Ma perché (non) applaudono?

Ma perché (non) applaudono

Del lungimirante ed impietoso discorso di Napolitano ha colpito la reazione dell’aula: l’esultanza dei bacchettati (i partiti) e la freddezza degli “innocenti” (M5S). Ma non si sarebbero dovuti scambiare di ruolo? Non si capisce come abbiano fatto i secondi a non applaudire un discorso che sembrava la trasposizione delle arringhe di Grillo, in cui i politici venivano accusati con parole pesanti quanto macigni di essere «irresponsabili», «sterili» e «sordi». I cinquestelle erano forse gli unici autorizzati all’applauso, non condividendo le colpe degli altri, severamente elencate dal presidente. Anzi, il discorso è stato persino più efficace di qualunque invettiva di piazza, perché figlio dell’arte oratoria e della lucidità di analisi. Non del muscolare e inconcludente strillo «tutti a casa». Se non hanno applaudito era perché evidentemente non volevano disobbedire l’ordine oligarchico, andando però così a contraddire quei principi di democrazia, libertà e trasparenza dei quali si sono fatti paladini.

Dall’altro lato, i trionfatori. Primo fra tutti, Berlusconi. Ricordiamo cosa disse questi alla prima elezione di Napolitano: «Non lo voto, ma ci posso convivere». E ai suoi, prima di quel discorso: «Mi raccomando: composti! Come fosse un funerale». Non gli andava proprio giù di vedere al Colle un uomo con «la cupezza di un armamentario culturale figlio di una stagione che non è ancora terminata». Insomma, un «comunista». Eppure nel 2013 si è riscoperto raggiante: «Il più bel discorso mai sentito», «il miglior presidente che potessimo avere», «meno male che Giorgio c’è!». Il Cavaliere è anche colui che ha elogiato l’operato di Monti – e propostogli di guidare i moderati – pochi giorni prima di affossarlo quale rovina del paese. Se è vero che solo i folli non cambiano mai idea, per seguire le montagne russe della suo pensiero logico occorre il GPS. In ultimo, è curioso sottolineare come la rielezione dell’«ultimo comunista» (come lo definisce la sua biografia) abbia determinato il tracollo del centrosinistra… Un paese alla rovescia.

Annunci

AAA primo ministro cercasi

aaa primo ministro cercasiFacciamo due calcoli. Posto 100 il numero degli aventi diritto al voto alle elezioni appena passate, 25 di questi hanno scelto di non recarsi alle urne. Dei rimanenti 75 che sono andati a votare, il 30 per cento ha votato Pdl e il 25 per cento Cinquestelle. Rispettivamente sono il 22,5 e il 18,5 per cento di quei 100 iniziali. Sommando questi tre gruppi, 25 (astenuti) + 22,5 (Pdl) + 18,5 (M5S), otterremo 66. Cosa rappresenta? La percentuale di quelli che hanno votato-non-votando un candidato premier.

In genere chi non vota, vuoi per protesta, per disaffezione o per più colpevole disinformazione, se ne lava le mani della questione democratica. Chi ha votato Cinquestelle ha voluto lanciare un messaggio forte alla casta. Ma Grillo non si è candidato. (Oltretutto, questi esordienti sarebbero in grado di offrire un governo stabile? Quanti premier, ministri, viceministri si possono individuare tra i loro sbarbati venti-trentenni? Sarebbe certamente il governo più giovane della storia dell’umanità, ed è lodevole la loro voglia di partecipare, ma in quanto a competenze come siamo messi?). Chi ha votato Pdl si sarà probabilmente lasciato convincere dall’inesauribile carisma del suo leader storico, dalle promesse e, per carità, anche dal suo programma. Ma il suo delfino Alfano sarà ricordato come il “forse candidato premier” più celato della storia. Quindi si tratterebbe di un altro voto non chiaro in termini di leadership auspicata. Ricapitolando: è possibile sostenere che il 66 per cento dell’elettorato abbia fatto una scelta di ingovernabilità? Se così fosse le cause andrebbero ricercate un po’ ovunque: politica e società. Dato che – sia che siamo astenuti, sovversivi o fedelissimi – non sappiamo da chi voler essere governati.

L’X-Factor del Grillo parlante

Grillo

Un tempo era la marcia su Roma. Si fabbricavano camice nere per tutti i militanti. Si ubriacavano le folle dalla loggia di Piazza Venezia con elogi all’impero. Si ricoprivano di travertino le città coi loro viali trionfali dalle geometrie classiche. Un tempo era, insomma, la dittatura: si ammazzava la democrazia, ma era frutto di una studiatissima strategia. (Volendo usare un controsenso, si potrebbe quasi dire che ‘la si ammazzava con classe’). Oggi è il tempo del comico, che ha ottenuto dal berciare alla politica il legante per il suo movimento. Che si è posto come missione l’epurazione della politica a favore della trasparenza. Che vieta agli appartenenti al movimento il confronto tv e soprattutto che afferma: “Chi si pone il problema se io sia democratico, se ne va fuori dal movimento!”. A questo punto della storia ci starebbe il menar l’indice in aria per accompagnare il rimprovero. Beppe Beppe, così non si fa. Come a dire: almeno il duce non si contraddiceva mai.

Grillo appare affaticato, confuso. Sarà ancora provato dalla traversata dello stretto? O dal conteggio dei, seppur esigui, voti delle sue parlamentarie? Ad ogni modo la sua leadership sembra sfaldarsi a suon di nonsense. Vuole essere il megafono aggregante, ma vuole anche dettare legge nel movimento; vuole immettere sconosciuti in parlamento rimanendone egli stesso fuori, ma vuole anche essere l’unico ad avere visibilità mediatica; vuole pulizia e trasparenza, ma poi caccia chi la pensa diversamente da lui, anzi, chi solo prova a dubitare della sua immacolata moralità.

 Magari mi sto prendendo un abbaglio, ma non ci sono delle stridenti assonanze con quel partito-persona di cui pretendono il superamento?