E se fra i due litiganti, Civati gode?

E se fra i due litiganti, Civati gode
Primarie Pd. Si sa che vince Renzi. Però questo Civati…

 

Cuperlo. La croce per gli uomini di sinistra con la erre moscia è che sembrano sempre lontani dalla realtà. Cuperlo il post-comunista uscito dal Dams. Ha studiato comunicazione di massa, ma non si direbbe. Come direbbero i giudici di X-Factor, “non arriva”. Suscita emozioni quanto una melanzana sotto sale in fase di afflosciamento. La sua resa al confronto su Sky è stata quella di una parmigiana: condiva le risposte con un po’ di tutto e ne è risultato qualcosa di pesante. Non a caso piace agli anziani, ovvero a quelli che si accontentano o si confondono coi giri di parole. Cuperlo è anonimo e scontato. Però sarebbe il più rispettato all’interno di un Pd dalle mille voci e, di questi tempi, col montare delle dispute interne e con il centrodestra in fase di frazionamento, il Pd ha bisogno di tutto fuorché di spaccarsi. Cuperlo e Renzi: perché non hanno pensato ad un patto in stile Forlani-Andreotti, il primo alla segreteria, il secondo a governare?

Renzi. Come ogni persona che ha mediaticamente successo, l’hanno definito in tutti i modi: il Berlusconi della sinistra; il rottamatore; l’anti-D’Alema; il comunicatore; il nientalista. Lui, che ambisce soprattutto a diventare il “sindaco d’Italia” – parole sue -, sembra avere la vittoria in tasca, tant’è che il sottotitolo di queste primarie è: “Tanto si sa, vince Renzi”. Si sa anche che il primo cittadino passa il tempo a fregarsi le mani pensando alla presidenza del Consiglio. L’hanno accusato di usare la segreteria del Pd come un traghetto per Palazzo Chigi. Basta guardarlo da Vespa o da Fazio: è lì che scalpita all’idea di diventare Primo ministro. Forse, più che mosso da un’ispirata visione da statista, è ansioso di fare una pernacchia in faccia alle vecchie leve. E poi ci tiene a stabile un record di giovinezza. Dopotutto lui è un “ragazzo” di soli 38 anni – sempre parole sue. Di sicuro è l’unico trascinatore di folle della sinistra, quello che ha sempre la battuta pronta in 140 caratteri: è il saputello dell’oratorio. La domanda è, sarà davvero in grado di cambiare il Pd dall’interno, dove i più lo denigrano, e trasformarsi, quindi, in uomo-di-sistema? Non rischierà di perdere l’appeal del ribelle-scapestrato o del disturbatore-fuori-campo una volta indossata la casacca dell’uomo-di-palazzo?

Civati. Il più rock dei tre. È un crocevia tra Renzi e Cuperlo: un piede nella modernità e uno nel partito; e forse questa è la sua carta vincente. Peccato lo conoscano in pochi. Negli ultimi giorni è esploso sul web al grido, anzi, al cinguettio di #civoti, dimostrando di avere oltre alla faccia da peluche spelacchiato (che, sfortuna sua, si chiama persino Pippo), un recondito carisma con punte di humor inglese. Peccato che l’abbia scoperto tardi e che non abbia fatto in tempo a farsi conoscere dal pubblico, pardon, dagli elettori. Certo, non è stato aiutato dai media che fanno a gare per strappare a Renzi una battuta virale. Vada come vada, ha fatto bene a candidarsi: si è fatto pubblicità per il futuro. Per lui non prevedo uno sprofondare nell’oblio Tabacciano o Puppattiano, i quali con le primarie non hanno dimostrato nulla di più di quanto non si sapesse prima, ovvero il vuoto. Civati, dal canto suo, ha fatto un importante step di carriera: nascosta da qualche parte, anche lui ha una voce autorevole. C’è da dire, poi, che se nessuno raggiunge il 51%, la scelta del segretario passa in mano all’assemblea nazionale del Pd. Facendo due conti, Civati piace ai giovani e, nel partito, piace più di Renzi. Per cui, se alle primarie andassero a votare tanti giovani, considerando che Cuperlo a questi non piace e che Renzi disgusta il partito, chissà, magari tra i due litiganti…

Annunci

Gli errori di Bersani in questa ‘sinistra’ storia

BersaniLa mediocrità della «gestione Bersani», culminata nella supplica di sabato 20 aprile a Napolitano, ha portato alla prima rielezione di un presidente nella storia repubblicana. E non perché non vi fossero candidati, ma perché non si era in grado di sceglierne uno. Un evento unico per il quale è tanto encomiabile il senso delle istituzioni di Napolitano (l’unico vero statista rimasto), quanto riprovevoli le cause politiche, con epicentro a sinistra. Il presidente della Repubblica dovrebbe essere eletto garante di un sistema partitico funzionante, e invece è stato chiesto a Napolitano di indossare il camice del medico. La sinistra ha così offerto un precedente al presidenzialismo; non perché una politica pronta ad evolversi ne sentisse il bisogno, ma per ricucire frammenti lacerati.

