Cercare lavoro. Radetzky mi fa un baffo

precario a milano

Credete che comprare un biglietto del treno, andare a Milano, trasferirvici per un mese e mezzo a casa di amici e passare in rassegna tutti gli studi di architettura della città alla ricerca di un posto di lavoro porti al successo? No; decisamente no. Eppure l’ho fatto. (Accidente a me e alla logica del senno-di-poi). Ahi quanto a dir qual era è cosa dura, scrive Dante; anche se le sue acrobazie nella selva selvaggia e aspra e forte sono bazzecole in confronto al cercare lavoro nella metropoli lombarda. Altro che Inferno, Caronte, mangiatori di bambini pre-comunisti e mostri a sette teste. Almeno lui poteva contare su Virgilio ogni volta che sveniva alla fine di un canto; e aveva l’accesso garantito al Paradiso da colei che, per non avergliela data in vita, decise di farsi perdonare facendogli vedere la Madonna. Dopo una vita passata a studiare, investendo sul mio futuro, sono stato punito da una legge del contrappasso che mi vedeva costretto a correre in lungo e in largo dietro a datori di lavoro sventolando il mio curriculum. Vi racconto com’è andato il mio peregrinare a Milano nella bolgia dei precari.

Antefatto. Le risposte alle mie autocandidature via e-mail non si facevano sentire. La mia casella di posta era più arida degli scenari di Lawrence d’Arabia; l’attesa di risposte era divenuta più lunga del film stesso; il sentimento di insuccesso fu più straziante di un Peter O’Toole che non vince l’Oscar. L’aver molestato epistolarmente quegli uffici con la mia frustrazione occupazionale, intasando i loro server con i miei rifiuti pdf, non aveva sortito l’effetto desiderato. Per cui, presero forma nella mia mente due alternative malsane. Uno. Stampare il curriculum su carta igienica per avere la certezza che lo vedessero: dovevano pure andare al cesso una volta al giorno! Due. Andare a bussare porta a porta a ognuno dei medesimi indirizzi per mostrare che al di là del terminale che gli insozzava l’inbox di autocandidature c’era un bipede munito di pollici opponibili, insospettabilmente in possesso di una laurea ed inspiegabilmente privo d’impiego. Dato che tutte le copisterie si rifiutarono di infilare i rotoloni Regina nei loro plotter, mi dovetti accontentare della seconda opzione.

cartella precario curriculum

La decisione fu presa: avrei raggiunto a piedi tutti gli studi: come una bottiglia di vetro in balia delle onde che conteneva come unico messaggio un inconfondibile “Assumetemi!”, mi sarei precipitato da un portone all’altro intento a presentarmi e a distribuire materiale per farmi conoscere; sconquassato dalla fatica e certo di sentirmi insignificante. Ma prima che tutto questo trambusto venisse trascritto negli annali del precariato, organizzai la mia carica d’assalto come un generale post-moderno armato di pc e wi-fi. Un Radetzky 2.0. Per cui, con l’ausilio di Google maps, preparai una decina di itinerari divisi per zona che raccoglievano tutti gli uffici che con sovrumano sforzo avevo ricercato e contattato. Ne uscì una sorta di schema in stile Settimana enigmistica che connetteva tra loro centinaia di puntini microscopici sulla carta, ma che si sarebbero rivelati macroscopici fallimenti. Ho fatto solo a posteriori un calcolo di quanto tutto ciò mi sia costato solo in termini economici. E le cifre sono state la prima sconfitta. 200€ solo le stampe di curricula, biglietti da visita ed estratti dei miei progetti, stampati a colori e su supporto rigido; altri 50€ per il portfolio completo da esibire all’eventuale colloquio. E pensare che con tutti quei soldi (insieme alle altre spese correlate in quel mese e mezzo di trasferta) avrei potuto mangiare panzerotti di Luini fino ad imparare il pugliese.

