflix, pochi giorni dopo la prima di Venezia. “Era obbligatorio fare un film su Stefano Cucchi – mi ha detto – vista la crudele storia che ha vissuto questo nostro concittadino. E poi perché il cinema deve avere il coraggio di mettere in scena argomenti che dividono l’opinione pubblica”.

La vicenda giudiziaria è ancora aperta e ha coinvolto le forze dell’ordine e alcuni medici del carcere in cui Cucchi si trovava. Come ci si approccia, dunque, a una storia simile nel cinema? “Con umiltà. Volevamo ripercorrere nella maniera più oggettiva possibile quello che è accaduto a Stefano. E poi con lo studio. Abbiamo studiato a lungo i verbali”.

Magistrale l’interpretazione di Alessandro Borghi. La madre di Stefano Cucchi gli ha detto: “Grazie per aver fatto rivivere mio figlio per un’ora e mezza”. Borghi, sempre a Riccione, ha detto: “Quando le riprese del film erano finite ed ero ritornato nei panni di Alessandro, vi ero ritornato molto più incazzato di prima perché avevo scoperto dettagli che prima non conoscevo. Vedendo il film ci si accorge della quantità di cose che succedono a Stefano in soli sei giorni”. Una nota agente cinematografica dopo aver visto la pellicola ha detto a Borghi: “Alessandro, devi fare pace col fatto che questo rimarrà il tuo più grande film”. E probabilmente ha ragione.

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Jurassic World e il governo dei tecnici

Jurassic world water show

Mentre il mondo dei pop-corn festeggia il record di incassi di Jurassic World, chi come me con la saga giurassica c’è cresciuto, non può che constatare la pochezza dell’ultima puntata; e non per nostalgia. Intendiamoci, Jurassic World è spettacolare. Due ore e dieci di pellicola che scorre come un fiume: effetti visivi che fanno aggrappare alla poltrona, scenari dell’altro mondo e montaggio acchiappa-attenzione. E allora cosa manca?, direte voi. Tutto il resto, manca il film.

Si è perso più tempo a curare ciascuna immagine che a trovare una storia appassionante che le unisca tutte. Apparenza senza spessore. Come un bel trailer lungo 130 minuti (ecco perché come The avengers trascina masse ai botteghini ma non potrà mai diventare un cult). Tutto è in mano unicamente al dipartimento di animazione 3d. Ed è come far progettare un museo ad un serramentista. Belle quelle finestre, ma l’architettura? Manca un’anima, manca l’arte, manca il film.

Come mai il primo Jurassic Park è diventato subito cult? Non solo perché era la “novità” (di mostri al cinema se n’erano già visti, eccome), ma perché metteva in scena una dimensione umana. Non da poster hollywoodiani. Era possibile immedesimarsi con i suoi personaggi grazie alla loro complessità psicologica e alle battute storiche. C’era il magnate che giocava a scacchi con la genetica (“Qui non badiamo a spese”) e lo scienziato che lo riportava alla realtà con la teoria del caos (“La Natura trova sempre il suo corso”). C’era il pragmatico paleontologo che odiava i bambini e l’innocenza di questi che lo ha conquistato. Ogni protagonista, come nei “tipi” del teatro greco, aveva la sua definizione, il suo scopo, il suo opposto. E compiva un’evoluzione. I giovani attori di oggi, ammiccanti e più social, diograzia se sanno recitare (si veda Twilight).

jurassic world park bambini

Il cinema americano – quindi gran parte del cinema mondiale – vive un periodo di crisi della creatività. Addio copioni dal titolo I soliti sospetti o Indovina chi viene a cena?. Il grande schermo è popolato da fumetti, trasposizioni di best-seller erotici o da vecchie saghe riesumate. Basta che siano bravi gli specialisti del chroma-key, i tecnici del rendering, gli sviluppatori dei software grafici. A quelli, sì, “non badiamo a spese”. Maestri – per carità – nel loro settore, ma con una formazione specialistica-informatica che si limita al proprio ruolo. E così, senza il guizzo d’ingegno del “direttore” d’orchestra (non a caso “regista” in inglese si dice director), la settima arte si inaridisce. È tutta esibizione di tecnica. Non si percepisce la visione dell’esecutore dell’opera. La sua creatività.

