Sanremo 2015. Il paese in mano ai fiorentini

arisa anestetico ariston
“Ve lo consiglio a tutti”

Tirando le somme di questo #Sanremo2015 possiamo dire con tutta certezza che in Italia la Democrazia Cristiana non muore mai. La vittoria de Il Volo e della loro canzone che assomma in sé tutti i cliché dell’Italia-mandolino-e-mozzarella ne è l’emblema. Il discorso d’insediamento di Mattarella, a confronto, è stato un arbre-magique di freschezza alpina. Sui social network tutti li sfottono, eppure in “cabina elettorale” tutti li votano. Grande amore è una canzone tronfia, stucchevole e auto-compiacentemente epica. Piace solo ai newyorkesi che vogliono mangiare spaghetti al pomodoro su tovaglie a quadretti biancorossi. E a qualche antenato meridionale che li ha votati.

Le voci più belle del Festival? Chiara, Annalisa, Malika e Nek (nella cover). Mi spiace per Lara Fabian, ma se continua ad infilare alla fine di ogni verso note che possono udire solo i cani, le sue interpretazioni finiscono per essere più un esercizio di stile che di contenuto. Bianca l’Azteca e lo yogurt Nesli devo ancora capire chi sono. La Fragola deve maturare, ma promette bene. La canzone di Irene Grandi era più bella ad ogni ascolto, ma a Sanremo devi convincere dalla prima (massimo seconda) esibizione. Biggio e Mandelli, con il loro elioelestorietesismo irriverente-ma-non-troppo, hanno rotto un po’ gli schemi di questo che più che un festival è stata una Restaurazione post-napoleonica. Alex Britti è stato utile solo per capire che esistono centri estetici con lampade a raggi UV più potenti di quelle di Obama Conti. I Dear Jack, dopo neanche un anno, sono già la fotocopia di se stessi. Bravi Grazia Di Michele e Platinette-versione-quasi-uomo: bel testo e melodia piacevolmente struggente per una partecipazione più socio-attivista che mirante al podio. A Giancluca Grignani va il pre-prensionamento obbligato in un circolo di alcolisti anonimi, ma non a Riccione. Moreno mi gasa e lui ci crede molto; me lo infilerei in un taschino. La Zilli non ha lasciato il segno come in passato. Ogni tanto si è avvistato sul palco lo spettro di Raf che emetteva suoni a cazzo, ma tutte le risposte verranno fornite dal reparto otorinolaringoiatra dell’Ospedale di Sanremo. Marco Masini, boh. Finiamo la parentesi cantanti con l’auto-proclamata diva, la muchacha “io sono troppo sexy” che quando dice di “far l’amore con il mar” me la immagino a farsi il bidet con l’acqua del porto di Napoli; una delle poche donne in Italia con un contratto a tempo indeterminato potendo contare su 7 partecipazioni al Festival di Sanremo all’età di 28 anni (che dimostra da quando ne aveva 16). Gigi D’Alessio, che l’ha istruita, gasata e montata (sì, anche in quel senso), l’ha rovinata in tutto, a partire dalle sopracciglia.

Devo ammettere che, causa Carlo Conti, pensavo che questa edizione sarebbe stata alquanto geriatrica con distribuzione di mele cotte in sala, considerando che a mia nonna parte un gancetto del reggiseno ogni volta che lo vede condurre. E invece, nonostante l’insopportabile inizio da catechismo col signor Anania, padre di 16 figli che mantiene grazie allo spirito santo (e agli assegni di Stato), Conti è riuscito a tirare in ballo personaggi contemporanei come Conchita Wurst che, a differenza dell’evangelizzatore anti-preservativo, non si è impossessata del palco per imporre il proprio credo, ma ha parlato con umiltà dell’essere se stessi. Un bel messaggio di tolleranza da far scuola ai piani alti, anzi, agli attici di certi cardinali.

famiglia anania sanremo
Mr. Anania, i 16 figli, e la moglie sottomessa mai interpellata. Tanto ci pensa lo Spirito Santo a caricarle la lavatrice ogni giorno.
conchita wurst sanremo
Più elegante di Emma.

