2015. L’anno dei tanti ‘Je suis’ e dei pochi fatti

Per la quarta volta mi metto a romanzare alla fine di un anno i principali eventi che l’hanno preceduta cercando di carpirne lo spirito del tempo. Il 2012, dopo l’avvento dei tecnici, è stato l’anno dello spread e dell’ansia da estratto conto. Nel 2013 Hannah Montana si è messa a leccare martelli e siamo diventati tutti più grandi. Il 2014 è stato l’anno dei selfie: su internet non solo postiamo quello che pensiamo, ma anche l’espressione che assumiamo quando lo pensiamo; lo smartphone ha superato il pc e siamo tutti più mobile. Quest’anno l’Europa ha vissuto il suo 11 settembre, dilatato nel tempo e nello spazio. L’epicentro è stata Parigi, ma lo sciame terroristico ci ha raggiunto fino ai luoghi di vacanze (Tunisia e Sharm el-Sheikh). E poi le morti nel Mediterraneo. Tremilacinquecento in un anno. E la foto del piccolo Aylan, col volto conficcato nelle sabbie di Bodrum, è diventata l’immagine più brutta della storia moderna. Quel giorno abbiamo perso tutti, indipendentemente dalla religione, dalla cultura o provenienza.

Nella nebulosa “sociale”, gli hashtag si sono sprecati: #jesuischarlie #jesuiparis #jesuisbardo #jesuitunis… costrutti digitali – traduzione di formule prosaiche del tipo «Io sto con…», «Siamo tutti…» – da dispiegare quando si è scossi da disgrazie altrui e si vuole esprimere solidarietà. Peccato che alle marce di pace, ai montanti «Je suis» siano seguiti pochi fatti. I leader mondiali, complice un perenne stato di campagna elettorale nelle società moderne, badano poco alla leadership e molto ai consensi. Come combattiamo l’Isis? Cosa facciamo in Siria? E in Libia? E l’Ucraina? I Balcani? Mamma mia, quanti immigrati! Aspetta, parliamo con l’Iran. Anzi no, diciamo qualcosa sul clima. Israeliani, palestinesi, ancora con sta fissa per uno Stato indipendente? Focolaio dopo focolaio, da Obama a Putin, dall’Unione Europea agli Stati membri, chi governa oggi il mondo è del tutto incompetente in Politica estera. Non un singolo major problem è stato risolto. Tempi bui ci attendono.

palmira direttore sito archeologico
Palmira, i miliziani dell’Isis distruggono le rovine e ammazzano l’ex direttore del sito archeologico Khaled Asaad (18 agosto)

Ma andiamo con ordine. Il 2015 è stato senz’altro l’anno di Ignazio Marino. Che uomo! L’unico ad essere riuscito a far incazzare un Papa a ottomila metri di quota. Roma è in disgrazia (lui è l’ultimo ad averne colpa, beninteso). #MafiaCapitale è un fatto così drammatico quanto cinematografico, diventato per certi versi cool, tanto che SkyTG24 lo pubblicizza con musiche da aperol-time. E il pontefice indignato: «Io non l’ho invitato, va bene?!?».

Matteo Renzi, tra una Buona scuola e un Jobs act, scongela la Dc e fa eleggere Sergio Mattarella Presidente. Intanto l’inefficienza pubblica dilaga. A San Remo non lavora il 72% dei dipendenti comunali; 35 gli arresti; manco Pippo Baudo arrampicato sugli spalti dell’Ariston potrà risollevare gli animi. La corruzione si fa strada, o meglio, fa le strade. Dieci gli arrestati dopo un’indagine nel settore Infrastrutture tra cui dirigenti e funzionari dell’Anas. E intanto un viadotto nuovo di pacca crolla vicino a Palermo.

Carrozza e cavalli, funerali stile Padrino per boss a Roma
Funerale di Vittorio Casamonica con elicottero, carrozza e musiche del “Padrino”. Polemiche sulle autorizzazioni. (20 agosto)

Ma il 2015 è stato anche l’anno del successo di Expo con cui Milano è diventata la capitale morale del Paese. Nonostante i lavori in extremis, gli indagati e gli hamburger di McDonald’s, #Expo2015 ha portato a Rho più persone di quante pronosticate (21 milioni) e rimarrà nella memoria per lo spettacolo di luci dell’Albero della Vita, la rete del Brasile e la fila al Padiglione del Giappone. Il quesito esistenziale dell’anno? «Ma perché non siamo venuti a giugno?», detto da chi ha aspettato ottobre per andarci.

