Voglio fare la badante

badante filippina xfactor - Mirco Paganelli
Rose, la badante che ha vinto X-Factor Israele

Ma vogliamo parlare di quando un’amica mi ha detto che la badante a tempo pieno di sua nonna prende 1.100 euro al mese, straordinari esclusi? Ma sarà normale provare invidia? …eppure… Certo non è un lavoro che fa gola. Dopo anni chiuso in casa con un anziano anche l’anima ti puzza di cimitero. Però pensa a quante cose puoi fare con tutte quelle entrate, oltretutto non toccate da affitto, bollette e trasporto. Nel tempo libero puoi staccare completamente la testa, magari cantando come faceva la badante filippina che ha vinto X-Factor Israele (vedi foto); non devi pensare alle magagne che ti sei lasciato indietro al lavoro o alle consegne impellenti che ti attendono al ritorno. (Ah, la mia vita è tutta una deadline, prima o poi ne scriverò). Poi, quando l’anziano dorme al pomeriggio e va a letto presto la sera, ti puoi sfondare di telefilm. Hai meno possibilità di ammalarti visto che praticamente non hai più contatti umani. Puoi rischiare giusto giusto un effetto Shining, per cui, accette alla larga, Wendy! Per andare al lavoro non devi più aspettare l’autobus al gelo sempre in ritardo d’inverno; basta che ti infili le pantofole e scendi le scale. Se sei appassionato di cucina hai tutto il tempo di fare esperimenti dopo che hai servito all’anziano il suo vagone di mele cotte; potresti persino aprire un canale youtube: “I menù della badante”, “badante e mangiato”, “benvenuti nella mia cucina, badanti!”, and so on. Tra l’altro piaccio agli anziani. Faccia d’angelo docet; mi ingozzerebbero di caramelle, quelle che a loro si riproducono nell’industria delle loro tasche…

Bando alle ciance e ciancio alle bande, per ora festeggio un nuovo lavoro, o meglio, un lavorino – uno dei miei tanti lavorini che sommati fanno un mezzo stipendio. Nell’attesa che una delle vostre nonne mi assuma al suo capezzale e mi intontisca di discorsi che iniziano per “ah, signora mia”, seguite ogni giovedì la mia nuova rubrica sul blog di Info-Alberghi di cui questo è il primo post. “Rimini torna agli Oscar con La Grande bellezza“. Enjoy.


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Perché si sposano tutti?

grosso grasso matrimonio greco

Capisci davvero che stai invecchiando e che sei più vicino ai 30 che ai 20 quando i tuoi amici iniziano a sposarsi. E lo fanno tutti in una volta! È come una reazione a catena: basta una prima coppia a dire lo voglio che finiscono per farlo tutte le altre in pochi anni. Pesci imbizzarriti che accorrono al lancio della pastura, come per osmosi, mimesi o nemesi. La brama di vestirsi griffato, il fascino del ricevimento regale, la sontuosità della marcia nuziale… presto o tardi ogni 20(qualcosa)enne scapolo si ritrova incastrato in un ginepraio di parenti e di amici ubriachi da maggio ad ottobre. Giusto ieri sperimentavi posticci postumi post-adolescenziali e oggi ti ritrovi a postare foto di amici post-indipendente.

prima notte nozze
Mo te faccio vedere chi è ancora “like a virgin”

La fase dei matrimoni è un’esperienza drammaturgica nella vita di un single. Ogni cerimonia è il gong del tempo. Da invitati, poi, si è assaliti da quei parenti e amici ubriachi, trasformati in un esercito di grilli inquisitori che alternano un crodino ad una domanda esistenziale. Allora quando ti sistemi tu? Gong. Ma perché sei ancora in affitto, non hai pensato a comprare casa? Gong. Ancora con quei lavoretti? Che piani hai per la tua vita? Gong. Gong. GONG. E poi ci domandiamo perché si va ai matrimoni solo per ubriacarsi: nei matrimoni ci sono molti più motivi per cui dimenticare di quelli per cui celebrare.