Quello del 2015 è stato il Festival dei comici bufala. Siani ha perso credibilità subito dopo aver dato – praticamente – del ciccione di merda a un bambino vistosamente obeso, anche se c’era puzza di sketch pianificato. Pintus e Cirilli, non pervenuti. Però: eccezionale Virginia Raffaele; molto buoni Rocco Tanica, i Boiler e quelli del blind-date. Ma il momento più comico di tutti va imputato ad Arisa, drogata come una cavalla incinta che in un alto momento di pubblicità sociale dispensa consigli su anestetici (che sono la stessa cosa di antidolorifici). Emma è stata utile solo per ricordare quanti dischi vende. E l’altra, la spagnola… Mi spiace per lei perché è dolce, ma finché una valletta verrà assunta solo perché “la fidanzata di”, non ci sarà mai vera emancipazione femminile. Avete mai visto un Baudo chiamato solo perché marito della Ricciarelli, o un Rutelli eletto solo perché compagno della Palombelli?

Gli ospiti internazionali ancora una volta servono a capire quanto siamo musicalmente inferiori noi italiani. Charlize Theron, ipnotizzante bellezza e inutile presenza, sembrava dire, sorrido di qua, sorrido di là, dov’è il mio cachet?

Il prossimo anno sarà un Conti bis, quello che decreterà la sua effettiva mutazione in Pippo Baudo. A quanto pare ai giovani fiorentini piace l’idea di sostituire i precedenti carismatici monarchi classe 1936 con una nuova teocrazia catodica.

tettone di arisa sanremo
Arisa e le tette a orecchia di cocker della prima serata
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A Grillo il merito di riabilitare Vespa

 

Ma Grillo non espelleva parlamentari perché andavano a Ballarò?
Ma Grillo non espelleva parlamentari perché andavano a Ballarò?

Il merito più grande di Grillo a Porta a Porta è stato quello di aver regalato ascolti a Vespa. Dalla consegna del plastico fuori dallo studio alla selfie nei corridoi, il bruno matusalemme del terzo ramo del parlamento non è riuscito a nascondere il suo migliore ghigno furbetto e compiaciuto alla Montgomery Burns.

Grillo non tornava in tv da 21 anni per modo di dire, dato che i suoi comizi ci sono stati propinati dai tempi del vaffaday più delle repliche di Montalbano. La lontananza dagli studi televisivi, però, si è fatta sentire. L’agitatore di folle ha scoperto in diretta che in televisione lui funziona di meno. Lo sbraitamento e il contatto fisico da piazza vengono svuotati dall’imparzialità della telecamera; la lente, priva di emozioni, filtra tutto, e in tv è tutta un’altra storia. Se hai pochi contenuti, la presenza scenica non basta a tenere in piedi un talk show. La serie scomposta di invettive funziona più in piazza, che è il luogo della “pancia”, e meno in tv, che è il luogo dell’”approfondimento”. O almeno si spera.

Vespa come Mr Burns

Il segmento #GrilloinVespa ha segnato il 27% di share contro il 25% di Renzi. Però il premier fu incastrato nella classica puntata portaportesca sbrodolosa tra domande in politichese, sondaggi e servizi. Quello con Grillo è stato uno sprint pirotecnico, confezionato apposta per fagocitare ascolti: un’ora tutta d’un fiato senza pubblicità, con tanto di marchio “Porta a Porta” a centro schermo come a dire beccati-sta-esclusiva. È incredibile come veterani dell’etere continuino a regalare momenti di massima celebrità ai loro acerrimi nemici. I punti di share di Berlusconi da Santoro furono 33, gli anni di Cristo. E resurrezione fu!