Mentre Messina è senz’acqua per diversi giorni, dal Vaticano fuoriescono documenti segreti. Il #Vatileaks ha messo a processo persino due giornalisti e la libertà di espressione. (Mi scusi, per la Sacra Inquisizione, di qua?). E a proposito di tribunali, Alberto Stasi è una volta per tutte colpevole, punto (un punto lungo otto anni). Raffaele Sollecito e Amanda Knox sono innocenti, altro punto (altri otto anni). Ma la giustizia non riesce a raggiungere i diritti civili in Italia. Se ad inizio anno ci “consolavamo” dicendo, «Dai, non siamo gli ultimi a non riconoscere gli stessi diritti alle coppie omosessuali, ci sono ancora Grecia e Stato islamico», ebbene, con un colpo di scena di fine anno, anche la sprofondante patria del virile Spartaco ha trovato il tempo per riconoscere le unioni gay. Riuscirà Al-Baghdadi a diventare arcobaleno prima di noi?

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Mark Zuckerberg perde la testa per la figlia appena nata e decide di donare il 99% delle azioni di Facebook con le quale potrebbe comprarsi la Slovenia (1 dicembre)

Lo sport fa schifo. Quest’anno tanti sportivi, a tutti i livelli, sono stati pescati con le mani nella marmellata. Da sconosciuti dell’atletica leggera a ministri dello Sport, da squadre di calcio parrocchiali con partite truccate ai vertici della Fifa. Pur di garantirsi il posto o la scommessa, lo spirito agonistico è finito nel cesso, o in una siringa. L’unico modo per viverlo? Spegnere la TV e andare a fare una corsa nel parco. E per fortuna che ci sono le donne. Flavia Pennetta e Roberta Vinci sono il meglio dell’export italiano. Tenacia, onestà e simpatia è il mix #VinciPennetta.

E a proposito di donne, Samantha Cristoforetti è tornata coi piedi per terra. E per fortuna! La ragazza si stava montando la testa, a dire di quanti credono che le donne debbano stare solo dietro ai fornelli e non perseguire carriere professionali senza figliare. Ad oggi, al riguardo, è uscito allo scoperto dal Pleistocene soltanto un giornalista del Foglio, che probabilmente invece che sul tablet scrive ancora su tavolette di cera seduto a gambe incrociate. Emozioni dallo spazio anche grazie a Plutone, la cui superficie è stata fotografata per la prima volta da una distanza molto ravvicinata. Il 14 luglio il web, nel postarlo, è impazzito che neanche i parigini di fronte alla Bastiglia 226 anni prima.

birmania elezione fine dittatura
Buone notizie dalla Birmania. Cessa la dittatura, il popolo vota il premio Nobel per la Pace Aung San Su-Kyi (8 novembre)

I populisti continuano a crescere. Il Front National di Marine Le Pen fa man bassa di voti al primo turno delle regionali francesi, salvo rimanere a bocca asciutta nel secondo. Ma destre e sinistre moderate hanno poco da festeggiare. Se non trovano presto credibilità nell’elettorato, faranno la fine dei loro antenati del secolo scorso, fagocitati da chi tra le due guerre sapeva parlare alle pance dei popoli affranti.

Non è bastato lo storico disgelo tra americani e cubani. Tra Russia e Stati Uniti la guerra fredda non è mai finita. E i due paesi devono per giunta convivere con ombre interne. Il primo ha insabbiato le indagini sull’uccisione del principale oppositore di Putin; il secondo continua a contare le vittime di pistoleri squilibrati all’uscita delle scuole. Intanto l’Italia (e tutta l’Europa Occidentale) è circondata da conflitti. A sud, il Nord Africa delle primavere arabe non trova pace. A sud-est, il Medio Oriente è sempre più incasinato, con popoli dagli stessi nemici che si bombardano a vicenda. Siriani di regime contro siriani ribelli; ribelli contro Isis; russi contro Isis e ribelli; Isis contro tutti. E ancora: sciiti contro sunniti; sauditi contro houiti; israeliani contro palestinesi. E per stringere il cerchio: Erdogan contro Putin; Balcani contro immigrati; ucraini filoeuropei contro ucraini filorussi. E la vicina e neutrale Svizzera che ci ricorda quanto sia bello fottersene un cazzo di tutti e passare il tempo a contare denari.