Bersani ha la colpa di aver lasciato infangare Marini, dal curriculum importante, da 221 franchi tiratori quale simbolo del vecchiume (mica 21: 221). Ha imbarazzato Prodi, sul quale hanno analogamente sputato nonostante si tratti dell’italiano più stimato all’estero e dell’unico ad aver mai sconfitto Berlusconi (due volte). Insomma, non ha saputo nemmeno scegliersi i colleghi: sposando la filosofia del «tutti a casa», per ingraziarsi Grillo, si è circondato di grillini-travestiti-da-piddini. Poi, fatto che un Berlinguer non avrebbe mai permesso, si è lasciato umiliare in streaming dalla ridottissima statura politica dei rappresentanti cinquestelle che leggevano il copione del capo tribù (con tanto di riferimento a «Ballarò»). Nel suo corteggiamento a più riprese verso coloro che avevano come unica ambizione quella di dimostrare l’inettitudine dei politici – e che gli diedero dello «zombie» – i sessuologi individuerebbero delle punte di sadomasochismo. Egli ha inoltre fatto la peggior campagna elettorale, forse, della storia. Ovvero non l’ha fatta, secondo la logica dello «stiamo tutti fermi e non facciamo danni», «i sondaggi ci danno per primi: speriamo che non se ne accorgano». Così quel 25 febbraio c’era chi votava M5S per il mal di pancia, chi Pdl per l’Imu, chi Monti per l’autorevolezza, ma nessuno aveva davvero un valido motivo per scegliere la sinistra. Nessuna ambizione regalata ai suoi elettori, né tanto meno agli indecisi. E così ha rimediato alla sinistra il peggior risultato elettorale di sempre (30,9%). Ha fatto peggio persino di Occhetto (33,1% nel ’94) e di Veltroni (41,4% nel ’08). Le stesse dimissioni sono state mal calcolate. Troppo tardive: è facile dileguarsi quando si ha annientato un’identità politica. Doveva rassegnarle prima, dopo il fallimento delle consultazioni, quando il gruppo era perlomeno ancora compatto. E invece si è così consegnato agli annali delle figuracce, facendo gongolare Renzi e Berlusconi. Caro Bersani, lei è simpatico, e probabilmente onesto. Ma il suo dna non è da statista, né tanto meno da leader.

Ps. Chissà cosa si saranno mai detti Bersani e Napolitano quella mattina nello studio più alto di Roma? Speculiamo:

B. (toc toc) – Presidente, è permesso?
N. – (E chistu cat a cumbinat?). Avanti, avanti!
B. – Presidente, aiuto, aiuto!
N. – Pier Luigi, che c’è? Che c’è?
B. – Presidente, brucia, brucia! Roma brucia!
N. – Ihh, che succiess?
B. – Di tutto, presidente, di tutto.
N. – Raccont’a papà!
B. – ‘Orco boia, presidente. Il giaguaro non l’ho smacchiato. Il grillo non l’ho ammaliato. In casa ho solo avvoltoi, e adesso… non ci vedo più dalla fame.
N. – Ehh che è? Tien nu’zoo rint’u Parlamiento?!
B. – Sono dappertutto, presidente, dappertutto: avvoltoi da Firenze, dalla Puglia, tra i dirigenti, tra i nuovi eletti… aiuto, presidente, aiuto!
N. – Chistu è nu’ guaio assai!
B. – …
N. – S’avessa truà na’figura condivs…
B. – …
N. – Coccrun e’ rispettabl’ ngopp e’ part…
B. – …
N. – Coccrun…
B. – …
N. – Aspètt! Aspètt nu poc, nun mi vorrai mica…?
B. – …
N. – Nun si venuto mic’ ppe…?!
B. – … Sì, la prego, Presidente. Sììì!
N. – Marììì!
B. – La prego, presidente, la prego! Sono dappertutto, presidente, dappertutto! Aiuto, presidente, aiuto!
N. – Ennò, ennò, ennò! Tien a capa chien’ i ricotta?
B. – Presidente, la supplico, presidente!
N. – E a chi parlav j quann’ricev che tenev e’“muzzarell” chien? Eh? Eh?! Non stev mic parlann cu o’curazziere! Chist manc’ rispuonn!