Suor Cristina duetta col Papa per una nuova Chiesa

Suore The Voice
Suore accompagnano Suor Cristina a The Voice

La chiamano già la Susan Boyle d’Italia, ma Suor Cristina, la concorrente di The Voice of Italy che ha fatto ciondolare le mascelle di tutti e quattro i giudici durante le blind-audition, è molto di più. Il fenomeno è per certi aspetti analogo: una figura altamente improbabile per lo showbiz (la Boyle casalinga bruttarella in là con gli anni, Suor Cristina… una suora) che rivela un’inaspettata e magnetica carica esplosiva, oltre che una discreta voce.

Nessun giudice si sarebbe voltato se non fosse stato per il pubblico esploso nel vedere che si trattava, appunto, di una suora. La qualità vocale non eccelle. Eppure la tunica, il crocifisso, le scarpe da ginnastica e le mosse scomposte si sono comportati da reagenti di un’esibizione da guardare in loop. (Io almeno l’ho fatto).

[Il video di Suor Cristina a The Voice prosegue al ritmo record di 5 milioni di visualizzazioni al giorno. Oggi siamo a 20 milioni. Per avere un’idea del successo mondiale, il video più visto della Pausini (in spagnolo) si ferma a 17 milioni]

Susan BoyleMentre la scozzese di Britain’s got talent (che assomiglia a Marlon Brando degli ultimi anni) è stata una meteora della rete con oltre 200 milioni di visualizzazione, il fenomeno di Suor Cristina lascia il segno sul piano sociale. La sparo grossa: è uno dei primi sintomi della rivoluzione di Papa Francesco: la risposta al dato che oggi solo il 25% dei cattolici italiani sostiene che la religione sia molto importante nella propria vita. Quella del duetto Francesco/Cristina è una Chiesa che si scrosta di dosso il secolare distacco per scendere tra la gente e compiere gesti «comuni» dimostrando di essere interprete del proprio tempo, perfetto interlocutore di un mondo che cambia.

Ps – La cosa più strepitosa del video sono le tre suorine drogate come cavalle ❤

Sanremo. L’esigenza di un “incubatore” nazional-popolare

Un Sanremo vintage ('94). Non vorremo mica tornare a questo?
Un Sanremo vintage (1994). Non vorremo mica tornare a questo?

Tirando le somme, Sanremo 2014, ha rivelato essenzialmente un problema di linguaggio. La kermesse non ha saputo cogliere il mutamento del panorama mediatico.

Il carnevale delle 5 serate di sospensione televisiva rivierasca ha la nobile missione di essere un qualcosa di nazional-popolare, uno specchio del paese. Siamo sinceri: Sanremo non è solo un festival della musica – alla Castrocare – ma un format televisivo a sé stante, dall’ambizioso intento di mescolare comicità e satira politica e sociale alla musica leggera. La scrittura del Festival non può esulare dai mutamenti della società: le antenne devono essere rivolte verso la gente; il suo organismo, in costante evoluzione. La 64esima edizione si è invece limitata a replicare gli espedienti del fortunato 2013, e la decontestualizzazione non ha premiato. Se l’anno prima un sofisticato – e ai più sconosciuto – Asaf Avidan riusciva ad incantare l’Artiston perché aveva una canzone hit nelle radio, la replica col trio di “sconosciuti” Wainwrighr, Rice e Nutini non è riuscita (suona orrendo, ma forse erano “troppo eccellenti” per Sanremo). Poi, nel 2013 Crozza parlava della politica corrente: gli insulti furono l’apice degli ascolti. Quest’anno il comico si è lasciato incastrare dal tema della “bellezza” voluto dagli autori-moralizzatori. La stessa lettura degli elenchi in stile “Vieni via con me” poteva funzionare un paio d’anni fa. Ora è solo un flop.