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Un aereo Germanwings precipita in Provenza per colpa del copilota suicida (24 marzo)

Greta e Vanessa – le giovani volontarie sequestrate in Siria – tornano a casa, e l’unica preoccupazione del vice presidente del Senato Maurizio Gasparri è «Sesso consenziente con i guerriglieri? E noi paghiamo!». Zayn Malik, come un John Lennon col risvoltino, abbandona gli One Direction; grida e lamenti su Twitter; 13enni amareggiate in cerca della Yoko Ono dei poveri. Ogni punto fermo delle nostre inutili vite è infine crollato con la scoperta che Bill Cosby è stato uno stupratore seriale di decine di ragazzine che ha narcotizzato prima di violentare. (Avete presente cosa si prova a beccare Babbo Natale farsi un folletto?). Ma la domanda che ha mandando in tilt i quozienti intellettivi – e le retine – di mezzo mondo è stata: «Ragazzi, questo vestito è bianco e oro o nero e blu?». Merito di #TheDress (che, ribadiamolo, è nero e blu, perdio!) ha fatto tornare di moda le righe che credevamo archiviate con gli Anni dieci. Nel 2015 è tornato Star Wars, e la Forza ha di sicuro assistito la campagna pubblicitaria: si è capito dove sono stati investiti tutti i soldi della banche elleniche… e #Grexit fu. Ma dai cieli la minaccia vera è lo smog accentuato da un inverno mite e senza perturbazioni, dopo un’estate dal caldo record. I grandi della terra si sono riuniti per parlare di contenimento dell’effetto serra ma, ancora una volta, si è detto tanto sui buoni propositi per il futuro e poco di cosa fare nel presente.

Un anno di chiacchiere, di immigrati e di morti. L’anno in cui se ne sono andati anche Pino Daniele, Anita Ekberg, B. B. King, Michele Ferrero, Christopher Lee, Pietro Ingrao, Licio Gelli. E Moira Orfei. La quale ci ricorda che forse il circo e le illusioni trovano posto sempre più spesso fuori dai tendoni.

Adele hello single record
Adele esce con il singolo “Hello” rompendo diversi record di vendite e visualizzazioni (23 ottobre)
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Sanremo 2015. Il paese in mano ai fiorentini

arisa anestetico ariston
“Ve lo consiglio a tutti”

Tirando le somme di questo #Sanremo2015 possiamo dire con tutta certezza che in Italia la Democrazia Cristiana non muore mai. La vittoria de Il Volo e della loro canzone che assomma in sé tutti i cliché dell’Italia-mandolino-e-mozzarella ne è l’emblema. Il discorso d’insediamento di Mattarella, a confronto, è stato un arbre-magique di freschezza alpina. Sui social network tutti li sfottono, eppure in “cabina elettorale” tutti li votano. Grande amore è una canzone tronfia, stucchevole e auto-compiacentemente epica. Piace solo ai newyorkesi che vogliono mangiare spaghetti al pomodoro su tovaglie a quadretti biancorossi. E a qualche antenato meridionale che li ha votati.