Monti Napolitano Fornelo Cancellieri Severino

Come alla politica servono politici capaci di compiere scelte coraggiose, e non tecnici attaccati alla calcolatrice, così al cinema occorrono registi-politici che perseguano la propria idea di mondo. Che offrano la propria versione della realtà. La quale può essere amata, odiata, ma che comunque, per la sua componente rivoluzionaria, è in grado di emozionare e suscitare quesiti.

Questo “cinema dei tecnici” è in scacco all’aritmetica degli algoritmi (beninteso, strepitosi) che hanno prevaricato l’arguzia del creatore. (George Lucas, prima della spada laser, ci ha regalato una storia eterna). Gli ultimi esempi in cui, nel cinema, i calcolatori siano stati messi al servizio dell’arte sono le trilogie di Matrix e del Signore degli anelli. Primi Anni duemila. Dagli Anni 10 in poi, i tecnici hanno preso il posto dei politici, pardon, dei registi. La sceneggiatura di qualità la si può trovare oggi soltanto nelle serie tv (si veda Breaking bad o House of cards).

Non si finiscono poi di contare gli sponsor apparsi in Jurassic World, dalle bevande alle scarpe. Altra prova della progressiva commercializzazione della settima arte. Oramai al cinema non va più nessuno e per sopravvivere, gli industriali della cinepresa si sono svenduti al mercato. Schiavi di squadre di tecnici, ciascuna delle quali impegnata a lavorare alla propria scena spettacolare sconnessa dalle altre. Senza arte.

Oscar, tutta questione di riconoscibilità

Cosa dovrebbe tenere a mente l'Academy prima di esprimersi.
Cosa dovrebbe tenere a mente l’Academy prima di esprimersi.

Secondo me gli Oscar non vanno assegnati ai film/attori/cineasti che sono piaciuti – o meglio, non solo a loro. Vanno premiati coloro che hanno apportato col proprio lavoro qualcosa di nuovo alla storia del cinema; che hanno aggiunto un tassello di riferimento per le produzioni venture e che mette in discussione quelle passate, senza venerarle. Tutta questione di riconoscibilità. Un metro di giudizio che richiede una certa dose di astrazione dall’annata trascorsa per guardare a volo d’uccello sulla cinematografia. È in questo modo che ho decretato la mia rosa di vincitori. And the winner is…

Best Picture
Gravity. Un’Odissea nello spazio 2.0 che ha attinto da Kubrick e Lucas, ma che è riuscita ad alzare l’asticella della fantascienza spaziale. Come? La drammaticità è stata portata nello spazio, laddove prima era la tecnologia ad esserne sempre protagonista. Cuaron ha raccontato uno storia umana in orbita; ha portato l’umanità nello spazio come nemmeno Apollo 13 riuscì a fare. La bellezza delle immagini, del sonoro, del montaggio lo rendono una piccola opera d’arte dal carattere indelebile, piaccia o meno.

Best Actor in a leading role
Matthew McConaughey. Si mangia Leonardo Di Caprio a colazione. Una piacevole sorpresa; ha talento da vendere – tutto quello che ha tenuto nascosto fino ad oggi – regalando al cinema un personaggio che è già un cult.

Best Actress in a leading role
Cate Blanchett. Ogni anno dimostra sempre più di essere l’erede incontrastata di Meryl Streep per la versatilità nell’interpretazione. Ogni maschera che indossa è un vestito cucitole addosso; e sa emozionare sempre, complice anche il timbro di voce profondo e flautato. Per di più è straordinariamente fotogenica come poche altre nella storia delle immagini in movimento.

Best Actor in a supporting role
Jonah Hill. Brillante, punto. Una comicità assolutamente brillante per via di un alter ego inquietante. Rappresenta un caso unico per il cinema di oggi: ha uno sguardo drammatico in una veste da giullare; è immediatamente riconoscibile. La sola espressività facciale è da Oscar.

Best Actress in a leading role
Sally Hawkins. Quando si dice “calarsi nella parte”. La sua naturalezza è da manuale; sembra nata per fare la sorella schizofrenica, romantica ed ingenua di una riccona. Un’interpretazione da studiare a scuola.