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Stalker dell’occupazione

cercare lavoro

Già mentre studiavo ho cominciato ad inviare e-mail di auto-candidatura agli uffici più disparati: sia a quegli esigui e temerari datori di lavoro che pubblicavano annunci, sia al restante 99-virgola-9-periodico-per-cento che non dava alcun cenno di vita dalle aride pagine dell’elenco telefonico. Ebbene sì, sono ricorsi anche al buon vecchio elenco telefonico per cercare lavoro. Ovviamente non quello cartaceo (la cui consultazione da bambino mi fece smarrire alcune diottrie), bensì quello on-line, dalle dimensioni dei font per esseri umani e non uccelli rapaci e che offre per giunta la possibilità di geolocalizzare all’istante il dato ufficio. Ho passato in rassegna circa 5.000 contatti di progettisti (a quanto pare nella città che ospitò Filarete, Bramante e Leonardo ci sono più architetti in esercizio che topi nei navigli), facendone una scrematura in base alla raggiungibilità (chi diavolo ci arriva tutti i giorni a Segrate o a Cesano Boscone?) e al tipo di lavoro che svolgevano, ovvero se era conciliabile con la mia formazione o se sfornavano moduli lunari.

Dopo 3 giorni di selezione – zooma di qua, zooma di là -, casting, bootcamp, e home-visit, sono arrivato a formulare un’elaboratissima tabella dei contatti finalisti divisi per zona, con l’hyperlink del loro indirizzo e-mail pronto ad essere cliccato e molestato con l’invio del mio curriculum. In seguito avrei marcato di verde coloro la cui risposta fosse stata di interessamento nei miei confronti; di giallo nel caso di una risposta in stile calma-piatta-all-orizzonte-ma-forse-in-futuro-chissà; di rosso chi lasciava intendere ma-ci-stai-davvero-a-provà?. Meno di un quarto di questi rispose. (Risposero più cavalieri di Rohan al richiamo di Gondor). La mia mirabile tabella, come carnevalofobica, esitava a colorarsi – sfoggiava una natura molto più islandese che carioca – e le rare risposte erano sempre le stesse, prodotto di un copia e incolla della disperazione.

La struttura di questo “template della crisi” era la medesima, divisa in tre parti. La prima la intitolerei Illusione. Cito alcuni esempi: «I tuoi lavori ci hanno impressionato favorevolmente», «Complimenti per il portfolio: l’abbiamo veramente apprezzato». La seconda parte, la Disperazione: «Purtroppo il periodo non è dei più sereni, siamo infatti praticamente fermi», «Non siamo alla ricerca di collaborazioni per il semplice fatto che non possiamo permettercele», «Siamo sinceramente rammaricati di dover rinunciare a nuove collaborazioni per l’implicita vitalità che producono». (Ma che significa? Cercano di stordirti a colpi di sintassi). La terza parte, il Database Fantasma: «Per eventuali contatti in futuro, abbiamo inserito il suo curriculum e portfolio nel nostro database», «Ad ogni modo conserveremo il suo curriculum per altre auspicate occasioni future». Stronzate!

Non risponde mai (mai!) nessuno dicendo che, spulciando l’archivio dei curricula, è saltato fuori il tuo file. E qui vorrei aprire una parentesi: ma cosa costa, innanzitutto, rispondere? Anche solo due righe. Secondo, perché non farlo sinceramente, ad esempio con un «lascia stare, cerca altrove», «lasciate ogne speranza, voi che vi candidate»? Alcuni hanno persino ammesso che periodicamente puliscono il loro fantomatico database, eliminando ogni traccia inviata da noi, pedanti molestatori. Noi, stalker dell’occupazione!