Le voci più belle del Festival? Chiara, Annalisa, Malika e Nek (nella cover). Mi spiace per Lara Fabian, ma se continua ad infilare alla fine di ogni verso note che possono udire solo i cani, le sue interpretazioni finiscono per essere più un esercizio di stile che di contenuto. Bianca l’Azteca e lo yogurt Nesli devo ancora capire chi sono. La Fragola deve maturare, ma promette bene. La canzone di Irene Grandi era più bella ad ogni ascolto, ma a Sanremo devi convincere dalla prima (massimo seconda) esibizione. Biggio e Mandelli, con il loro elioelestorietesismo irriverente-ma-non-troppo, hanno rotto un po’ gli schemi di questo che più che un festival è stata una Restaurazione post-napoleonica. Alex Britti è stato utile solo per capire che esistono centri estetici con lampade a raggi UV più potenti di quelle di Obama Conti. I Dear Jack, dopo neanche un anno, sono già la fotocopia di se stessi. Bravi Grazia Di Michele e Platinette-versione-quasi-uomo: bel testo e melodia piacevolmente struggente per una partecipazione più socio-attivista che mirante al podio. A Giancluca Grignani va il pre-prensionamento obbligato in un circolo di alcolisti anonimi, ma non a Riccione. Moreno mi gasa e lui ci crede molto; me lo infilerei in un taschino. La Zilli non ha lasciato il segno come in passato. Ogni tanto si è avvistato sul palco lo spettro di Raf che emetteva suoni a cazzo, ma tutte le risposte verranno fornite dal reparto otorinolaringoiatra dell’Ospedale di Sanremo. Marco Masini, boh. Finiamo la parentesi cantanti con l’auto-proclamata diva, la muchacha “io sono troppo sexy” che quando dice di “far l’amore con il mar” me la immagino a farsi il bidet con l’acqua del porto di Napoli; una delle poche donne in Italia con un contratto a tempo indeterminato potendo contare su 7 partecipazioni al Festival di Sanremo all’età di 28 anni (che dimostra da quando ne aveva 16). Gigi D’Alessio, che l’ha istruita, gasata e montata (sì, anche in quel senso), l’ha rovinata in tutto, a partire dalle sopracciglia.

Devo ammettere che, causa Carlo Conti, pensavo che questa edizione sarebbe stata alquanto geriatrica con distribuzione di mele cotte in sala, considerando che a mia nonna parte un gancetto del reggiseno ogni volta che lo vede condurre. E invece, nonostante l’insopportabile inizio da catechismo col signor Anania, padre di 16 figli che mantiene grazie allo spirito santo (e agli assegni di Stato), Conti è riuscito a tirare in ballo personaggi contemporanei come Conchita Wurst che, a differenza dell’evangelizzatore anti-preservativo, non si è impossessata del palco per imporre il proprio credo, ma ha parlato con umiltà dell’essere se stessi. Un bel messaggio di tolleranza da far scuola ai piani alti, anzi, agli attici di certi cardinali.

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Mr. Anania, i 16 figli, e la moglie sottomessa mai interpellata. Tanto ci pensa lo Spirito Santo a caricarle la lavatrice ogni giorno.
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Più elegante di Emma.

Quello del 2015 è stato il Festival dei comici bufala. Siani ha perso credibilità subito dopo aver dato – praticamente – del ciccione di merda a un bambino vistosamente obeso, anche se c’era puzza di sketch pianificato. Pintus e Cirilli, non pervenuti. Però: eccezionale Virginia Raffaele; molto buoni Rocco Tanica, i Boiler e quelli del blind-date. Ma il momento più comico di tutti va imputato ad Arisa, drogata come una cavalla incinta che in un alto momento di pubblicità sociale dispensa consigli su anestetici (che sono la stessa cosa di antidolorifici). Emma è stata utile solo per ricordare quanti dischi vende. E l’altra, la spagnola… Mi spiace per lei perché è dolce, ma finché una valletta verrà assunta solo perché “la fidanzata di”, non ci sarà mai vera emancipazione femminile. Avete mai visto un Baudo chiamato solo perché marito della Ricciarelli, o un Rutelli eletto solo perché compagno della Palombelli?

Gli ospiti internazionali ancora una volta servono a capire quanto siamo musicalmente inferiori noi italiani. Charlize Theron, ipnotizzante bellezza e inutile presenza, sembrava dire, sorrido di qua, sorrido di là, dov’è il mio cachet?

Il prossimo anno sarà un Conti bis, quello che decreterà la sua effettiva mutazione in Pippo Baudo. A quanto pare ai giovani fiorentini piace l’idea di sostituire i precedenti carismatici monarchi classe 1936 con una nuova teocrazia catodica.

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Arisa e le tette a orecchia di cocker della prima serata

Sanremo. L’esigenza di un “incubatore” nazional-popolare

Un Sanremo vintage ('94). Non vorremo mica tornare a questo?
Un Sanremo vintage (1994). Non vorremo mica tornare a questo?