La lista dei single sul tableau mariage è un database dei ricercati dell’FBI. In genere, per una spinta compassionevole (non richiesta), vengono riuniti nello stesso tavolo ad interagire come topi cavia costretti a copulare nella stessa gabbia. Come se i felici sposi volessero imporre il loro stesso lieto fine a tutti; come se la loro fiaba (che ha il 45% di probabilità di finire con un divorzio) debba essere per forza quella di tutti gli altri; come se l’unico futuro possibile fosse quello di spingere passeggini a distributori di escrezioni che chiamano bambini.

abiti da sposa originali
Secoli di concezione della donna… in un fiocco

Osservazione estemporanea: è bizzarro come il giuramento del matrimonio religioso si basi sul “giuro di esserti fedele sempre” fra la champions league e le mestruazioni. Ovvero, viene fatta giurare fedeltà ancor prima dell’amore o del rispetto. La precondizione incontrovertibile dell’unione in matrimonio è “non intingere il biscotto o non far volare la farfallina in altri letti”. A quanto pare, chi ha fatto voto di castità non riesce a pensare ad altro che agli sferruzzamenti che avvengono sotto la cintola. Ma dov’è l’amore nella cerimonia nuziale? Quale percentuale della celebrazione si ritaglia? Partiamo dalla struttura dello sposalizio, che non è altro che una slot machine truccata a favore di ristoratori, fotografi, pasticcieri, fiorai, atelier, negozi d’abbigliamento, parrucchieri, truccatrici, autonoleggi e venditori di riso.

scherzi matrimonio
Giochi per invitati. Qualche spunto

Un matrimonio è, innanzitutto è soprattutto, una barca di soldi che salpa senza più tornare, perché è nella sua natura scontrarsi contro l’iceberg della tradizione. Facciamo due calcoli per una cerimonia senza sfarzi. Abito da sposa con accessori, 3.000 euro, trucco e parrucco, 300 euro. Lui, 1.000 per vestirsi (e già qui si capisce a chi serve far contento il matrimonio). Poi, vuoi non addobbare chiesa e tavoli con fiori freschi, fiocchi di raso e nastrini sgargianti? 1.500 euro e il gioco è fatto. Altri 500 tra offerte al parroco e stampe varie. Sono escluse le partecipazioni di nozze, ovviamente: nell’era di internet, perché avvisare tutti i parenti da Brunico a Lampedusa con comode e-mail gratuite quando puoi spendere uno stipendio da stagista in carta pregiata e francobolli (400 euro)? Altrettanto per le fedi. Qualcosa in più per noleggiare una limousine, l’unica vettura in grado di contenere tutta la meringa di tulle che avvolge la sposa. Per gli invitati, poi, onde evitare che il coma etilico o lo shock glucosico ottenebrino il ricordo del convivio, ecco 1.000 euro in bomboniere che andranno a rimpinzare le mensole di casa per qualche settimana prima che la polvere se le fagocitino o che altre bomboniere le rimpiazzino.


underwear sposaE se per caso nemmeno pizzi e confetti sopperissero all’esigenza di ricordare, non temete, grazie ai fotografi, con 2.000 euro passa la paura. Il loro lavoro ha, infatti, un certo peso: dai 5 ai 10 chili di un album fotografico alla noia dei filmati in grado di anestetizzare anche il parente più irrequieto in un quarto d’ora e che gli sposi riguarderanno nella loro vita lo stesso numero di volte che hanno visto Via col vento. Il mangiare, ovviamente, fa la parte del leone. Diciamo 70 euro a testa? Conto totale per cento invitati, circa 18.000 euro. Senza viaggio di nozze, badate bene, e senza eccessi. (Con quei soldi ci camperei a Milano per un anno, affitto e aperitivi sui Navigli). Insomma, dopo 12 ore di baldoria e cinque minuti di commozione, vissero tutti per sempre felici e con… mutuo. 

I dolori del giovane precario

Il mio video sulla condizione giovanile per il concorso “Generazione Reporter” di Servizio Pubblico.

Il vincitore di questa campagna elettorale lo si conosce già

vincitore campagna elettorale televisioneCon largo anticipo, senza bisogno di sciorinare sondaggi esoterici ed evitandoci le palpitazioni da exit poll, è già possibile indicare un incontrastato vincitore. Sarà che la prima campagna della storia repubblicana svoltasi in inverno ci ha inchiodati in casa di fronte ai televisori. Sarà che una crisi di fiducia senza precedenti ha sortito l’effetto contrario di un maggiore appassionamento alle sorti del paese. Sarà che non sono mancati lo stravolgimento degli assemblement politici e le promesse da coup de théâtre (in francese, per farli apparire più raffinati di quello che in realtà sono). Certo è che la prima campagna elettorale che ha fluito attraverso i decoder ha ben saputo far (s)parlare di sé.