I dolori del giovane precario. Prologo

cartella precario

Avete presente quando vi chiedevano da piccoli cosa avreste voluto fare da grandi? Vi ricordate con quanta prontezza rispondevate l’astronauta, il dottore o il paleontologo, come se già aveste potuto sventolare un sasso lunare, uno stetoscopio o un artiglio di velociraptor? (Maledetto e traviante Jurassik Park!). Quanta spensieratezza… Ecco, quell’entusiasmo accresce nel tempo, si dilata, perdura. Vale per chiunque: tranne se sei un precario.
Io ho 25 anni. Neo-laureato in architettura. Mi sono trasferito a Milano 6 anni fa per studiare, cercare lavoro, nuovi amici; insomma: conquistare il mio futuro. Eppure lo sceneggiatore della mia vita, più propenso a sciopero di fronte al Kodak Theater che a formulare un lieto fine, non sembra avere in serbo per me un risvolto nello stile de “I Dominatori dell’universo”. E così, senza impugnare l’anello della “forza” e senza attingere al Santo Graal di Indiana Jones, mi ritrovo indefesso e monolitico ad affrontare questa ultima (speriamo di no!) mia crociata dell’occupazione nella giungla di Mowgli (però senza animali parlanti, dato che qua nemmeno gli esseri umani rispondono più alle email).

Il termine disoccupato per me è improprio, perché fa pensare che io sia stato recentemente occupato e che solo momentaneamente mi sia ritrovato nella condizione di non essere occupato; come ciò che è stato dismesso e che un tempo era impiegato, ciò che è dispiegato ed un tempo raccolto, disotterrato e prima sepolto and so on. Ebbene no, non sono mai stato propriamente occupato, impiegato; né tanto meno raccolto o sotterrato… Beh, forse sotterrato sì: l’inagibilità del mercato del lavoro ti fa sentire sepolto vivo sotto badilate di terra, come Beatrix Kiddo nella claustrofobica e buia cassa d’abete in Kill Bill vol.2. Solo che io non sono Uma Thurman, non ho mai ricevuto gli insegnamenti del maestro Pai Mei, non conosco una mazza di arti marziali, non ho alcuna intenzione di sfracellarmi le nocche contro il coperchio della bara e lasciare che mi si conficchino nelle mani tutte quelle schegge di legno.

cartella precario

La mia unica occupazione è diventata quella di ruzzolarmi da una parte all’altra della città per distribuire, anzi, lanciare i miei curricula (o curriculi che dir si voglia) agli uffici più disparati, come fanno nei film quei ragazzini sulle bici rosse con i giornali, gettati nei giardini perfetti degli americani, che nelle versioni comiche colpiscono in testa il proprietario di casa o la pinta di caffè che tengono in mano o vengono presi al volo dal cane o infradiciati dall’irrigatore automatico. (Per chi avesse ancora qualche dubbio, sì, sono un addicted di cinema made in USA). Il rimbalzare da un portone all’altro, pretendendo di essere sorridente, presentabile, preparato, arguto, intelligente e appassionato – quando in realtà l’unica preoccupazione è quella di farcela entro le 18 -, dovrebbero istituirlo come disciplina olimpionica con divisa di gara, la camicia. Tra l’altro ho sempre odiato le camicie: passare le giornate compiendo tali gesta attanagliato in una morsa di cotone, colletto, polsini e bottoni (quanti?, troppi bottoni!) equivale ad aggiungere beffa al danno. Camicie che peraltro faccio sbucare fuori solo dal girocollo del maglioncino, perché il resto non ho ancora imparato a stirarlo.

In meno di un anno avrò inviato chili e chili di curricula – curricula come se piovessero, camionate di curricula – a centinaia di studi di architettura di Milano (praticamente a tutti), avrò sostenuto una ventina di colloqui di lavoro, inviato diverse demo della musica che scrivo alle più disparate case discografiche, partecipato ai provini di X-Factor, proposto un format per un programma radiofonico, spedito lettere ai giornali, partecipato ad un concorso di fotografia, inviato candidature all’Europa, all’Unesco, all’ONU… E sapete in quante di queste imprese avrò successo? Nessuna. Ma questo io ancora non lo so.

Questa… è la mia storia.