#enricostaisereno un paio di palle

Ce l'ha fatta. Il rottamatore si è auto-incoronato Premier.
Ce l’ha fatta. Il rottamatore si è auto-incoronato Premier.

Non so più come spiegare ai miei amici stranieri cosa sta succedendo in Italia. Renzi si è preso la poltrona di Primo Ministro con un contropiede last-minute senza passare per le elezioni. Mi domandano se sia democratico. Tecnicamente sì, rispondo io. Eppure parliamo di Renzi, il rottamatore della vecchia politica di palazzo, quello dell’un fondo schiena/una poltrona. Sembrano lontani ed incredibilmente più semplici i tempi in cui dovevo spiegare a chi stava oltreoceano perché il nostro parlamento si sia trovato a votare sull’età di Ruby Rubacuori… Ah, benedetta giovinezza! Com’era facile commentare le barzellette sugli ebrei, “meglio le belle ragazze che essere gay”, o l’Angelona-culona. Era quasi divertente.

Come si fa a spiegare oggi all’estero che abbiamo il terzo Premier consecutivo (in soli 2 anni!) non eletto dal popolo – o meglio, senza essere stato indicato dal popolo al Capo dello Stato tramite elezioni politiche? Nel caso dei tecnici sembrava la strada migliore in un momento di crisi acuta della credibilità (e identità) della classe politica. Nel caso di Letta non c’era altro da fare visto che dalle elezioni era venuto fuori un nulla-di-fatto. Ma a sto giro che gli racconto? Questo è il quarto Premier italiano dell’attuale legislatura Ue che i colleghi europei si trovano seduto di fronte. Berlusconi-Monti-Letta-Renzi. C’è più dinamismo sulla poltrona italiana al Consiglio europeo che in una puntata di Lost.

Mi domandano come sia possibile che un italiano si svegli la mattina decidendo di voler diventare Primo Ministro e in 24 ore CI DIVENTI DAVVERO (consultazioni a parte). Renzi dice: mi hanno votato 3 milioni di elettori alle primarie. A parte il fatto che erano 2 milioni (e a parte il fatto che sono molti di meno dei 9 che hanno votato centrosinistra alle politiche), è sufficiente l’investitura delle primarie per auto-incoronarsi Primo Ministro? Berlusconi ha preso 8 milioni di voti, eppure se ne sta buono buono più mansueto di Dudù. E poi: non è consuetudine che un governo cada in seguito alla sfiducia del parlamento? Non deve spiegare di fronte al parlamento, ovvero di fronte agli italiani, le ragioni della sua crisi? A quanto pare basta una direzione di Pd in streaming e il gioco è fatto.

Il sindaco ha imparato bene da Berlusconi quanto sia corta la memoria degli italiani e il piacere di dire una cosa la mattina e di smentirla la sera stessa. Solo il 17 gennaio twittava #enticostaisereno non voglio prendere il tuo posto… Non solo: il governo Letta doveva avere una scadenza di circa 2 anni; Renzi, invece, vuole la poltrona (senza elezioni) fino al 2018 con la scusa delle riforme istituzionali. Dice che salendo al potere vuole uscire dal caos delle elezioni dell’anno scorso, ma dallo stallo – io penso – si esce soltanto appassionando la gente alla politica, risolvendo problemi concreti, non con l’ennesima manovra di palazzo che fa sembrare la casta sempre più casta. Il Pd, e i Ds prima, non stanno facendo altro da anni che scaricare sugli italiani il peso delle loro diatribe interne, del feudalesimo, senza mai portare a casa una legislatura ultimata. Continuano sadicamente a giocare a chi si leva per primo la sedia da sotto al culo al finire della musica. Almeno qualcuno si diverte.

Sarà solo la storia a decretare se Renzi si è comportato da ambizioso e spregiudicato carrierista o da appassionato statista con a cuore solo il benessere del paese. Come farà a governare con Alfano che lo odia e Vendola che non ha i numeri per sostituirlo resta un mistero. Prego soltanto che cessino le manovre di palazzo e si torni a parlare di economia, innovazione e di giovani. Comunque vada a finire, italiani, sappiate che questa è davvero l’ultima carta che ci giochiamo. E il modo opaco in cui è stata tirata fuori mi fa di non poco storcere il naso.