Directing
Alfonso Cuaron (Gravity). Vedi Best Picture. Anche se Steve McQueen (12 years a slave) condivide il podio.

Foreign language Film
La grande bellezza. Sono italiano… ed è davvero un’opera d’arte.

Non ho visto Nebraska. American Hustle, che ha appassionato tutti, non mi ha conquistato, a parte le recitazioni.

“The Wolf of Wall Street” o, che goduria i soldi (voto 7,5)

L'eterna ambizione dell'uomo, montagne di soldi.

Sin dalle prime battute “The Wolf of Wall Street” vuole essere un inno cinico al denaro. Solo che per tutte le successive 3 ore propone trame già viste. Il ladruncolo simpaticone che se la spassa tutto il tempo, per poi essere acciuffato dal poliziotto ligio al dovere… Perché una morale ci deve essere sempre.

Personalmente non condivido l’inebriamento generalizzato attorno al film. La pellicola è godibile, ma poco altro. Leonardo di Caprio è piatto, come gli addominali che non ha mai strappato a Brad Pitt. La gamma delle sue espressioni è pari a quelle della Bocca della verità. Da dopo Titanic, l’ex belloccio nordico si è incastrato – con poche eccezioni – nel ruolo del magnate losco e incazzoso che finisce in malora: “Prova a prendermi”, “The Aviator”, “Django Unchained”, “Il grande Gatsby”. (Non a caso l’ho apprezzato in “The Departed”, dove ha aggiunto maggiore complessità psicologica al personaggio).

Nulla di innovativo nel linguaggio, e il record dei 506 “fuck” non ha aiutato. Troppo facile far innamorare il pubblico di uno bello e dannato a cui piovono dal cielo belle donne, belle case, strisce di coca e yatch a Portofino. Manca quel quid in più che renda la storia riconoscibile. Sono brillanti solo alcuni aforismi del cinismo: “Money makes you a better person”, “If anyone here thinks I am superficial or materialistic, go get a job at fucking McDonald’s, ’cause that’s where you belong!”. La logica del film è esaltare la speculazione finanziaria degli anni 80/90 che ha portato alla crisi economica di oggi. Le vittime del mondo reale vengono contemporaneamente sfottute e conquistate. “The normal world… who the fuck wanted to live there?”.

Nota. Quando saputo usare bene, l’approccio metalinguistico di un personaggio che parla alla telecamera per avvicinare il pubblico – come fa Carrie Bradshaw nelle prime serie di SATC – è brillante. Lo si poteva usare di più, come fa Kevin Specey in “House of Cards”, invece che limitarlo ai primi minuti di racconto. Si poteva anche giocare di più sulla comicità, relegata quasi per intero all’eccellente espressività di Jonah Hill. Forse ho fatto male a guardarlo dopo tutte le recensioni entusiastiche: troppe aspettative per un film che non aggiunge altro alla storia del cinema.

“The bling ring” e gli attori che vanno a sverminare cani

bling ring
Hollywood. Evoluzione di Hermione Granger (Emma Watson) in Paris Hilton