Servono espedienti che rispecchino lo spirito del tempo, non scopiazzati dal passato. Chi si mette a scrivere Sanremo deve domandarsi come sia cambiata la società negli ultimi mesi. Il 2013 è stato l’anno del boom della digitalizzazione. Gli smartphone hanno raggiunto tutti; dai bambini agli anziani ci si è di colpo drogati di like, condivisioni, whatsapp e app varie. Le tv digitali e satellitari hanno proseguito nella loro lenta ma inesorabile sottrazione di ascolti alla tv generalista. Canali tematici, telefilm americani, programmi di nicchia fruibili e personalizzati come social network e tutorial su internet stanno rivoluzionando l’offerta televisiva per una mutata domanda.

Le realtà digitali stanno cogliendo i mutamenti sociali con molta più freschezza e rapidità degli autoreferenziali imperi generalisti che tendono a puntare sull’usato sicuro (l’abbronzatura di Carlo Conti), piuttosto che innovare (come fa Sky). X-Factor ha dimostrato di essere il “nuovo varietà” (Aldo Grasso, Corriere) considerando il successo dell’ultima finale di in chiaro su Cielo.

Sanremo dovrebbe inglobare alcune logiche e linguaggi contemporanei appartenenti ai talent e ai social media, pur mantenendo la sua identità. Se la Rai non aggiorna il suo linguaggio diventerà una tv di Stato che copia da se stessa senza rappresentare più lo Stato, la gente. I margini di crescita ci sono e la sete di Sanremo pure; basti pensare che sul podio dei Big di quest’anno sono saliti 3 giovani.

[Sanremo 2014/5]. Funerale rimandato

Dopo la foca Luciana, Luciana la quaglia.
Dopo la foca Luciana, Luciana la quaglia.

L’ultima serata del 64esimo Festival di Sanremo (, , , )è stata decisamente la migliore delle cinque, seppure senza lodi. Il motivo è forse dovuto al fatto che, dovendo correre per far esibire tutti i cantanti, c’era meno tempo per infilare sprazzi di “Che tempo che fa”/“Vieni via con me”, ospiti paleolitici ed omaggi funerei a – seppur grandi – defunti.

Crozza non ha fatto Crozza. Il comico aveva un’occasione unica di picchiare sulla politica come non mai date le recenti vicende (Renzi contro Letta, lo streaming di Grillo, la presunta compravendita di senatori…). Invece si è piegato anche lui alla missione evangelica pro bellezza. Se il tema è stato superficiale con gli inserti intellettualoidi, in mano alla comicità è diventato il solito pastone populista del siamo italiani, abbiamo tutto noi (concetto che ho già criticato ad Arbore).

Questo Sanremo si è confermato uno dei più apolitici degli ultimi anni; manco fossimo in campagna elettorale. È stato un vero peccato bruciarsi il più grande show man di oggi non chiedendogli di fare quello che sa fare meglio: la satira politica. Questo si aspettava il pubblico. Non a caso i momenti più acclamati sono stati le frecciate a Giovanardi e il minutino alla Renzi, introdotto da un applauso liberatorio come a dire “era ora”. (Breve appunto: per un fan sfegatato di Crozza come me, risentire battute già fatte sul La7 – “meno pil, più pilates” o “dal Frecciarossa scendono i modelli Armani” – un po’ delude).

Ligabue esempio di umiltà. Nonostante faccia esplodere gli stadi, il Liga ha dato una lezione di low-profile a tutti. Un bel momento di musica e spettacolo che gli ha permesso di riscattarsi per la cover di De André che ha diviso le opinioni in rete.

Breve critica alla proclamazione. Il vincitore è stato proclamato senza grande enfasi o spettacolo, quasi a voler chiudere presto la baracca. Perché non ispirarsi alla suspance di Amici o X-Factor con tanto di esplosione di coriandoli e sonoro adrenalinico?

