A Grillo il merito di riabilitare Vespa

 

Ma Grillo non espelleva parlamentari perché andavano a Ballarò?
Ma Grillo non espelleva parlamentari perché andavano a Ballarò?

Il merito più grande di Grillo a Porta a Porta è stato quello di aver regalato ascolti a Vespa. Dalla consegna del plastico fuori dallo studio alla selfie nei corridoi, il bruno matusalemme del terzo ramo del parlamento non è riuscito a nascondere il suo migliore ghigno furbetto e compiaciuto alla Montgomery Burns.

Grillo non tornava in tv da 21 anni per modo di dire, dato che i suoi comizi ci sono stati propinati dai tempi del vaffaday più delle repliche di Montalbano. La lontananza dagli studi televisivi, però, si è fatta sentire. L’agitatore di folle ha scoperto in diretta che in televisione lui funziona di meno. Lo sbraitamento e il contatto fisico da piazza vengono svuotati dall’imparzialità della telecamera; la lente, priva di emozioni, filtra tutto, e in tv è tutta un’altra storia. Se hai pochi contenuti, la presenza scenica non basta a tenere in piedi un talk show. La serie scomposta di invettive funziona più in piazza, che è il luogo della “pancia”, e meno in tv, che è il luogo dell’”approfondimento”. O almeno si spera.

Vespa come Mr Burns

Il segmento #GrilloinVespa ha segnato il 27% di share contro il 25% di Renzi. Però il premier fu incastrato nella classica puntata portaportesca sbrodolosa tra domande in politichese, sondaggi e servizi. Quello con Grillo è stato uno sprint pirotecnico, confezionato apposta per fagocitare ascolti: un’ora tutta d’un fiato senza pubblicità, con tanto di marchio “Porta a Porta” a centro schermo come a dire beccati-sta-esclusiva. È incredibile come veterani dell’etere continuino a regalare momenti di massima celebrità ai loro acerrimi nemici. I punti di share di Berlusconi da Santoro furono 33, gli anni di Cristo. E resurrezione fu!

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Insulti alla Boldrini, il silenzio delle grilline


In tutto questo ciclo di insulti sessisti contro la Boldrini (“Boldrini mignotta”, “Le spacchino il culo, magari gode”, “È buona solo a fare p…” ecc) scatenato da Grillo (sul suo blog ha chiesto “cosa fareste soli in auto con la Boldrini?”) mi piacerebbe sapere cosa ne pensano le donne cinquestelle. Si sentiranno offese come donne? O tireranno un puffetto a questi signori dicendo: i soliti mattacchioni? Stranamente tacciono: nessuna che difenda il capo, né tanto meno che si dissoci dall’atavico maschilismo italico. Mi piacerebbe anche sapere cosa ne pensano mogli-madri-sorelle del loro marito-figlio-fratello che vede la donna sempre e solo come un distributore di favori sessuali. L’emancipazione femminile non sarà mai completa se non si sradica la tendenza dell’insultarello facile e del sorvolarci sopra.

Esempi di machismo italico aizzato da Grillo
Esempi di machismo italico aizzato da Grillo

E quel “faccione” di Renzi se la ride

di battisti chi - renzi
“Di Battista chi?”

Il grillino Di Battista alle Invasioni barbariche dalla Bignardi è convintissimo: «E facciamocela questa domanda. Mi chiede se potrei essere il prossimo presidente del Consiglio? Certo!». Al che la conduttrice gli offre su un vassoio d’argento l’occasione (che mai più riavrà altrettanto facilmente) di dimostrare, senza contraddittorio (!), di essere meglio del più quotato di tutti: Renzi.
E cosa afferma il buon Di Battista per convincere l’elettorato di La7? «Renzi ha un faccione falso. Io credo negli occhi delle persone
»…………….Sicché la reazione mi sorge spontanea: ma fa l’oculista?

Ma che argomentazione è? Che statista!, anzi, che catechista!