Sofia Coppola si conferma la regina dell’inazione, campionessa di film dove non succede nulla. I sofisticati del cinema-bene lo chiamerebbero minimalismo narrativo per sottendere l’ineludibile costrutto sintattico che si cela dietro la storia. La merda.
Base di ogni film, o libro, o cinepanettone che si rispetti è l’evoluzione narrativa. Si parte da una punto A, sopraggiunge qualcosa che scompagina, turba la quiete – i marziani, l’anello del potere, Hagrid su una motocicletta… Qualcosa deve succedere, perdio! Così che i personaggi possano mettersi in gioco, evolversi, imparare qualcosa e trasformarsi, nel bene o nel male. Da Simba a Charlize Theron in Monster.
Il film della Coppola sembra più un tutorial per ladri, un documentario sullo scassinamento di case di lusso. Dopo il primo furto, il film non fa altro che ripetersi facendo quasi venire voglia di afferrare un piede di porco… per spaccare lo schermo e dire, muoviti trama, muoviti! In genere vale la regola del 3: alla terza volta ti beccano. Qua invece ai protagonisti va sempre di culo per un’ora e venti di film, fin quando alla fine, mentre stai per starnazzare e digitare il 911, li beccano (alleluia), ma senza finale col botto o corsa al Monte Fato per distruggere lo smartphone del potere. Niente di niente. Tutto è prevedibilissimo, ed è un peccato, perché la Coppola sa costruire bei personaggi (penso a Marie Antoinette o alla coppia Scarlett Johansonn – Bill Murray in Lost in translation). Ruoli che affascinano nel primo quarto d’ora, poi sprofondano nella stasi. È come se il resto della pellicola ruotasse attorno ad un buco nero che ne risucchia la sceneggiatura. I personaggi di Coppola junior sono come belle donne che mettono il tacco 12 per mescolare la cassoeula o per portare a sverminare il cane. Che spreco!
Il film vorrebbe parlare di come i giovani benestanti proiettino negli oggetti i loro idoli attraverso una trasgressione che dà significanza al loro essere. Ma non ci riesce; fatica ad indagarne la psiche dei ragazzi e a darne un resoconto veritiero, o per lo meno interessante. Vuole anche essere un carosello del lusso, ma in questo ci riesce molto meglio, uno fra i tanti, Il diavolo veste Prada. Tecnicamente lo stile registico coppoliano mi piace molto, ha un che di arte contemporanea. Ma manca la storia, come nell’arte contemporanea. Manca la psicologia dei personaggi. (voto 5,5)

Ps – Hermione Granger in versione Paris Hilton è un tuffo al cuore.

2013. L’anno in cui Hannah Montana si è messa a leccare martelli

2013
Dal Napolitano-Obama bis ai forconi, passando per Priebke e Cleopatra

Dopo il 2012 – l’anno dello spread – sono di nuovo i “palazzi” a monopolizzare il dibattito pubblico. Il baricentro si sposta dall’economia alla politica, che in Italia è in lento sgretolamento. Il 2013 verrà ricordato come l’anno delle larghe intese, ma non solo.

Politica. La sinistra rimane senza un vero leader per quasi un anno. Quello di destra viene estromesso dal Senato ed abbandonato da un delfino-curioso. Sempre a destra è stato l’anno del ritorno di Forza Italia, della Pitonessa e di Dudù. Il M5S sbaraglia ma non decolla; dopo 8 mesi in Parlamento è ricordato più che altro per le Quirinarie – fallite -, lo streaming – con l’antipatico “mi sembra di stare a Ballarò” – e il caos in aula. L’unica rivoluzione romana avviene oltre Tevere: per la prima volta il mondo cattolico si ritrova un papa gesuita, extraeuropeo e di nome Francesco, il quale succede a un Benedetto vivo e vegeto. É stata anche la prima volta della rielezione di un presidente della Repubblica. Dunque, bis di papi e Napolitano bis. Con Letta, Renzi, Alfano, Salvini, Meloni e i cinquestelle è l’anno della politica giovane, piena di quarantenni. Peccato che i giovani del paese siano disoccupati al quaranta per cento (altro record).

Spettacolo. Alla radio si balla con A(nitra)vicii (“Wake me up”) e Daft Punk (“Get lucky”), mentre Jovanotti porta-via-con-sé anche la malinconia “essenziale” di Mengoni. Il 2013 è l’anno in cui Hannah Montana ha deciso che era ora di leccare martelli. Lady Gaga è un ARTFLOP, mentre David Bowie e Beyoncé se ne escono quatti quatti. Al cinema, con “La grande bellezza”, l’Italia torna grande nel mondo e fa ben sperare per Golden Globe e Oscar elettrizzando la critica mondiale. In patria, però, viene demolito e i mangiatori di mozzarella e gorgonzola preferiscono coprire di soldi Checco Zalone… e poi ci chiediamo cosa c’è che non va.

Società. Le parole più diffuse dell’anno sono selfie, streaming, parbuckling, larghe intese, femminicidio, nozze gay, decadenza, sovraffollamento delle carceri e baby squillo. La vera rivoluzione è digitale: gli smartphone impazzano: i telefoni con le app aumentano del 25%; gli stantii sms calano del 15. La medicina fa sperare in un futuro promettente, prima con l’esoscheletro robotico guidato dalla mente, poi con la prima bambina guarita dall’AIDS.