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2013. L’anno in cui Hannah Montana si è messa a leccare martelli

2013
Dal Napolitano-Obama bis ai forconi, passando per Priebke e Cleopatra

Dopo il 2012 – l’anno dello spread – sono di nuovo i “palazzi” a monopolizzare il dibattito pubblico. Il baricentro si sposta dall’economia alla politica, che in Italia è in lento sgretolamento. Il 2013 verrà ricordato come l’anno delle larghe intese, ma non solo.

Politica. La sinistra rimane senza un vero leader per quasi un anno. Quello di destra viene estromesso dal Senato ed abbandonato da un delfino-curioso. Sempre a destra è stato l’anno del ritorno di Forza Italia, della Pitonessa e di Dudù. Il M5S sbaraglia ma non decolla; dopo 8 mesi in Parlamento è ricordato più che altro per le Quirinarie – fallite -, lo streaming – con l’antipatico “mi sembra di stare a Ballarò” – e il caos in aula. L’unica rivoluzione romana avviene oltre Tevere: per la prima volta il mondo cattolico si ritrova un papa gesuita, extraeuropeo e di nome Francesco, il quale succede a un Benedetto vivo e vegeto. É stata anche la prima volta della rielezione di un presidente della Repubblica. Dunque, bis di papi e Napolitano bis. Con Letta, Renzi, Alfano, Salvini, Meloni e i cinquestelle è l’anno della politica giovane, piena di quarantenni. Peccato che i giovani del paese siano disoccupati al quaranta per cento (altro record).

Spettacolo. Alla radio si balla con A(nitra)vicii (“Wake me up”) e Daft Punk (“Get lucky”), mentre Jovanotti porta-via-con-sé anche la malinconia “essenziale” di Mengoni. Il 2013 è l’anno in cui Hannah Montana ha deciso che era ora di leccare martelli. Lady Gaga è un ARTFLOP, mentre David Bowie e Beyoncé se ne escono quatti quatti. Al cinema, con “La grande bellezza”, l’Italia torna grande nel mondo e fa ben sperare per Golden Globe e Oscar elettrizzando la critica mondiale. In patria, però, viene demolito e i mangiatori di mozzarella e gorgonzola preferiscono coprire di soldi Checco Zalone… e poi ci chiediamo cosa c’è che non va.

Società. Le parole più diffuse dell’anno sono selfie, streaming, parbuckling, larghe intese, femminicidio, nozze gay, decadenza, sovraffollamento delle carceri e baby squillo. La vera rivoluzione è digitale: gli smartphone impazzano: i telefoni con le app aumentano del 25%; gli stantii sms calano del 15. La medicina fa sperare in un futuro promettente, prima con l’esoscheletro robotico guidato dalla mente, poi con la prima bambina guarita dall’AIDS.

Sono morti Franca Rame, Mariangela Melato, Don Gallo, Enzo Jannacci, Chavez, Videla, due Margherite – la Hack e la Thatcher, Lou Reed, Pietro Mennea, Califano, Little Tony, Tonino Accolla (Doh!), Giulio Andreotti (tumulato tra Cheope e Chefren), Emilio Colombo (l’ultimo padre costituente), Peter O’Toole (mito), David Frost (io sarò lui) e – a chiudere col botto – Mandela.

Ecco il racconto di un anno in ordine cronologico. Dopo le festività natalizie, un pasticcio diplomatico riporta i Marò in India (4 gen). La campagna elettorale infiamma tant’è che Berlusconi spazzola la sedia di Santoro dove prima era seduto il pistolero del giornalismo, Travaglio (10 gen). Il ciclista Armstrong spiega come mai il suo arm era così strong: “Mi sono dopato per vincere 7 tour – sbam! -, altrimenti sarebbe stato impossibile”. Sbam, sbam! De Coubertin dalla tomba lo manda affanculo in francese. Obama giura per la seconda volta da Capitol Hill (21 gen); diversi i capelli bianchi e i grattacapi in più dall’ultima volta: se nel 2008 conquistò i cuori settati alla stabilità pre-crisi, ora ha tutto da dimostrare alle teste disilluse. Il fuggiasco Corona viene acciuffato in Portogallo (25 gen) con la speranza che abbiano addebitato a lui il volo degli agenti. L’11 febbraio Papa Benedetto XVI compie il grande rifiuto; l’ultimo avvenne nel 1294; una roba così grossa che quattro giorni dopo piovono meteoriti sulla Russia: Dio ero indeciso su chi sfogarsi. A quanto pare i russi vanno sempre bene. Sanremo sbanca il botteghino dell’auditel (12-16 feb): meglio di Fazio solo…Fazio, nel 2000; e con la Littizzetto siamo tutti donne oltre-le-farfalle-c’è-di-più. Michelle Obama annuncia il vincitore dell’Oscar per miglior film dal Casa Bianca (24 feb): è Argo. Ci sta! Il giorno dopo l’Italia si scopre più debole che mai: le elezioni politiche si chiudono con un nulla di fatto e un assenteismo record (25%). Bersani aveva già scaldato la brace per la salamella da festeggiamento, e invece rivela come unico merito il dono della sintesi: col suo “non abbiamo vinto anche se siamo arrivati primi” esprime TUTTE le contraddizioni di questo paese, a partire da sinistra. Il fondo si tocca a Napoli: un ignobile rogo brucia la Città della scienza (4 mar) e infrange le già fragili speranze del Mezzogiorno. Il Tribunale di Milano viene invaso dal Pdl in difesa di Silvio (12 mar). Il 13/03/13 dalla loggia di San Pietro si sente per la prima volta un “buonasera”, come al Tg1. È solo la prima delle rivoluzioni vaticane di Papa Francesco all’insegna dell’umiltà. (Lo diciamo che il 16 marzo Berlusconi si presenta in aula con gli occhiali da sole causa uveite?).