Un sistema di votazione 2.o? Qualche appunto sulla votazione. 1) Dividere i cantanti in due serate è ingiusto: chi canta nella prima serata ha 24 ore in più per fidelizzarsi gli ascoltatori, soprattutto oggi con le condivisioni esponenziali che corrono sul web già dalla notte stessa. Bizzarra coincidenza: i vincitori Mengoni e Arisa sono stati entrambi i primi ad essersi esibiti nelle rispettive prime serate 2013, 2014. 2) Ha senso smuovere masse di televoti nei primi giorni per stilare la classifica che determina il podio e poi far votare il vincitore negli ultimi minuti dell’ultima serata? 3) È ora di andare oltre al televoto. Perché non integrarlo con i tweet, le votazioni tramite app e le visualizzazione su Youtube nei giorni della kermesse? (E qua andrebbe fatta una riflessione generale su quanto si possa basare il successo commerciale di un programma solo da un vetusto share e sul perché non prendere in considerazioni anche le interazione sui social).

X-Factor 7, finale internazionale

xfactor 7
Lo show imponente di Sky è un Sanremo 2.0

 

Ancora non mi spiego come Rai2 possa essersi lasciata sfuggire una gallina dalle uova d’oro, anzi, dalle note d’oro come X-Factor. Con Sky, il talent è riuscito persino a migliorare in tutto: qualità della produzione, dei cantanti, della conduzione: del format in generale. Nessuna nostalgia, dunque, per il periodo Rai. Dopotutto 2 milioni di telespettatori nella finale (8,8% di share) e 5 milioni di voti sono numeri da capogiro per una paytv. Neppure la borbottante Mara, svendutasi ai marmocchi di Canale5, viene più di tanto compianta. Sarà l’organizzazione sempre più imponente, il finale monumentale al Forum di Assago, gli ospiti prestigiosi, o Mika – il vero vincitore di #XF7 -, anyways questa edizione pare, fra tutte, quella con lo stile più internazionale. Dirò di più. Rischia persino – e finalmente – di avere effetti benefici sull’internazionalizzazione della musica italiana. Basta guardare agli stili musicali dei finalisti: rhythm&blues per Aba, pop/country quello di Violetta e rock/hiphop per gli Ape Escape. Il più “italiano” di tutti è il vincitore, Michele, a riprova del fatto che il pubblico italiano rimane, in fin dei conti, ancora “italiano”. Tutto, però, fa ben sperare in una ventata di freschezza post-pausiniana e post-ramazzottiana. Lo stesso bravo mr. Bravi, in realtà, “mi è arrivato” molto di più con i brani in inglese (Mad world da brividi).

I giudici non si picchiano più – e anche qua, finalmente. La musica torna al centro. A parte un’estemporanea sfuriata di Elio (peraltro non da lui), l’alchimia sul tavolo di luce si è sempre più modellata sullo stile di X-Factor USA: più amiconi e pronti ad investire gli adepti dei colleghi con sonori complimenti. (Il “sei falsa Simona cazzo” deve aver convinto ad un’inversione di behavior). Le personalità vulcaniche sono pressoché rientrate nei ranghi. Simona prosegue con i suoi commenti manichei (“mi hai emozionato”, “non mi hai emozionato”). Elio, forse un po’ più smorto del solito, rimane Elio. Mika è uno spasso. Nulla da eccepire su Morgan; dopotutto chi “vince” 5 edizioni su 6 partecipazioni ha sempre ragione.

La mia conclusione è che X-Factor Italia non abbia oramai più tanto da invidiare alla sorella americana. Né per la Britney (Mika le dà il giro), né per la qualità dei cantanti o spettacolarità dello show. Un’edizione sempre più digitale e social, a riprova che, nel mondo televisivo 2.0 , per far parlare di sé non basta più solo il dato numerico degli ascolti, ma anche la viralità in rete. #XFactorItalia può sempre crescere, ma la direzione imboccata è quella giusta.

