Gli errori di Bersani in questa ‘sinistra’ storia

BersaniLa mediocrità della «gestione Bersani», culminata nella supplica di sabato 20 aprile a Napolitano, ha portato alla prima rielezione di un presidente nella storia repubblicana. E non perché non vi fossero candidati, ma perché non si era in grado di sceglierne uno. Un evento unico per il quale è tanto encomiabile il senso delle istituzioni di Napolitano (l’unico vero statista rimasto), quanto riprovevoli le cause politiche, con epicentro a sinistra. Il presidente della Repubblica dovrebbe essere eletto garante di un sistema partitico funzionante, e invece è stato chiesto a Napolitano di indossare il camice del medico. La sinistra ha così offerto un precedente al presidenzialismo; non perché una politica pronta ad evolversi ne sentisse il bisogno, ma per ricucire frammenti lacerati.

Bersani ha la colpa di aver lasciato infangare Marini, dal curriculum importante, da 221 franchi tiratori quale simbolo del vecchiume (mica 21: 221). Ha imbarazzato Prodi, sul quale hanno analogamente sputato nonostante si tratti dell’italiano più stimato all’estero e dell’unico ad aver mai sconfitto Berlusconi (due volte). Insomma, non ha saputo nemmeno scegliersi i colleghi: sposando la filosofia del «tutti a casa», per ingraziarsi Grillo, si è circondato di grillini-travestiti-da-piddini. Poi, fatto che un Berlinguer non avrebbe mai permesso, si è lasciato umiliare in streaming dalla ridottissima statura politica dei rappresentanti cinquestelle che leggevano il copione del capo tribù (con tanto di riferimento a «Ballarò»). Nel suo corteggiamento a più riprese verso coloro che avevano come unica ambizione quella di dimostrare l’inettitudine dei politici – e che gli diedero dello «zombie» – i sessuologi individuerebbero delle punte di sadomasochismo. Egli ha inoltre fatto la peggior campagna elettorale, forse, della storia. Ovvero non l’ha fatta, secondo la logica dello «stiamo tutti fermi e non facciamo danni», «i sondaggi ci danno per primi: speriamo che non se ne accorgano». Così quel 25 febbraio c’era chi votava M5S per il mal di pancia, chi Pdl per l’Imu, chi Monti per l’autorevolezza, ma nessuno aveva davvero un valido motivo per scegliere la sinistra. Nessuna ambizione regalata ai suoi elettori, né tanto meno agli indecisi. E così ha rimediato alla sinistra il peggior risultato elettorale di sempre (30,9%). Ha fatto peggio persino di Occhetto (33,1% nel ’94) e di Veltroni (41,4% nel ’08). Le stesse dimissioni sono state mal calcolate. Troppo tardive: è facile dileguarsi quando si ha annientato un’identità politica. Doveva rassegnarle prima, dopo il fallimento delle consultazioni, quando il gruppo era perlomeno ancora compatto. E invece si è così consegnato agli annali delle figuracce, facendo gongolare Renzi e Berlusconi. Caro Bersani, lei è simpatico, e probabilmente onesto. Ma il suo dna non è da statista, né tanto meno da leader.

Ps. Chissà cosa si saranno mai detti Bersani e Napolitano quella mattina nello studio più alto di Roma? Speculiamo:

B. (toc toc) – Presidente, è permesso?
N. – (E chistu cat a cumbinat?). Avanti, avanti!
B. – Presidente, aiuto, aiuto!
N. – Pier Luigi, che c’è? Che c’è?
B. – Presidente, brucia, brucia! Roma brucia!
N. – Ihh, che succiess?
B. – Di tutto, presidente, di tutto.
N. – Raccont’a papà!
B. – ‘Orco boia, presidente. Il giaguaro non l’ho smacchiato. Il grillo non l’ho ammaliato. In casa ho solo avvoltoi, e adesso… non ci vedo più dalla fame.
N. – Ehh che è? Tien nu’zoo rint’u Parlamiento?!
B. – Sono dappertutto, presidente, dappertutto: avvoltoi da Firenze, dalla Puglia, tra i dirigenti, tra i nuovi eletti… aiuto, presidente, aiuto!
N. – Chistu è nu’ guaio assai!
B. – …
N. – S’avessa truà na’figura condivs…
B. – …
N. – Coccrun e’ rispettabl’ ngopp e’ part…
B. – …
N. – Coccrun…
B. – …
N. – Aspètt! Aspètt nu poc, nun mi vorrai mica…?
B. – …
N. – Nun si venuto mic’ ppe…?!
B. – … Sì, la prego, Presidente. Sììì!
N. – Marììì!
B. – La prego, presidente, la prego! Sono dappertutto, presidente, dappertutto! Aiuto, presidente, aiuto!
N. – Ennò, ennò, ennò! Tien a capa chien’ i ricotta?
B. – Presidente, la supplico, presidente!
N. – E a chi parlav j quann’ricev che tenev e’“muzzarell” chien? Eh? Eh?! Non stev mic parlann cu o’curazziere! Chist manc’ rispuonn!