Tirando le somme, Sanremo 2014, ha rivelato essenzialmente un problema di linguaggio. La kermesse non ha saputo cogliere il mutamento del panorama mediatico.

Il carnevale delle 5 serate di sospensione televisiva rivierasca ha la nobile missione di essere un qualcosa di nazional-popolare, uno specchio del paese. Siamo sinceri: Sanremo non è solo un festival della musica – alla Castrocare – ma un format televisivo a sé stante, dall’ambizioso intento di mescolare comicità e satira politica e sociale alla musica leggera. La scrittura del Festival non può esulare dai mutamenti della società: le antenne devono essere rivolte verso la gente; il suo organismo, in costante evoluzione. La 64esima edizione si è invece limitata a replicare gli espedienti del fortunato 2013, e la decontestualizzazione non ha premiato. Se l’anno prima un sofisticato – e ai più sconosciuto – Asaf Avidan riusciva ad incantare l’Artiston perché aveva una canzone hit nelle radio, la replica col trio di “sconosciuti” Wainwrighr, Rice e Nutini non è riuscita (suona orrendo, ma forse erano “troppo eccellenti” per Sanremo). Poi, nel 2013 Crozza parlava della politica corrente: gli insulti furono l’apice degli ascolti. Quest’anno il comico si è lasciato incastrare dal tema della “bellezza” voluto dagli autori-moralizzatori. La stessa lettura degli elenchi in stile “Vieni via con me” poteva funzionare un paio d’anni fa. Ora è solo un flop.

Servono espedienti che rispecchino lo spirito del tempo, non scopiazzati dal passato. Chi si mette a scrivere Sanremo deve domandarsi come sia cambiata la società negli ultimi mesi. Il 2013 è stato l’anno del boom della digitalizzazione. Gli smartphone hanno raggiunto tutti; dai bambini agli anziani ci si è di colpo drogati di like, condivisioni, whatsapp e app varie. Le tv digitali e satellitari hanno proseguito nella loro lenta ma inesorabile sottrazione di ascolti alla tv generalista. Canali tematici, telefilm americani, programmi di nicchia fruibili e personalizzati come social network e tutorial su internet stanno rivoluzionando l’offerta televisiva per una mutata domanda.

Le realtà digitali stanno cogliendo i mutamenti sociali con molta più freschezza e rapidità degli autoreferenziali imperi generalisti che tendono a puntare sull’usato sicuro (l’abbronzatura di Carlo Conti), piuttosto che innovare (come fa Sky). X-Factor ha dimostrato di essere il “nuovo varietà” (Aldo Grasso, Corriere) considerando il successo dell’ultima finale di in chiaro su Cielo.

Sanremo dovrebbe inglobare alcune logiche e linguaggi contemporanei appartenenti ai talent e ai social media, pur mantenendo la sua identità. Se la Rai non aggiorna il suo linguaggio diventerà una tv di Stato che copia da se stessa senza rappresentare più lo Stato, la gente. I margini di crescita ci sono e la sete di Sanremo pure; basti pensare che sul podio dei Big di quest’anno sono saliti 3 giovani.

[Sanremo 2014/5]. Funerale rimandato

Dopo la foca Luciana, Luciana la quaglia.
Dopo la foca Luciana, Luciana la quaglia.

L’ultima serata del 64esimo Festival di Sanremo (, , , )è stata decisamente la migliore delle cinque, seppure senza lodi. Il motivo è forse dovuto al fatto che, dovendo correre per far esibire tutti i cantanti, c’era meno tempo per infilare sprazzi di “Che tempo che fa”/“Vieni via con me”, ospiti paleolitici ed omaggi funerei a – seppur grandi – defunti.

Crozza non ha fatto Crozza. Il comico aveva un’occasione unica di picchiare sulla politica come non mai date le recenti vicende (Renzi contro Letta, lo streaming di Grillo, la presunta compravendita di senatori…). Invece si è piegato anche lui alla missione evangelica pro bellezza. Se il tema è stato superficiale con gli inserti intellettualoidi, in mano alla comicità è diventato il solito pastone populista del siamo italiani, abbiamo tutto noi (concetto che ho già criticato ad Arbore).