Boston, come New York, brucia (15 apr); l’America viene di nuovo colpita al cuore. Back at home, disastro all’elezione del presidente della Repubblica (18 apr): mentre in piazza gridano Ro-do-tà-Ro-do-tà, il Pd riesce a bruciare Prodi – i cui 101 traditori non vengono mai scoperti – e Marini; ci mancava solo che cantassero Berlinguer-ce-l’hai-piccolo. Dopo una storica rielezione (20 apr) preceduta da suppliche, Napolitano mette in riga tutti col suo discorso alle Camere riunite. In Francia i gay possono iniziare a sposarsi (24 apr); seguirà la Gran Bretagna (15 lug). Dopo due mesi di sede vacante, a Palazzo Chigi si insedia Enrico Letta (28 apr), mentre di fuori un folle spara ai Carabinieri. In Olanda, abdicazione e cambio di sovrano (30 apr). La Jolly Nero abbatte la torre del porto di Genova, 7 i morti (8 mag). Forse l’unica bella notizia italiana è questa: l’astronauta Luca Parmitano porta in orbita un po’ di orgoglio nazionale (28 mag): è il primo italiano a passeggiare nel vuoto cosmico e, ivi, a scattarsi una foto: l’unica selfie che si merita tutti gli #instagood e #picoftheday del caso. Intanto Istanbul ribolle: iniziano le proteste di Piazza Taksim per salvaguardare il parco Gezi (28 mag); la repressione è violenta. A giugno mezza Europa e sott’acqua. Il 5 scoppia il caso Datagate; Edward Snowden, la talpa, scappa a Mosca. Della serie, chi sarà mai interessato ad accogliere una spia americana? La Lega, sempre più esile, rivela un animo sempre più barbaro: scatta una raffica di insulti razzisti al primo Ministro di colore della Repubblica: orango, tornatene in Congo. Il peggio lo dice una donna: “Mai nessuno che stupra la Kyenge?” (14 giu); nel paese si registrata una voglia di espatriare del 3000%.

Dopo Mubarak, anche Morsi non piace all’Egitto, e viene deposto il 3 luglio. Scoppia il caso Shalabayeva (10 lug), e Alfano cade dal pero. Nasce George Alexander Louis Windsor (22 lug), principe di Cambridge e terzo erede al trono britannico, vestito al battesimo come Lady Gaga. In pochi giorni avvengono due incidenti disastrosi: il treno di Santiago de Compostela (24 lug) e il bus di Avellino (29 lug). Berlusconi diventa ufficialmente un condannato; lo stabilisce la Cassazione nel processo sui diritti Mediaset (1 ago). In Siria, intanto, proseguono le stragi, soprattutto di bambini: 1.300 i morti negli attacchi del 21 agosto; non si capisce chi sia ad usare la armi chimiche. Il Papa compare in una selfie (31 ago). La sonda Voyager, lanciata nel ’77, ha lasciato il sistema solare (12 set): si tratta del primo oggetto umano nello spazio interstellare. Fiato sospeso: dopo 19 ore di parbuckling (16 set) il Concordia viene raddrizzato da 500 operai di tutto il mondo guidati da un sudafricano; come a dire: cari italiani, non sapete raddrizzarvi il paese, figuriamoci un paio di lamiere. La Merkel, come a suo tempo la Thatcher, da poco defunta, fa tris di governi (22 set).