… un giorno lo finirò.

AAA primo ministro cercasi

aaa primo ministro cercasiFacciamo due calcoli. Posto 100 il numero degli aventi diritto al voto alle elezioni appena passate, 25 di questi hanno scelto di non recarsi alle urne. Dei rimanenti 75 che sono andati a votare, il 30 per cento ha votato Pdl e il 25 per cento Cinquestelle. Rispettivamente sono il 22,5 e il 18,5 per cento di quei 100 iniziali. Sommando questi tre gruppi, 25 (astenuti) + 22,5 (Pdl) + 18,5 (M5S), otterremo 66. Cosa rappresenta? La percentuale di quelli che hanno votato-non-votando un candidato premier.

In genere chi non vota, vuoi per protesta, per disaffezione o per più colpevole disinformazione, se ne lava le mani della questione democratica. Chi ha votato Cinquestelle ha voluto lanciare un messaggio forte alla casta. Ma Grillo non si è candidato. (Oltretutto, questi esordienti sarebbero in grado di offrire un governo stabile? Quanti premier, ministri, viceministri si possono individuare tra i loro sbarbati venti-trentenni? Sarebbe certamente il governo più giovane della storia dell’umanità, ed è lodevole la loro voglia di partecipare, ma in quanto a competenze come siamo messi?). Chi ha votato Pdl si sarà probabilmente lasciato convincere dall’inesauribile carisma del suo leader storico, dalle promesse e, per carità, anche dal suo programma. Ma il suo delfino Alfano sarà ricordato come il “forse candidato premier” più celato della storia. Quindi si tratterebbe di un altro voto non chiaro in termini di leadership auspicata. Ricapitolando: è possibile sostenere che il 66 per cento dell’elettorato abbia fatto una scelta di ingovernabilità? Se così fosse le cause andrebbero ricercate un po’ ovunque: politica e società. Dato che – sia che siamo astenuti, sovversivi o fedelissimi – non sappiamo da chi voler essere governati.

Bisio e il monologo non-politico

Bisio

Perché la Rai, la cui missione era di abolire la politica da Sanremo, titola sul suo sito “Bisio e il suo monologo politico”, quando era tutto fuorché politico? Piuttosto sociologico. Che si riferisse all’amministrazione delle vacche da parte di nonna papera, così come ne ha insolitamente sottotono parlato il matador di Zelig? Bisio non avrà forse superato il provino per la conduzione del prossimo Festival, però ha rivelato quello che nessuna programmazione endovenosa, con la quale hanno tentato di vaccinarci e drogarci nelle ultime settimane, è riuscita a palesare. Ovvero che i politici italiani sono, innanzitutto e soprattutto, nient’altro che italiani. Figli di italiani. Genitori di italiani. Istruiti da italiani. Educati da italiani. Il problema dunque non sono i politici. Sono gli italiani stessi. “Siamo noi elettori i mandanti”.

Quando i grilli parlanti sbeffeggiano in piazza il-Palazzo-le-Poltrone-la-Casta sembra si rivolgano ad un’altra razza interplanetaria. E invece non si tratta d’altro che di probabili nostri ex-compagni di banco, ex-colleghi di lavoro, ex-vicini di casa, magari persino (ex?) parenti. Dopotutto se meno-male-che-Silvio-c’è rischia di tornare al governo per la quarta volta non è perché così prevede il quarto mistero di Fatima, ma perché ce lo mandiamo noi. Se i sondaggi mostravano a pochi giorni dal voto che la leadership se la contenderanno i soliti noti (Pd-Pdl), non è perché Mannheimer e Pagnoncelli hanno voluto dare i numeri da giocare al lotto sulla ruota di minchionlandia, ma perché evidentemente più della metà degli elettori è pronta a rimettere una crocetta sui loro simboli. Senza una vera e unitaria protesta (priva di populismi). Senza un qualsiasi e prioritario esame di coscienza che porterebbe alla luce la cruda verità. Ogni paese si merita i politici che ha.