Questo Sanremo si è confermato uno dei più apolitici degli ultimi anni; manco fossimo in campagna elettorale. È stato un vero peccato bruciarsi il più grande show man di oggi non chiedendogli di fare quello che sa fare meglio: la satira politica. Questo si aspettava il pubblico. Non a caso i momenti più acclamati sono stati le frecciate a Giovanardi e il minutino alla Renzi, introdotto da un applauso liberatorio come a dire “era ora”. (Breve appunto: per un fan sfegatato di Crozza come me, risentire battute già fatte sul La7 – “meno pil, più pilates” o “dal Frecciarossa scendono i modelli Armani” – un po’ delude).

Ligabue esempio di umiltà. Nonostante faccia esplodere gli stadi, il Liga ha dato una lezione di low-profile a tutti. Un bel momento di musica e spettacolo che gli ha permesso di riscattarsi per la cover di De André che ha diviso le opinioni in rete.

Breve critica alla proclamazione. Il vincitore è stato proclamato senza grande enfasi o spettacolo, quasi a voler chiudere presto la baracca. Perché non ispirarsi alla suspance di Amici o X-Factor con tanto di esplosione di coriandoli e sonoro adrenalinico?

Un sistema di votazione 2.o? Qualche appunto sulla votazione. 1) Dividere i cantanti in due serate è ingiusto: chi canta nella prima serata ha 24 ore in più per fidelizzarsi gli ascoltatori, soprattutto oggi con le condivisioni esponenziali che corrono sul web già dalla notte stessa. Bizzarra coincidenza: i vincitori Mengoni e Arisa sono stati entrambi i primi ad essersi esibiti nelle rispettive prime serate 2013, 2014. 2) Ha senso smuovere masse di televoti nei primi giorni per stilare la classifica che determina il podio e poi far votare il vincitore negli ultimi minuti dell’ultima serata? 3) È ora di andare oltre al televoto. Perché non integrarlo con i tweet, le votazioni tramite app e le visualizzazione su Youtube nei giorni della kermesse? (E qua andrebbe fatta una riflessione generale su quanto si possa basare il successo commerciale di un programma solo da un vetusto share e sul perché non prendere in considerazioni anche le interazione sui social).

[Sanremo 2014/4]. Questo Festival non s’ha da fare…

Genitori che assalgono figli. Il one-family-show di Rocco Hunt.
Genitori che assalgono figli. Il one-family-show di Rocco Hunt.

La quarta serata del Festival era l’occasione per accaparrarsi il pubblico giovane dopo tre apologie della terza età. Infatti l’”esercito” di Mengoni – composto in gran parte da Beliebers e Directioners – aveva lanciato in cima ai topic trend di Twitter l’hashtag #MengoniOspiteSpecialeSanremo2014 già nel tardo pomeriggio. Gli autori, invece, si sono ben guardati dal cogliere l’occasione, giocandosi la carta del super ospite subito: l’hanno buttato dentro al minuto 0.01 senza nemmeno la suspance della presentazione. Doveva essere messo a tarda serata per mantenere incollato il pubblico giovanissimo, ad esempio facendo cambio con Gino Paoli (anche se avrebbe implicato l’ennesimo inizio lento/sofisticato). L’errore sta nel non aver capito che Mengoni oramai vale quanto la Pausini e Ferro.

Il ciclo delle marchette prosegue con Luca Zingaretti chiamato per parlare della sua prossima fiction e, ah sì, per rifilare un altro sermone sulla bellezza. Non se ne può davvero più! La superficialità con cui questi spazi pseudo-riflessivi sono appiccicati alla scaletta è irritante. Portare in tv sprazzi di lectiones magistrales non aiuta ad essere colti, solo posticci. Qualcuno dica agli autori che Sanremo può anche limitarsi a parlare di musica: fare bene questo sarebbe già un buon risultato! La bellezza è scrivere un programma che non coli ascolti verso le tv digitali (mia madre, fan di Sanremo, si è messa a guardare le ricette su Arturo mentre “Montalbano” indossava i panni di Dostoevskij).