Se Berlusconi non avesse spazzolato la poltrona di Travaglio nell’arena di Santoro, la sua impennata non sarebbe mai avvenuta. Se Monti non avesse abbracciato un cane dalla Bignardi («Senta com’è morbido!») non avrebbe mai potuto mostrare il suo lato meno tecno-robotico. Se Bersani… bé, no. Bersani è proprio l’unico che non sa usare la tv. Se Grillo non avesse denigrato così tanto la televisione non se ne sarebbe mai parlato così tanto (in televisione). Per quest’ultimo una sfida televisiva contro un politico (Bersani), un economista (Monti), un imprenditore (Berlusconi) gli avrebbe fatto perdere quell’aura di magnetismo e di rapimento emotivo che funziona bene su un palco, ma che si sgretola in studio. (In piazza non si ha alcun contraddittorio, bensì soltanto sostenitori giunti di loro spontanea volontà e non capitati per zapping. In un confronto tv sarebbe apparso come la caricatura di un politico. O l’annaspamento di un comico). Ad ogni modo, la sua indiretta presenza televisiva è stata maggiore di chiunque altro. Per cui, mentre percentuali e seggi sembrano ancora un terno al lotto, chi ha vinto davvero questa campagna elettorale è stata proprio la televisione. 

C’era una volta in un paese lontano lontano la Seconda Repubblica…

Quanto sarebbe bello poter narrare in chiave favolistica la vita della nostra giovane repubblica: sarebbe rassicurante cantare le audaci gesta degli uomini che stanno traghettando il paese verso il futuro come se si raccontasse la storia di impavidi condottieri armati di sola eloquenza e tricolore. Con trasporto e ammirazione terremmo il fiato sospeso sino all’epilogo, quello più scontato, ma sempre gratificante, che finisce per “contenti”. Nel caso dell’Italia, però, rischieremmo di imbatterci in un eccesso di draghi e di forvianti ammaliatori che renderebbero una simile fiaba molto difficile da poter sussurrare ai bambini, per metterli a letto.

La classe politica italiana sta vivendo una crisi di credibilità che nella storia repubblicana trova precedenti solo nella vituperabile esperienza di Tangentopoli. Il motivo lo si può ricollegare al duplice fallimento dei partiti sul fronte interno ed esterno, ovvero sul loro modo d’essere e sul loro ruolo di guida. Da un lato hanno prediletto logiche di convenienza nell’individuazione di strategie e alleanze, talvolta farcite da arricchimenti personali e da una dubbia scelta dei collaboratori. Dall’altro hanno amministrato irresponsabilmente la cosa pubblica e dimostrato poca lungimiranza, in quanto non si è mai operato in favore di progetti a lunga scadenza che puntassero all’innovazione del paese del domani. È sempre risultato più utile placare il malumore del presente e addolcire la gravità della situazione con accattivanti promesse che sarebbero poi andate affievolendosi con la fine di una propaganda o dell’onda emotiva di eventi catastrofici. Questa generazione di politici non ha saputo interpretare i cambiamenti dell’attuale congiuntura storica: ogni epoca va interpretata attraverso un processo analitico che ne indaghi le criticità e le potenzialità, al fine di dedurne una sintesi fedele e sviluppare un piano d’azione efficace e condivisibile.

Dalla prima rivoluzione industriale ad oggi l’Italia paga un debito di arretratezza in termini sociali e di innovazione, oltre che politici, che non sembrano mai sanabile. Gli ideali di rinnovamento e di trasparenza della cosiddetta Seconda Repubblica sono stati disattesi e la svolta ha faticato a materializzarsi. Dopotutto cosa potersi aspettare da una casta che è la medesima dagli anni ottanta, o persino antecedente? L’arricchimento dei partiti della Prima Repubblica è stato sostituito da quello personale che, in una scala dei mali, è persino peggiore. Quando due ideologie distinte vengono accomunate dall’ignominia di certi comportamenti significa che qualcosa si è interrotto nel processo democratico. Gli scandali politici che si snocciolano sui notiziari a cadenza regolare indignano i cittadini in modo sconfortante, talvolta violento. Il non riconoscersi più nelle istituzioni può risultare davvero pericoloso, come insegnano i paesi dell’altra sponda del Mediterraneo, non solo per l’odio che inducono verso la politica, ma perché attivano meccanismi di rivalsa degli uni sugli altri. Non a caso in tutti questi paesi (tutti!) si assiste a scene di lotta civile.

