Il Quirinale non è merce di scambio

quirinale merce di scambio

Berlusconi, prima della definitiva rottura col Pd, si era detto disponibile a dare la sua benedizione ad un governo-Bersani, qualora quest’ultimo gli avesse accordato un presidente della Repubblica «moderato», ovvero di centrodestra. Questa per lui è «una priorità», gli altri temi vengono dopo. Ma come si spiega questo appoggio del Cavaliere al Pd così incongruo con l’opinione sempre avuta della sinistra? Basta davvero un patto sul Colle per dare un colpo di spugna alle storiche inimicizie? Perché lottare per un Quirinale di destra è ancora più importante del conquistare la presidenza del consiglio?

Dice Brunetta: «Forse non ci siamo capiti: il nuovo presidente deve essere espressione della nostra area». Maroni, quello di «Prima il Nord», afferma che il primo obiettivo è un presidente gradito a Berlusconi, un «capo dello Stato che ci garantisca». Ma cosa gli deve essere garantito? Oltretutto, questo timore di una garanzia rinnegata, fa pensare che Berlusconi consideri quelli che chiama «i passati presidenti di sinistra» come dei faziosi che lo hanno ostacolato. Se fosse vero, sarebbe un insulto a Napolitano e agli altri. Infatti, se c’è un’istituzione che dall’ultimo ventennio è uscita intonsa e rinvigorita è proprio la presidenza della Repubblica. (Tra l’altro sarebbe persino incoerente con i costanti riconoscimenti di «merito» e di «imparzialità» al presidente da parte del Cavaliere). L’agognato accordo sul «garante», che supera in priorità la stabilità economica, l’occupazione o il rimpatrio dei cervelli, coincide con la sua perdita delle elezioni e con l’infittirsi dei suoi processi giudiziari. Ma il Quirinale non può essere considerata merce di scambio. L’unica «garanzia» che deve offrire il presidente della Repubblica è verso la costituzione, l’unità e gli italiani. Tutti. Non una parte.