Sono morti Franca Rame, Mariangela Melato, Don Gallo, Enzo Jannacci, Chavez, Videla, due Margherite – la Hack e la Thatcher, Lou Reed, Pietro Mennea, Califano, Little Tony, Tonino Accolla (Doh!), Giulio Andreotti (tumulato tra Cheope e Chefren), Emilio Colombo (l’ultimo padre costituente), Peter O’Toole (mito), David Frost (io sarò lui) e – a chiudere col botto – Mandela.

Ecco il racconto di un anno in ordine cronologico. Dopo le festività natalizie, un pasticcio diplomatico riporta i Marò in India (4 gen). La campagna elettorale infiamma tant’è che Berlusconi spazzola la sedia di Santoro dove prima era seduto il pistolero del giornalismo, Travaglio (10 gen). Il ciclista Armstrong spiega come mai il suo arm era così strong: “Mi sono dopato per vincere 7 tour – sbam! -, altrimenti sarebbe stato impossibile”. Sbam, sbam! De Coubertin dalla tomba lo manda affanculo in francese. Obama giura per la seconda volta da Capitol Hill (21 gen); diversi i capelli bianchi e i grattacapi in più dall’ultima volta: se nel 2008 conquistò i cuori settati alla stabilità pre-crisi, ora ha tutto da dimostrare alle teste disilluse. Il fuggiasco Corona viene acciuffato in Portogallo (25 gen) con la speranza che abbiano addebitato a lui il volo degli agenti. L’11 febbraio Papa Benedetto XVI compie il grande rifiuto; l’ultimo avvenne nel 1294; una roba così grossa che quattro giorni dopo piovono meteoriti sulla Russia: Dio ero indeciso su chi sfogarsi. A quanto pare i russi vanno sempre bene. Sanremo sbanca il botteghino dell’auditel (12-16 feb): meglio di Fazio solo…Fazio, nel 2000; e con la Littizzetto siamo tutti donne oltre-le-farfalle-c’è-di-più. Michelle Obama annuncia il vincitore dell’Oscar per miglior film dal Casa Bianca (24 feb): è Argo. Ci sta! Il giorno dopo l’Italia si scopre più debole che mai: le elezioni politiche si chiudono con un nulla di fatto e un assenteismo record (25%). Bersani aveva già scaldato la brace per la salamella da festeggiamento, e invece rivela come unico merito il dono della sintesi: col suo “non abbiamo vinto anche se siamo arrivati primi” esprime TUTTE le contraddizioni di questo paese, a partire da sinistra. Il fondo si tocca a Napoli: un ignobile rogo brucia la Città della scienza (4 mar) e infrange le già fragili speranze del Mezzogiorno. Il Tribunale di Milano viene invaso dal Pdl in difesa di Silvio (12 mar). Il 13/03/13 dalla loggia di San Pietro si sente per la prima volta un “buonasera”, come al Tg1. È solo la prima delle rivoluzioni vaticane di Papa Francesco all’insegna dell’umiltà. (Lo diciamo che il 16 marzo Berlusconi si presenta in aula con gli occhiali da sole causa uveite?).

Boston, come New York, brucia (15 apr); l’America viene di nuovo colpita al cuore. Back at home, disastro all’elezione del presidente della Repubblica (18 apr): mentre in piazza gridano Ro-do-tà-Ro-do-tà, il Pd riesce a bruciare Prodi – i cui 101 traditori non vengono mai scoperti – e Marini; ci mancava solo che cantassero Berlinguer-ce-l’hai-piccolo. Dopo una storica rielezione (20 apr) preceduta da suppliche, Napolitano mette in riga tutti col suo discorso alle Camere riunite. In Francia i gay possono iniziare a sposarsi (24 apr); seguirà la Gran Bretagna (15 lug). Dopo due mesi di sede vacante, a Palazzo Chigi si insedia Enrico Letta (28 apr), mentre di fuori un folle spara ai Carabinieri. In Olanda, abdicazione e cambio di sovrano (30 apr). La Jolly Nero abbatte la torre del porto di Genova, 7 i morti (8 mag). Forse l’unica bella notizia italiana è questa: l’astronauta Luca Parmitano porta in orbita un po’ di orgoglio nazionale (28 mag): è il primo italiano a passeggiare nel vuoto cosmico e, ivi, a scattarsi una foto: l’unica selfie che si merita tutti gli #instagood e #picoftheday del caso. Intanto Istanbul ribolle: iniziano le proteste di Piazza Taksim per salvaguardare il parco Gezi (28 mag); la repressione è violenta. A giugno mezza Europa e sott’acqua. Il 5 scoppia il caso Datagate; Edward Snowden, la talpa, scappa a Mosca. Della serie, chi sarà mai interessato ad accogliere una spia americana? La Lega, sempre più esile, rivela un animo sempre più barbaro: scatta una raffica di insulti razzisti al primo Ministro di colore della Repubblica: orango, tornatene in Congo. Il peggio lo dice una donna: “Mai nessuno che stupra la Kyenge?” (14 giu); nel paese si registrata una voglia di espatriare del 3000%.