Questi segnali fanno presagire l’esigenza di una rigenerazione vera della politica, non solo anagrafica, ma di spirito. Occorre tornare ad appassionare i contribuenti, per dimostrare loro che lo sforzo che fanno per essere dei buoni cittadini ha un senso; per dimostrare che giustizia, uguaglianza e innovazione sono i principi fondamentali per il benessere, non solo sociale ma anche economico. Perché un paese giusto, dove tutti pagano le tasse, dove si investe sulle scuole e sulla ricerca, dove la sanità è al servizio soprattutto dei più deboli, dove gli imprenditori possono crescere con semplicità e pagare gli stipendi, dove l’accesso al mercato del lavoro non è discriminante per i giovani e per le donne e dove il pensionamento è un giusto ringraziamento per una vita spesa per il paese, tutto questo, oltre che un vantaggio per la società e per il portafoglio, è anche una bella storia da raccontare.

Cercare lavoro. Radetzky mi fa un baffo

precario a milano

Credete che comprare un biglietto del treno, andare a Milano, trasferirvici per un mese e mezzo a casa di amici e passare in rassegna tutti gli studi di architettura della città alla ricerca di un posto di lavoro porti al successo? No; decisamente no. Eppure l’ho fatto. (Accidente a me e alla logica del senno-di-poi). Ahi quanto a dir qual era è cosa dura, scrive Dante; anche se le sue acrobazie nella selva selvaggia e aspra e forte sono bazzecole in confronto al cercare lavoro nella metropoli lombarda. Altro che Inferno, Caronte, mangiatori di bambini pre-comunisti e mostri a sette teste. Almeno lui poteva contare su Virgilio ogni volta che sveniva alla fine di un canto; e aveva l’accesso garantito al Paradiso da colei che, per non avergliela data in vita, decise di farsi perdonare facendogli vedere la Madonna. Dopo una vita passata a studiare, investendo sul mio futuro, sono stato punito da una legge del contrappasso che mi vedeva costretto a correre in lungo e in largo dietro a datori di lavoro sventolando il mio curriculum. Vi racconto com’è andato il mio peregrinare a Milano nella bolgia dei precari.

Antefatto. Le risposte alle mie autocandidature via e-mail non si facevano sentire. La mia casella di posta era più arida degli scenari di Lawrence d’Arabia; l’attesa di risposte era divenuta più lunga del film stesso; il sentimento di insuccesso fu più straziante di un Peter O’Toole che non vince l’Oscar. L’aver molestato epistolarmente quegli uffici con la mia frustrazione occupazionale, intasando i loro server con i miei rifiuti pdf, non aveva sortito l’effetto desiderato. Per cui, presero forma nella mia mente due alternative malsane. Uno. Stampare il curriculum su carta igienica per avere la certezza che lo vedessero: dovevano pure andare al cesso una volta al giorno! Due. Andare a bussare porta a porta a ognuno dei medesimi indirizzi per mostrare che al di là del terminale che gli insozzava l’inbox di autocandidature c’era un bipede munito di pollici opponibili, insospettabilmente in possesso di una laurea ed inspiegabilmente privo d’impiego. Dato che tutte le copisterie si rifiutarono di infilare i rotoloni Regina nei loro plotter, mi dovetti accontentare della seconda opzione.

cartella precario curriculum

La decisione fu presa: avrei raggiunto a piedi tutti gli studi: come una bottiglia di vetro in balia delle onde che conteneva come unico messaggio un inconfondibile “Assumetemi!”, mi sarei precipitato da un portone all’altro intento a presentarmi e a distribuire materiale per farmi conoscere; sconquassato dalla fatica e certo di sentirmi insignificante. Ma prima che tutto questo trambusto venisse trascritto negli annali del precariato, organizzai la mia carica d’assalto come un generale post-moderno armato di pc e wi-fi. Un Radetzky 2.0. Per cui, con l’ausilio di Google maps, preparai una decina di itinerari divisi per zona che raccoglievano tutti gli uffici che con sovrumano sforzo avevo ricercato e contattato. Ne uscì una sorta di schema in stile Settimana enigmistica che connetteva tra loro centinaia di puntini microscopici sulla carta, ma che si sarebbero rivelati macroscopici fallimenti. Ho fatto solo a posteriori un calcolo di quanto tutto ciò mi sia costato solo in termini economici. E le cifre sono state la prima sconfitta. 200€ solo le stampe di curricula, biglietti da visita ed estratti dei miei progetti, stampati a colori e su supporto rigido; altri 50€ per il portfolio completo da esibire all’eventuale colloquio. E pensare che con tutti quei soldi (insieme alle altre spese correlate in quel mese e mezzo di trasferta) avrei potuto mangiare panzerotti di Luini fino ad imparare il pugliese.