Il reality della politica in crisi – intervista a C. Freccero

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La tv è in continua evoluzione. Dai tempi in cui fungeva da elettrodomestico fino ad oggi, dove si trova a sostituire il Parlamento. C’è stato l’avvento del digitale con la sua galassia di canali, e l’apogeo della rete. «La tv non è più centrale. Non vige più il momento tolemaico in cui la tv generalista era la sola a dettare legge», sostiene Carlo Freccero, la cui ultima fatica letteraria si intitola eloquentemente Televisione, e snocciola tutto ciò che orbita dentro e attorno all’etere.
Carlo Freccero, tra digitale e nuovi media la tv è in rivoluzione. Quale stagione sta vivendo e quali sono stati i suoi cambiamenti strutturali?
«La tv è un sistema convergente, integrato con gli altri media, innanzitutto attraverso il digitale, ovvero un alfabeto che ha permesso di mettere assieme tutti i media. Ora si assiste alla tendenza di ibridarli tutti. La cosa curiosa è che il mercato lavora già in questa direzione. Vi saranno grandi terremoti, perché chi oggi è editore di mono-media sente maggiormente la crisi e dovrà integrarsi con quelli nuovi: i gruppi editoriali saranno sempre più importanti».
Quali le particolarità italiane?
«Da noi la tv rimane ancora il centro di gravità fra i media, per via del grande consumo di tv che se ne fa, soprattutto di quella generalista. Questo per via del tipo di popolazione: anziana, legata alla tradizione e dove l’analfabetismo di ritorno è molto importante».
Dal duopolio Rai-Mediaset alla galassia del digitale, com’è cambiato il modo di guardare la tv?
«In Italia c’è un problema di ‘digital divide’. Un primo pubblico guarda la tv come se consultasse internet. Ognuno ha il suo canale, così come ciascuno ha un suo stile di vita, un suo social network. E poi c’è un tipo di pubblico che vede ancora il telecomando fermo a sette canali, se non sei. L’influenza della tv su quest’ultima fascia di popolazione è maggiore: qui la regola del minimo comun denominatore, ovvero del messaggio meno differenziato, più conformista, vince».
Qual è il ruolo di internet?
«La tv, in questa complessità, ha da fare i conti con internet. Premessa: c’è un’anomalia italiana di cui tutti quanti sanno, che chiamano conflitto d’interessi, ovvero la presenza pesante di Berlusconi come uomo politico ed editore. Oggi questa anomali è assediata dal mondo di internet».

