La madre di Cucchi a Borghi, “Grazie per aver fatto rivivere mio figlio”

sulla-mia-pelle-film-cremonini

Ferisce più di una coltellata. L’ultima settimana in vita di Stefano Cucchi, morto in carcere nel 2009 per cause che la magistratura non ha ancora accertato, irrompono nella pellicola del regista Alessio Cremonini in tutta la loro durezza. Non c’è stato bisogno di esibire la violenza per impressionare il pubblico e scuotere le coscienze. E questo lo si deve a una sceneggiatura diretta, priva di retorica, e a delle interpretazioni mirabili. Ho incontrato Cremonini a Riccione dove ha presentato il film ‘Sulla mia pelle’, prodotto da Netflix, pochi giorni dopo la prima di Venezia. “Era obbligatorio fare un film su Stefano Cucchi – mi ha detto – vista la crudele storia che ha vissuto questo nostro concittadino. E poi perché il cinema deve avere il coraggio di mettere in scena argomenti che dividono l’opinione pubblica”.

La vicenda giudiziaria è ancora aperta e ha coinvolto le forze dell’ordine e alcuni medici del carcere in cui Cucchi si trovava. Come ci si approccia, dunque, a una storia simile nel cinema? “Con umiltà. Volevamo ripercorrere nella maniera più oggettiva possibile quello che è accaduto a Stefano. E poi con lo studio. Abbiamo studiato a lungo i verbali”.

Magistrale l’interpretazione di Alessandro Borghi. La madre di Stefano Cucchi gli ha detto: “Grazie per aver fatto rivivere mio figlio per un’ora e mezza”. Borghi, sempre a Riccione, ha detto: “Quando le riprese del film erano finite ed ero ritornato nei panni di Alessandro, vi ero ritornato molto più incazzato di prima perché avevo scoperto dettagli che prima non conoscevo. Vedendo il film ci si accorge della quantità di cose che succedono a Stefano in soli sei giorni”. Una nota agente cinematografica dopo aver visto la pellicola ha detto a Borghi: “Alessandro, devi fare pace col fatto che questo rimarrà il tuo più grande film”. E probabilmente ha ragione.

Annunci

“The bling ring” e gli attori che vanno a sverminare cani

bling ring
Hollywood. Evoluzione di Hermione Granger (Emma Watson) in Paris Hilton

Sofia Coppola si conferma la regina dell’inazione, campionessa di film dove non succede nulla. I sofisticati del cinema-bene lo chiamerebbero minimalismo narrativo per sottendere l’ineludibile costrutto sintattico che si cela dietro la storia. La merda.
Base di ogni film, o libro, o cinepanettone che si rispetti è l’evoluzione narrativa. Si parte da una punto A, sopraggiunge qualcosa che scompagina, turba la quiete – i marziani, l’anello del potere, Hagrid su una motocicletta… Qualcosa deve succedere, perdio! Così che i personaggi possano mettersi in gioco, evolversi, imparare qualcosa e trasformarsi, nel bene o nel male. Da Simba a Charlize Theron in Monster.
Il film della Coppola sembra più un tutorial per ladri, un documentario sullo scassinamento di case di lusso. Dopo il primo furto, il film non fa altro che ripetersi facendo quasi venire voglia di afferrare un piede di porco… per spaccare lo schermo e dire, muoviti trama, muoviti! In genere vale la regola del 3: alla terza volta ti beccano. Qua invece ai protagonisti va sempre di culo per un’ora e venti di film, fin quando alla fine, mentre stai per starnazzare e digitare il 911, li beccano (alleluia), ma senza finale col botto o corsa al Monte Fato per distruggere lo smartphone del potere. Niente di niente. Tutto è prevedibilissimo, ed è un peccato, perché la Coppola sa costruire bei personaggi (penso a Marie Antoinette o alla coppia Scarlett Johansonn – Bill Murray in Lost in translation). Ruoli che affascinano nel primo quarto d’ora, poi sprofondano nella stasi. È come se il resto della pellicola ruotasse attorno ad un buco nero che ne risucchia la sceneggiatura. I personaggi di Coppola junior sono come belle donne che mettono il tacco 12 per mescolare la cassoeula o per portare a sverminare il cane. Che spreco!
Il film vorrebbe parlare di come i giovani benestanti proiettino negli oggetti i loro idoli attraverso una trasgressione che dà significanza al loro essere. Ma non ci riesce; fatica ad indagarne la psiche dei ragazzi e a darne un resoconto veritiero, o per lo meno interessante. Vuole anche essere un carosello del lusso, ma in questo ci riesce molto meglio, uno fra i tanti, Il diavolo veste Prada. Tecnicamente lo stile registico coppoliano mi piace molto, ha un che di arte contemporanea. Ma manca la storia, come nell’arte contemporanea. Manca la psicologia dei personaggi. (voto 5,5)

Ps – Hermione Granger in versione Paris Hilton è un tuffo al cuore.