Dopo un torrone infinito di mi-fido-non-mi-fido, Berlusconi annuncia in Parlamento: “Non senza travaglio votiamo la fiducia” (2 ott), facendo credere ad alcuni che volesse candidare il giornalista tanto odiato. Il peggio giunge il 3 ottobre quando un barcone zeppo di migranti prende fuoco al largo di Lampedusa: 300 le vittime… e l’Europa dov’è? Nessuno, poi, vuole la salma dell’ex-nazista Priebke; gente che fino a un minuto prima nemmeno sapeva chi fosse, sferza calci e pugni al carro funebre (15 ott); uno spettacolo evitabile. C’è un po’ di Italia nell’elezione del nuovo sindaco di New York de Blasio (6 nov). Novembre disastroso per il clima: il 9 un tifone colpisce 4 milioni di filippini: l’ennesima ecatombe; il 19, settanta tornado colpiscono il Midwest americano e una pioggia-a-secchiate (Cleopatra) flagella la Sardegna: in poche ore cadono 6 mesi di pioggia. Un’attivista no tav bacia il casco di un poliziotto (16 nov). Berlusconi, dopo 19 anni, è per la prima volta fuori dal Parlamento (27 nov): si avvera la decadenza, e la domanda è, servizi sociali o domiciliari? Proteste a Kiev contro il presidente anti-europeo (1 dic). Dopo 8 anni di attività e 3 utilizzi, il porcellum viene giudicato “incostituzionale” dalla Consulta (4 dic). (Ma va?). Il 5 muore Madiba. L’8 Renzi si prende il Pd (e ora sono ‘azzi suoi). L’anno si chiude inforcato da forconi che lasciano spazio a pochi aforismi: “Questo stato di merda non c’è più”; fanno tanto caos, ma pochi li seguono. Persino il Papa – personaggio dell’anno per il Times – dice loro, state calmi. Eh sì, nel 2014 speriamo davvero di stare tutti più calmi, perché senza raziocinio non si cresce. Amen.

E se fra i due litiganti, Civati gode?

E se fra i due litiganti, Civati gode
Primarie Pd. Si sa che vince Renzi. Però questo Civati…

 

Cuperlo. La croce per gli uomini di sinistra con la erre moscia è che sembrano sempre lontani dalla realtà. Cuperlo il post-comunista uscito dal Dams. Ha studiato comunicazione di massa, ma non si direbbe. Come direbbero i giudici di X-Factor, “non arriva”. Suscita emozioni quanto una melanzana sotto sale in fase di afflosciamento. La sua resa al confronto su Sky è stata quella di una parmigiana: condiva le risposte con un po’ di tutto e ne è risultato qualcosa di pesante. Non a caso piace agli anziani, ovvero a quelli che si accontentano o si confondono coi giri di parole. Cuperlo è anonimo e scontato. Però sarebbe il più rispettato all’interno di un Pd dalle mille voci e, di questi tempi, col montare delle dispute interne e con il centrodestra in fase di frazionamento, il Pd ha bisogno di tutto fuorché di spaccarsi. Cuperlo e Renzi: perché non hanno pensato ad un patto in stile Forlani-Andreotti, il primo alla segreteria, il secondo a governare?

Renzi. Come ogni persona che ha mediaticamente successo, l’hanno definito in tutti i modi: il Berlusconi della sinistra; il rottamatore; l’anti-D’Alema; il comunicatore; il nientalista. Lui, che ambisce soprattutto a diventare il “sindaco d’Italia” – parole sue -, sembra avere la vittoria in tasca, tant’è che il sottotitolo di queste primarie è: “Tanto si sa, vince Renzi”. Si sa anche che il primo cittadino passa il tempo a fregarsi le mani pensando alla presidenza del Consiglio. L’hanno accusato di usare la segreteria del Pd come un traghetto per Palazzo Chigi. Basta guardarlo da Vespa o da Fazio: è lì che scalpita all’idea di diventare Primo ministro. Forse, più che mosso da un’ispirata visione da statista, è ansioso di fare una pernacchia in faccia alle vecchie leve. E poi ci tiene a stabile un record di giovinezza. Dopotutto lui è un “ragazzo” di soli 38 anni – sempre parole sue. Di sicuro è l’unico trascinatore di folle della sinistra, quello che ha sempre la battuta pronta in 140 caratteri: è il saputello dell’oratorio. La domanda è, sarà davvero in grado di cambiare il Pd dall’interno, dove i più lo denigrano, e trasformarsi, quindi, in uomo-di-sistema? Non rischierà di perdere l’appeal del ribelle-scapestrato o del disturbatore-fuori-campo una volta indossata la casacca dell’uomo-di-palazzo?