É un gran peccato vedere un giovane – che si crede meglio dei vecchi – con tanto fervore e voglia di fare, tutto convogliato nello sterile bidone dell’insulto, della fregnaccia da bar. Aveva l’occasione d’oro di affossare Renzi su qualsiasi punto della sua linea politica – il piano lavoro, i diritti, la visione dell’economia, il premio di maggioranza… qualsiasi cosa. E invece non ha resistito al richiamo della pancia. Servendo un assist a quel «faccione» di Renzi che ora se la ride.

Ma perché (non) applaudono?

Ma perché (non) applaudono

Del lungimirante ed impietoso discorso di Napolitano ha colpito la reazione dell’aula: l’esultanza dei bacchettati (i partiti) e la freddezza degli “innocenti” (M5S). Ma non si sarebbero dovuti scambiare di ruolo? Non si capisce come abbiano fatto i secondi a non applaudire un discorso che sembrava la trasposizione delle arringhe di Grillo, in cui i politici venivano accusati con parole pesanti quanto macigni di essere «irresponsabili», «sterili» e «sordi». I cinquestelle erano forse gli unici autorizzati all’applauso, non condividendo le colpe degli altri, severamente elencate dal presidente. Anzi, il discorso è stato persino più efficace di qualunque invettiva di piazza, perché figlio dell’arte oratoria e della lucidità di analisi. Non del muscolare e inconcludente strillo «tutti a casa». Se non hanno applaudito era perché evidentemente non volevano disobbedire l’ordine oligarchico, andando però così a contraddire quei principi di democrazia, libertà e trasparenza dei quali si sono fatti paladini.

Dall’altro lato, i trionfatori. Primo fra tutti, Berlusconi. Ricordiamo cosa disse questi alla prima elezione di Napolitano: «Non lo voto, ma ci posso convivere». E ai suoi, prima di quel discorso: «Mi raccomando: composti! Come fosse un funerale». Non gli andava proprio giù di vedere al Colle un uomo con «la cupezza di un armamentario culturale figlio di una stagione che non è ancora terminata». Insomma, un «comunista». Eppure nel 2013 si è riscoperto raggiante: «Il più bel discorso mai sentito», «il miglior presidente che potessimo avere», «meno male che Giorgio c’è!». Il Cavaliere è anche colui che ha elogiato l’operato di Monti – e propostogli di guidare i moderati – pochi giorni prima di affossarlo quale rovina del paese. Se è vero che solo i folli non cambiano mai idea, per seguire le montagne russe della suo pensiero logico occorre il GPS. In ultimo, è curioso sottolineare come la rielezione dell’«ultimo comunista» (come lo definisce la sua biografia) abbia determinato il tracollo del centrosinistra… Un paese alla rovescia.

AAA primo ministro cercasi

aaa primo ministro cercasiFacciamo due calcoli. Posto 100 il numero degli aventi diritto al voto alle elezioni appena passate, 25 di questi hanno scelto di non recarsi alle urne. Dei rimanenti 75 che sono andati a votare, il 30 per cento ha votato Pdl e il 25 per cento Cinquestelle. Rispettivamente sono il 22,5 e il 18,5 per cento di quei 100 iniziali. Sommando questi tre gruppi, 25 (astenuti) + 22,5 (Pdl) + 18,5 (M5S), otterremo 66. Cosa rappresenta? La percentuale di quelli che hanno votato-non-votando un candidato premier.

In genere chi non vota, vuoi per protesta, per disaffezione o per più colpevole disinformazione, se ne lava le mani della questione democratica. Chi ha votato Cinquestelle ha voluto lanciare un messaggio forte alla casta. Ma Grillo non si è candidato. (Oltretutto, questi esordienti sarebbero in grado di offrire un governo stabile? Quanti premier, ministri, viceministri si possono individuare tra i loro sbarbati venti-trentenni? Sarebbe certamente il governo più giovane della storia dell’umanità, ed è lodevole la loro voglia di partecipare, ma in quanto a competenze come siamo messi?). Chi ha votato Pdl si sarà probabilmente lasciato convincere dall’inesauribile carisma del suo leader storico, dalle promesse e, per carità, anche dal suo programma. Ma il suo delfino Alfano sarà ricordato come il “forse candidato premier” più celato della storia. Quindi si tratterebbe di un altro voto non chiaro in termini di leadership auspicata. Ricapitolando: è possibile sostenere che il 66 per cento dell’elettorato abbia fatto una scelta di ingovernabilità? Se così fosse le cause andrebbero ricercate un po’ ovunque: politica e società. Dato che – sia che siamo astenuti, sovversivi o fedelissimi – non sappiamo da chi voler essere governati.