Per una volta i giovani finiscono di esibirsi alle 23. Alleluia. Le nuove proposte si confermano il momento migliore del Festival e non si capisce perché ritaglino i loro spazi dalla gara dei Big come fossero qualcosa di cui sbarazzarsi in fetta. Piacciono al pubblico e producono più interazioni sui social network di Giuliano Palma. Il concetto di start-up canoro andrebbe rivalutato.

La vittoria di Rocco Hunt pone un quesito: è possibile vincere al televoto contro un concorrente del Sud? È innegabile che la miscela tra iper-patriottismo e teledipendenza meridionali dia loro man forte. Ad ogni modo, complimenti a Rocco Hunt, anche se personalmente preferivo il klimax struggente di Diodato. Gusti.

Che fine ha fatto la comicità? Sanremo lo si guarda anche perché è l’apogeo dei comici. Dopo 3 serate di sola Littizzetto, che peraltro ha sparato le cartucce migliori nella prima serata, c’è grande attesa per il matador Enrico Brignano chiamato a fare il Crozza dell’occasione. Mai aspettativa fu più delusa. Canta e basta: performance sufficiente ma non calamitica, nessun monologo da scompisciate. Anche lui pubblicizza il suo spettacolo e se ne va. Doveva essere il momento acchiappa ascolti alla Benigni, e invece sarà presto dimenticato.

Apprezzabile – ma non indimenticabile – lo sketch col Mago Silvan: ce lo si poteva giocare di più, a sto punto eliminando Brignano. Inserire l’elemento magia nel diverbio casavianelliano Fazio-Littizzetto aveva del potenziale.

Tra le esibizioni amarcord dei big, degna di nota è quelle tecnologica della Ruggero accompagnata dalla sua orchestrina di 6…tablet. Un’esecuzione 2.0 suggestiva e contemporanea. Meglio non diffondere troppo la moda o dal prossimo anno gli orchestrali sanremesi andranno a far compagnia agli esodati. Il pubblico e la sala stampa stravedono per il momento “De André canta De André”. Anche qua, gusti.

Ultima nota. È stata la serata dei duetti e i Big hanno cantato quasi solo canzoni italiane di morti. Ok gli omaggi, ma questo costante clima cimiteriale comincia a diventare davvero pesante. Di nuovo, anti-giovani.

[Sanremo 2014/3]. Ma li pagano gli autori?

Dopo l'anno delle selfie, l'auto-foto si impadronisce anche del vetusto Sanremo
Dopo l’anno delle selfie, l’auto-foto si impadronisce anche del vetusto Sanremo

Terza puntata di Sanremo 2014 e terzo inizio colto. Fazio dice che Sanremo è pop, eppure cerca di renderlo sempre più intellettualoide, di acculturare il pubblico di Rai1 (auguri!) appiccicando una bella parola all’altra. Ma cominciare almeno una serata con un sano e distensivo burlesque?

Rubino continua ad emozionare la metà della platea composta dai suoi parenti. Intanto su La7 è stato sospeso Servizio Pubblico: anche la politica teme l’Ariston. Alle 21,30 il festival ha già 10 minuti di ritardo. Mi chi minchia calcola i tempi? L’eterno Signore? Le fanno le prove o giocano a Shanghai con le bacchette di Beppe Vessicchio? Gualazzi ha conosciuto il bassista col cappuccio in banca, e si domandava perché brandisse un piede di porco. E poi Sinigallia: non poteva trovare un titolo che non fosse una canzone di Neffa (“Prima di andare via”)?

Adoro Luciana Littizzetto. Talmente tanto che ho rivisto le repliche di tutti i suoi “Che tempo che fa” almeno due volte; e questa è stata la mia rovina. Il monologo sulla bellezza è stata un collage delle sue battute di repertorio (compreso il “vaffa” alla donna bella). Per un fan è difficile nascondere la delusione; l’eccezionalità dell’evento esige che almeno i testi siano inediti come quelli dei cantanti; e poi possibilmente belli. Ne è uscito, invece, un pastone di, scoccia dirlo, retorica. Non si capisce perché si debbano accusare i belli o i rifatti di tutti i mali del mondo. Che senso ha concludere dicendo che se i ragazzi di oggi danno fuoco ai senzatetto è perché hanno visto troppi cartoni animati dove non ci sono down o perché le madri non hanno spiegato loro perché ad alcuni manca un braccio? Mi è sembrato un moralismo strappa applausi un po’ da bar. Forse si è adagiata sugli allori del bel monologo sulle donne dell’anno scorso.