Civati. Il più rock dei tre. È un crocevia tra Renzi e Cuperlo: un piede nella modernità e uno nel partito; e forse questa è la sua carta vincente. Peccato lo conoscano in pochi. Negli ultimi giorni è esploso sul web al grido, anzi, al cinguettio di #civoti, dimostrando di avere oltre alla faccia da peluche spelacchiato (che, sfortuna sua, si chiama persino Pippo), un recondito carisma con punte di humor inglese. Peccato che l’abbia scoperto tardi e che non abbia fatto in tempo a farsi conoscere dal pubblico, pardon, dagli elettori. Certo, non è stato aiutato dai media che fanno a gare per strappare a Renzi una battuta virale. Vada come vada, ha fatto bene a candidarsi: si è fatto pubblicità per il futuro. Per lui non prevedo uno sprofondare nell’oblio Tabacciano o Puppattiano, i quali con le primarie non hanno dimostrato nulla di più di quanto non si sapesse prima, ovvero il vuoto. Civati, dal canto suo, ha fatto un importante step di carriera: nascosta da qualche parte, anche lui ha una voce autorevole. C’è da dire, poi, che se nessuno raggiunge il 51%, la scelta del segretario passa in mano all’assemblea nazionale del Pd. Facendo due conti, Civati piace ai giovani e, nel partito, piace più di Renzi. Per cui, se alle primarie andassero a votare tanti giovani, considerando che Cuperlo a questi non piace e che Renzi disgusta il partito, chissà, magari tra i due litiganti…

Gli errori di Bersani in questa ‘sinistra’ storia

BersaniLa mediocrità della «gestione Bersani», culminata nella supplica di sabato 20 aprile a Napolitano, ha portato alla prima rielezione di un presidente nella storia repubblicana. E non perché non vi fossero candidati, ma perché non si era in grado di sceglierne uno. Un evento unico per il quale è tanto encomiabile il senso delle istituzioni di Napolitano (l’unico vero statista rimasto), quanto riprovevoli le cause politiche, con epicentro a sinistra. Il presidente della Repubblica dovrebbe essere eletto garante di un sistema partitico funzionante, e invece è stato chiesto a Napolitano di indossare il camice del medico. La sinistra ha così offerto un precedente al presidenzialismo; non perché una politica pronta ad evolversi ne sentisse il bisogno, ma per ricucire frammenti lacerati.

Bersani ha la colpa di aver lasciato infangare Marini, dal curriculum importante, da 221 franchi tiratori quale simbolo del vecchiume (mica 21: 221). Ha imbarazzato Prodi, sul quale hanno analogamente sputato nonostante si tratti dell’italiano più stimato all’estero e dell’unico ad aver mai sconfitto Berlusconi (due volte). Insomma, non ha saputo nemmeno scegliersi i colleghi: sposando la filosofia del «tutti a casa», per ingraziarsi Grillo, si è circondato di grillini-travestiti-da-piddini. Poi, fatto che un Berlinguer non avrebbe mai permesso, si è lasciato umiliare in streaming dalla ridottissima statura politica dei rappresentanti cinquestelle che leggevano il copione del capo tribù (con tanto di riferimento a «Ballarò»). Nel suo corteggiamento a più riprese verso coloro che avevano come unica ambizione quella di dimostrare l’inettitudine dei politici – e che gli diedero dello «zombie» – i sessuologi individuerebbero delle punte di sadomasochismo. Egli ha inoltre fatto la peggior campagna elettorale, forse, della storia. Ovvero non l’ha fatta, secondo la logica dello «stiamo tutti fermi e non facciamo danni», «i sondaggi ci danno per primi: speriamo che non se ne accorgano». Così quel 25 febbraio c’era chi votava M5S per il mal di pancia, chi Pdl per l’Imu, chi Monti per l’autorevolezza, ma nessuno aveva davvero un valido motivo per scegliere la sinistra. Nessuna ambizione regalata ai suoi elettori, né tanto meno agli indecisi. E così ha rimediato alla sinistra il peggior risultato elettorale di sempre (30,9%). Ha fatto peggio persino di Occhetto (33,1% nel ’94) e di Veltroni (41,4% nel ’08). Le stesse dimissioni sono state mal calcolate. Troppo tardive: è facile dileguarsi quando si ha annientato un’identità politica. Doveva rassegnarle prima, dopo il fallimento delle consultazioni, quando il gruppo era perlomeno ancora compatto. E invece si è così consegnato agli annali delle figuracce, facendo gongolare Renzi e Berlusconi. Caro Bersani, lei è simpatico, e probabilmente onesto. Ma il suo dna non è da statista, né tanto meno da leader.