La popolazione è sempre più attenta, critica e formata. Com’è mutato l’audience rispetto al passato?
«C’è una frattura netta tra digitale e generalista. La prima lavora sulla fiction, sull’immaginario, sulla serialità, e quindi genera un ascolto parcellizzato, un’attenzione di culto che crea ascoltatori-fan. Attinge al mondo della serialità, dei videogiochi…
Per la tv generalista, invece, che ancora è fondamentale, l’audience rimane capitale: attraverso di esso capiamo le tendenze della tv, crea condivisione avvalendosi di strumenti quali le grandi cerimonie mediatiche, la memoria storica e la politica, che rimane centrale».
Ecco, la politica. Quant’è la sua influenza sulla tv?
«È immensa. Nella tv americana la politica è diventata un nuovo genere di fiction, il ‘political drama’. Basti pensare a serie come ‘The newsroom’, ‘Scandal’, ‘House of cards’. La politica è diventata una grande sceneggiatura che dà luogo ad una lotta di potere. Per motivi di narratologia lo stesso potere è dominato dal complotto; la narrazione influenzata dall’atteggiamento complottistico che c’è su internet, e che oggi è fortissimo. (Questa è una cosa che non ho detto a nessuno)».
E in Italia?
«Qui la politica è vissuta più come un reality-soap, dove giorno dopo giorno non è più la politica protagonista, ma le storie dei politici, le loro avventure. La televisione è un dispositivo che ha semplificato la politica, che a tratti è melodrammatica, a tratti stanca come un reality, però è diventata un genere. La politica fornisce ogni giorno elementi di narrazione, di drammatizzazione, e quindi domina ancora la scena con i talk show. E ne approfitto per dire una cosa…».
Prego…
«Sono molto amareggiato per l’intervista uscita oggi (6 settembre, ndr) sull’Espresso dove il giornalista ha fatto le punte alle mie risposte dicendo che per me Santoro finisce con Berlusconi. Non è così. Sono un suo grande amico e l’ho chiamato subito».
Dunque cosa pensa di Santoro?
«Vi sono due principali modelli giornalistici che funzionano bene in Italia. Il primo è quello di Santoro, che ha creato una serie di allievi (Iacona, Formigli), ha saputo ibridare bene il talk con l’inchiesta cinematografica, oltre a saper mettere in scena il fuori campo del palazzo. Il secondo modello legato all’inchiesta dei privilegi del potere è quello della Gabanelli, molto forte e contemporaneo».
Secondo lei il politico che va in onda mette la tv al suo servizio o fa un servizio alla tv?
«La tv ha ridotto la politica a un teatro, ad un campo di battaglia. È un reality perché c’è sempre qualcuno che… che rischia di uscire… che… come si dice?».
Che va in nomination?
«Esatto. I partiti non contano più nulla. Contano i leader. Oggi un politico deve saper comunicare. La tv ha americanizzato la nostra vita politica. Bisogna essere dei leader oggi».
Alcuni esempi di leader?
«Grillo conosce bene la televisione ed è diventato un leader. Renzi è un ‘enfant de la télé’, figlio della televisione Anni 80 di Berlusconi. E poi c’è Berlusconi stesso, come tutti sanno. Tre protagonisti per cui la televisione è importante».
Nella crisi politica degli ultimi anni che ruolo ha giocato la televisione? Demolitrice o di supporto?
«Di sicuro la televisione ha cambiato la politica, perché il concetto di verità è stato sostituito dall’audience, dal sondaggio, dal leader, dal consenso. Viviamo nella sondocrazia, nella teledemocrazia. La quantità ha sostituito la qualità. L’audience è diventato il consenso. Ciò che conta non è più il discorso politico, ma la comunicazione».
E come lo vede il futuro della politica in tv?
«Oggi con questo ritorno al neorealismo dovuto alla crisi economica, alla fine degli anni dell’emporio… la fine della festa… beh credo che questa politica-spettacolo possa entrare in crisi. E me lo auguro. La politica in televisione ha bisogno di icone e di metafore. È entrata al centro la piazza che ha creato nuovi protagonismi televisivi, come Del Debbio e Paragone. La piazza si ibrida molto con i tweet e i social network».
E Formigli? Non è anche la sua una piazza?
«Beh, lui viene dalla scuola di Santoro. È un altro stile».
La tv come vive la crisi economica?
«Stiamo vivendo un periodo che io chiamo della ‘tv dell’emergenza’ dovuto alla crisi pubblicitaria e ad una situazione precaria sul piano politico. L’audience della tv oggi tende a strutturarsi come l’audience del ‘net’. Tutto ciò sarebbe positivo se ci fosse un mercato pubblicitario che sappia corrispondere a questa articolazione dell’audience. C’è una crisi molto forte della pubblicità e delle risorse, e chi ci guadagna ancora di più in tutto questo è la tv generalista, che ritorna, così, ai modelli degli anni passati, a format sicuri, programmi che hanno una storia e un pubblico. In questo contesto non riescono ad emergere i giovani e i nuovi protagonisti».
Ecco, i giovani: cosa occorre fare affinché i più anziani comprendano che ‘giovane’ significa ‘innovazione’ e per far sì che questi vengano coinvolti maggiormente nella produzione televisiva? Quale futuro vede per i giovani nella tv italiana?
«Mmm… Ci sono dei programmi che hanno lanciato molti giovani. Santoro ha creato Iacona e Formigli. Anche Vespa ha lanciato degli inviati…».
Però c’è una difficoltà nel rinnovamento…
«Eh sì… Vedo che i giovani hanno molta difficoltà ad arrivare in tv. In Francia tutti i conduttori passano attraverso la radio. Da noi non è così. L’unica giovane rivelazione di quest’anno è Iannacone».
Ovvero un signore, preparatissimo, ma di 51 anni.