[Elezioni] Ma chi ha vinto?

domanda ma chi ha vintoHa perso Bersani perché la sua candeggina non ha scolorito alcun felino. Ha perso Berlusconi perché, nonostante la lodevole rimonta, non ha ottenuta la maggioranza assoluta in nessuna delle due Camere. Ha perso Monti perché la sua agenda non è stata condivisa (o letta?) dalla maggior parte degli italiani. Gli unici a festeggiare sono i neo-parlamentari Cinquestelle, selezionati con i casting da Youtube. Ora può iniziare la fase politica che un quarto degli elettori attendeva per diminuire il debito, aumentare il pil e creare lavoro. Quella dell’«accerchiamento», degli «scappellotti» e della «cacciata» dei politici. (Problemi risolti!). Ma se il più alto momento democratico del suffragio universale non è riuscito a darci un governo stabile, chi o cosa può darcelo?

Una grande coalizione alla tedesca? (Ma non siamo la Germania). Una nuova legge elettorale? (Ma come troveranno un accordo?). Il Presidente della Repubblica? (Di nuovo?). Forse nulla, o forse un po’ di tutto questo. Ciò che fa riflettere è la perenne insufficienza dell’Italia di amministrarsi, di auto-regolarsi, di essere ‘normale’. Il suo elettorato non è mai stato così scientificamente ripartito: un quarto di disinteressati; un quarto di incazzati; un quarto di destra; un quarto di sinistra. L’ingovernabilità del paese riflette la trasversale disomogeneità e confusione degli elettori. Se davvero vogliamo salvare la nave, prima di una riforma delle istituzione occorre una riforma delle coscienze e del senso civico. Occorre appassionare e affezionare (non accecare) gli italiani circa i problemi della cosa pubblica. Perché è davvero di tutti. Per farlo dobbiamo partire da noi stessi.

Il vincitore di questa campagna elettorale lo si conosce già

vincitore campagna elettorale televisioneCon largo anticipo, senza bisogno di sciorinare sondaggi esoterici ed evitandoci le palpitazioni da exit poll, è già possibile indicare un incontrastato vincitore. Sarà che la prima campagna della storia repubblicana svoltasi in inverno ci ha inchiodati in casa di fronte ai televisori. Sarà che una crisi di fiducia senza precedenti ha sortito l’effetto contrario di un maggiore appassionamento alle sorti del paese. Sarà che non sono mancati lo stravolgimento degli assemblement politici e le promesse da coup de théâtre (in francese, per farli apparire più raffinati di quello che in realtà sono). Certo è che la prima campagna elettorale che ha fluito attraverso i decoder ha ben saputo far (s)parlare di sé.

Se Berlusconi non avesse spazzolato la poltrona di Travaglio nell’arena di Santoro, la sua impennata non sarebbe mai avvenuta. Se Monti non avesse abbracciato un cane dalla Bignardi («Senta com’è morbido!») non avrebbe mai potuto mostrare il suo lato meno tecno-robotico. Se Bersani… bé, no. Bersani è proprio l’unico che non sa usare la tv. Se Grillo non avesse denigrato così tanto la televisione non se ne sarebbe mai parlato così tanto (in televisione). Per quest’ultimo una sfida televisiva contro un politico (Bersani), un economista (Monti), un imprenditore (Berlusconi) gli avrebbe fatto perdere quell’aura di magnetismo e di rapimento emotivo che funziona bene su un palco, ma che si sgretola in studio. (In piazza non si ha alcun contraddittorio, bensì soltanto sostenitori giunti di loro spontanea volontà e non capitati per zapping. In un confronto tv sarebbe apparso come la caricatura di un politico. O l’annaspamento di un comico). Ad ogni modo, la sua indiretta presenza televisiva è stata maggiore di chiunque altro. Per cui, mentre percentuali e seggi sembrano ancora un terno al lotto, chi ha vinto davvero questa campagna elettorale è stata proprio la televisione.