Stalker dell’occupazione

cercare lavoro

Già mentre studiavo ho cominciato ad inviare e-mail di auto-candidatura agli uffici più disparati: sia a quegli esigui e temerari datori di lavoro che pubblicavano annunci, sia al restante 99-virgola-9-periodico-per-cento che non dava alcun cenno di vita dalle aride pagine dell’elenco telefonico. Ebbene sì, sono ricorsi anche al buon vecchio elenco telefonico per cercare lavoro. Ovviamente non quello cartaceo (la cui consultazione da bambino mi fece smarrire alcune diottrie), bensì quello on-line, dalle dimensioni dei font per esseri umani e non uccelli rapaci e che offre per giunta la possibilità di geolocalizzare all’istante il dato ufficio. Ho passato in rassegna circa 5.000 contatti di progettisti (a quanto pare nella città che ospitò Filarete, Bramante e Leonardo ci sono più architetti in esercizio che topi nei navigli), facendone una scrematura in base alla raggiungibilità (chi diavolo ci arriva tutti i giorni a Segrate o a Cesano Boscone?) e al tipo di lavoro che svolgevano, ovvero se era conciliabile con la mia formazione o se sfornavano moduli lunari.

Dopo 3 giorni di selezione – zooma di qua, zooma di là -, casting, bootcamp, e home-visit, sono arrivato a formulare un’elaboratissima tabella dei contatti finalisti divisi per zona, con l’hyperlink del loro indirizzo e-mail pronto ad essere cliccato e molestato con l’invio del mio curriculum. In seguito avrei marcato di verde coloro la cui risposta fosse stata di interessamento nei miei confronti; di giallo nel caso di una risposta in stile calma-piatta-all-orizzonte-ma-forse-in-futuro-chissà; di rosso chi lasciava intendere ma-ci-stai-davvero-a-provà?. Meno di un quarto di questi rispose. (Risposero più cavalieri di Rohan al richiamo di Gondor). La mia mirabile tabella, come carnevalofobica, esitava a colorarsi – sfoggiava una natura molto più islandese che carioca – e le rare risposte erano sempre le stesse, prodotto di un copia e incolla della disperazione.

La struttura di questo “template della crisi” era la medesima, divisa in tre parti. La prima la intitolerei Illusione. Cito alcuni esempi: «I tuoi lavori ci hanno impressionato favorevolmente», «Complimenti per il portfolio: l’abbiamo veramente apprezzato». La seconda parte, la Disperazione: «Purtroppo il periodo non è dei più sereni, siamo infatti praticamente fermi», «Non siamo alla ricerca di collaborazioni per il semplice fatto che non possiamo permettercele», «Siamo sinceramente rammaricati di dover rinunciare a nuove collaborazioni per l’implicita vitalità che producono». (Ma che significa? Cercano di stordirti a colpi di sintassi). La terza parte, il Database Fantasma: «Per eventuali contatti in futuro, abbiamo inserito il suo curriculum e portfolio nel nostro database», «Ad ogni modo conserveremo il suo curriculum per altre auspicate occasioni future». Stronzate!

Non risponde mai (mai!) nessuno dicendo che, spulciando l’archivio dei curricula, è saltato fuori il tuo file. E qui vorrei aprire una parentesi: ma cosa costa, innanzitutto, rispondere? Anche solo due righe. Secondo, perché non farlo sinceramente, ad esempio con un «lascia stare, cerca altrove», «lasciate ogne speranza, voi che vi candidate»? Alcuni hanno persino ammesso che periodicamente puliscono il loro fantomatico database, eliminando ogni traccia inviata da noi, pedanti molestatori. Noi, stalker dell’occupazione!