Dopo Mubarak, anche Morsi non piace all’Egitto, e viene deposto il 3 luglio. Scoppia il caso Shalabayeva (10 lug), e Alfano cade dal pero. Nasce George Alexander Louis Windsor (22 lug), principe di Cambridge e terzo erede al trono britannico, vestito al battesimo come Lady Gaga. In pochi giorni avvengono due incidenti disastrosi: il treno di Santiago de Compostela (24 lug) e il bus di Avellino (29 lug). Berlusconi diventa ufficialmente un condannato; lo stabilisce la Cassazione nel processo sui diritti Mediaset (1 ago). In Siria, intanto, proseguono le stragi, soprattutto di bambini: 1.300 i morti negli attacchi del 21 agosto; non si capisce chi sia ad usare la armi chimiche. Il Papa compare in una selfie (31 ago). La sonda Voyager, lanciata nel ’77, ha lasciato il sistema solare (12 set): si tratta del primo oggetto umano nello spazio interstellare. Fiato sospeso: dopo 19 ore di parbuckling (16 set) il Concordia viene raddrizzato da 500 operai di tutto il mondo guidati da un sudafricano; come a dire: cari italiani, non sapete raddrizzarvi il paese, figuriamoci un paio di lamiere. La Merkel, come a suo tempo la Thatcher, da poco defunta, fa tris di governi (22 set).

Dopo un torrone infinito di mi-fido-non-mi-fido, Berlusconi annuncia in Parlamento: “Non senza travaglio votiamo la fiducia” (2 ott), facendo credere ad alcuni che volesse candidare il giornalista tanto odiato. Il peggio giunge il 3 ottobre quando un barcone zeppo di migranti prende fuoco al largo di Lampedusa: 300 le vittime… e l’Europa dov’è? Nessuno, poi, vuole la salma dell’ex-nazista Priebke; gente che fino a un minuto prima nemmeno sapeva chi fosse, sferza calci e pugni al carro funebre (15 ott); uno spettacolo evitabile. C’è un po’ di Italia nell’elezione del nuovo sindaco di New York de Blasio (6 nov). Novembre disastroso per il clima: il 9 un tifone colpisce 4 milioni di filippini: l’ennesima ecatombe; il 19, settanta tornado colpiscono il Midwest americano e una pioggia-a-secchiate (Cleopatra) flagella la Sardegna: in poche ore cadono 6 mesi di pioggia. Un’attivista no tav bacia il casco di un poliziotto (16 nov). Berlusconi, dopo 19 anni, è per la prima volta fuori dal Parlamento (27 nov): si avvera la decadenza, e la domanda è, servizi sociali o domiciliari? Proteste a Kiev contro il presidente anti-europeo (1 dic). Dopo 8 anni di attività e 3 utilizzi, il porcellum viene giudicato “incostituzionale” dalla Consulta (4 dic). (Ma va?). Il 5 muore Madiba. L’8 Renzi si prende il Pd (e ora sono ‘azzi suoi). L’anno si chiude inforcato da forconi che lasciano spazio a pochi aforismi: “Questo stato di merda non c’è più”; fanno tanto caos, ma pochi li seguono. Persino il Papa – personaggio dell’anno per il Times – dice loro, state calmi. Eh sì, nel 2014 speriamo davvero di stare tutti più calmi, perché senza raziocinio non si cresce. Amen.