Ps. Chissà cosa si saranno mai detti Bersani e Napolitano quella mattina nello studio più alto di Roma? Speculiamo:

B. (toc toc) – Presidente, è permesso?
N. – (E chistu cat a cumbinat?). Avanti, avanti!
B. – Presidente, aiuto, aiuto!
N. – Pier Luigi, che c’è? Che c’è?
B. – Presidente, brucia, brucia! Roma brucia!
N. – Ihh, che succiess?
B. – Di tutto, presidente, di tutto.
N. – Raccont’a papà!
B. – ‘Orco boia, presidente. Il giaguaro non l’ho smacchiato. Il grillo non l’ho ammaliato. In casa ho solo avvoltoi, e adesso… non ci vedo più dalla fame.
N. – Ehh che è? Tien nu’zoo rint’u Parlamiento?!
B. – Sono dappertutto, presidente, dappertutto: avvoltoi da Firenze, dalla Puglia, tra i dirigenti, tra i nuovi eletti… aiuto, presidente, aiuto!
N. – Chistu è nu’ guaio assai!
B. – …
N. – S’avessa truà na’figura condivs…
B. – …
N. – Coccrun e’ rispettabl’ ngopp e’ part…
B. – …
N. – Coccrun…
B. – …
N. – Aspètt! Aspètt nu poc, nun mi vorrai mica…?
B. – …
N. – Nun si venuto mic’ ppe…?!
B. – … Sì, la prego, Presidente. Sììì!
N. – Marììì!
B. – La prego, presidente, la prego! Sono dappertutto, presidente, dappertutto! Aiuto, presidente, aiuto!
N. – Ennò, ennò, ennò! Tien a capa chien’ i ricotta?
B. – Presidente, la supplico, presidente!
N. – E a chi parlav j quann’ricev che tenev e’“muzzarell” chien? Eh? Eh?! Non stev mic parlann cu o’curazziere! Chist manc’ rispuonn!

… un giorno lo finirò.

Il Quirinale non è merce di scambio

quirinale merce di scambio

Berlusconi, prima della definitiva rottura col Pd, si era detto disponibile a dare la sua benedizione ad un governo-Bersani, qualora quest’ultimo gli avesse accordato un presidente della Repubblica «moderato», ovvero di centrodestra. Questa per lui è «una priorità», gli altri temi vengono dopo. Ma come si spiega questo appoggio del Cavaliere al Pd così incongruo con l’opinione sempre avuta della sinistra? Basta davvero un patto sul Colle per dare un colpo di spugna alle storiche inimicizie? Perché lottare per un Quirinale di destra è ancora più importante del conquistare la presidenza del consiglio?

Dice Brunetta: «Forse non ci siamo capiti: il nuovo presidente deve essere espressione della nostra area». Maroni, quello di «Prima il Nord», afferma che il primo obiettivo è un presidente gradito a Berlusconi, un «capo dello Stato che ci garantisca». Ma cosa gli deve essere garantito? Oltretutto, questo timore di una garanzia rinnegata, fa pensare che Berlusconi consideri quelli che chiama «i passati presidenti di sinistra» come dei faziosi che lo hanno ostacolato. Se fosse vero, sarebbe un insulto a Napolitano e agli altri. Infatti, se c’è un’istituzione che dall’ultimo ventennio è uscita intonsa e rinvigorita è proprio la presidenza della Repubblica. (Tra l’altro sarebbe persino incoerente con i costanti riconoscimenti di «merito» e di «imparzialità» al presidente da parte del Cavaliere). L’agognato accordo sul «garante», che supera in priorità la stabilità economica, l’occupazione o il rimpatrio dei cervelli, coincide con la sua perdita delle elezioni e con l’infittirsi dei suoi processi giudiziari. Ma il Quirinale non può essere considerata merce di scambio. L’unica «garanzia» che deve offrire il presidente della Repubblica è verso la costituzione, l’unità e gli italiani. Tutti. Non una parte.