… un giorno lo finirò.

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Il Quirinale non è merce di scambio

quirinale merce di scambio

Berlusconi, prima della definitiva rottura col Pd, si era detto disponibile a dare la sua benedizione ad un governo-Bersani, qualora quest’ultimo gli avesse accordato un presidente della Repubblica «moderato», ovvero di centrodestra. Questa per lui è «una priorità», gli altri temi vengono dopo. Ma come si spiega questo appoggio del Cavaliere al Pd così incongruo con l’opinione sempre avuta della sinistra? Basta davvero un patto sul Colle per dare un colpo di spugna alle storiche inimicizie? Perché lottare per un Quirinale di destra è ancora più importante del conquistare la presidenza del consiglio?

Dice Brunetta: «Forse non ci siamo capiti: il nuovo presidente deve essere espressione della nostra area». Maroni, quello di «Prima il Nord», afferma che il primo obiettivo è un presidente gradito a Berlusconi, un «capo dello Stato che ci garantisca». Ma cosa gli deve essere garantito? Oltretutto, questo timore di una garanzia rinnegata, fa pensare che Berlusconi consideri quelli che chiama «i passati presidenti di sinistra» come dei faziosi che lo hanno ostacolato. Se fosse vero, sarebbe un insulto a Napolitano e agli altri. Infatti, se c’è un’istituzione che dall’ultimo ventennio è uscita intonsa e rinvigorita è proprio la presidenza della Repubblica. (Tra l’altro sarebbe persino incoerente con i costanti riconoscimenti di «merito» e di «imparzialità» al presidente da parte del Cavaliere). L’agognato accordo sul «garante», che supera in priorità la stabilità economica, l’occupazione o il rimpatrio dei cervelli, coincide con la sua perdita delle elezioni e con l’infittirsi dei suoi processi giudiziari. Ma il Quirinale non può essere considerata merce di scambio. L’unica «garanzia» che deve offrire il presidente della Repubblica è verso la costituzione, l’unità e gli italiani. Tutti. Non una parte.

[Elezioni] Ma chi ha vinto?

domanda ma chi ha vintoHa perso Bersani perché la sua candeggina non ha scolorito alcun felino. Ha perso Berlusconi perché, nonostante la lodevole rimonta, non ha ottenuta la maggioranza assoluta in nessuna delle due Camere. Ha perso Monti perché la sua agenda non è stata condivisa (o letta?) dalla maggior parte degli italiani. Gli unici a festeggiare sono i neo-parlamentari Cinquestelle, selezionati con i casting da Youtube. Ora può iniziare la fase politica che un quarto degli elettori attendeva per diminuire il debito, aumentare il pil e creare lavoro. Quella dell’«accerchiamento», degli «scappellotti» e della «cacciata» dei politici. (Problemi risolti!). Ma se il più alto momento democratico del suffragio universale non è riuscito a darci un governo stabile, chi o cosa può darcelo?

Una grande coalizione alla tedesca? (Ma non siamo la Germania). Una nuova legge elettorale? (Ma come troveranno un accordo?). Il Presidente della Repubblica? (Di nuovo?). Forse nulla, o forse un po’ di tutto questo. Ciò che fa riflettere è la perenne insufficienza dell’Italia di amministrarsi, di auto-regolarsi, di essere ‘normale’. Il suo elettorato non è mai stato così scientificamente ripartito: un quarto di disinteressati; un quarto di incazzati; un quarto di destra; un quarto di sinistra. L’ingovernabilità del paese riflette la trasversale disomogeneità e confusione degli elettori. Se davvero vogliamo salvare la nave, prima di una riforma delle istituzione occorre una riforma delle coscienze e del senso civico. Occorre appassionare e affezionare (non accecare) gli italiani circa i problemi della cosa pubblica. Perché è davvero di tutti. Per farlo dobbiamo partire da noi stessi.