Che tempo che fa”, poi, prova ad impossessarsi del palco quando meno te lo aspetti, compreso con la storia dell’arte. Di nuovo: ma un sano burlesque no?! Questo festival ha un problema di autori: o li hanno pagati poco, o si sono concentrati poco, o forse anche loro si sono adagiati sul successo dell’anno precedente. Resta il fatto che la creatività se la sono dimenticata a Milano. Unico fatto rilevante della serata la gag dei finti contestatori che si trasformano in cantanti: l’unico sprazzo di originalità in questo 64esimo melenso bianco-e-nero.

Fazio: “Adesso pubblicità e subito dopo Renzo Arbore”. Che bello sapere di avere 20 minuti per fare la cacca. Gigi D’Alessio si è impossessato di Renzo Arbore e tra il pubblico della Sanremo bene c’è il deliro, a riprova di quanto basti una minestra riscaldata per mandare in visibilio l’anziano medio italico. [PARENTESI DEL GIOVANE VIAGGIATORE PRECARIO INDIGNATO – A proposito del vecchiume, Arbore ha rifilato la classica frase leccaculo strappa applausi “l’Italia è il paese più bello del mondo”, che onestamente mi ha rotto le balle. Questa Italia che sa solo guardarsi l’ombelico e dire quanto è bella, mentre cola a picco. Mi preoccupa seriamente chiunque dica a se stesso di essere il migliore del mondo, chi si accontenta di quello che ha senza fare autocritica, senza migliorare (ogni riferimento alla politica non è puramente casuale). Il giorno in cui qualcuno dirà che ne abbiamo tanta di strada da fare per arrivare ai livelli di civiltà di altri paesi, quello sarà un bel giorno. Non basta il Colosseo per dire che siamo belli. Ps – I 3/4 di chi dice che siamo il paese più bello del mondo non ha mai mosso il culo da casa, o al massimo si chiude nei villaggi Alpitur dell’Egitto. CHIUSA PARENTESI]

Con Luca Parmitano l’orgoglio va alle stelle – che lui conosce bene. L’astronauta rappresenta il meglio del paese ed è davvero un peccato che non ne incarni il cittadino medio. Genuino, profondo, emozionato, tenero, appassionato, professionale e sorridente: con lo sguardo che sfiora sempre l’orizzonte, il pensiero rivolto ai bambini. Era il caso di dargli più spazio sottraendolo magari a qualche frase fatta incollate qua e là.

Super ospite: Damien Rice, e con lui, che si è persino fermato a chiacchierare con me e altri alla fine di un suo concerto, mi sfondano una porta aperta. La direzione artistica di questi anni ha avuto più gusto negli ospiti stranieri che nei cantanti in gara. O forse semplicemente la musica anglosassone è di tutt’altro livello. (Sì, accendo la B).

È mattina e leggiamo i dati degli ascolti. Il festival continua a calare: 7,7 milioni di ascolti contro l’1,1 milioni di Masterchef, in onda su una tv a pagamento! Urge un’autoanalisi perché è evidente che il costane amarcord sanremese continua a perdere colpi contro il linguaggio contemporaneo delle ex tv di nicchia.

[Sanremo 2014/2]. La voglia di guardare le repliche di La5

Momento balck and white nel Sanremo anti-Bieber
Momento balck&white nel Sanremo anti-Bieber

Pif rimane un genio. Dopotutto a me piace fare lo stesso genere di cose. Inizio buono del festival con il momento balck and white di “Non è mai troppo tardi”, programma in cui Manzi insegnava agli italiani analfabeti del dopoguerra a leggere e scrivere. Poi però si svela la triste realtà; nessuna missione sociale degli autori, ma solo una marchetta per la prossima fiction Rai su Manzi. Quello che poteva essere uno spunto audace per parlare dell’analfabetismo di ritorno in Italia scade nella prostituzione festivaliera più retorica che ci sia. (Ps: i ringraziamenti a produttori e registi interessano allo spettatore quanto le analisi del sangue di Giuliano Ferrara). Una citazione manziana da tenere a mente è “siate padroni del vostro senso critico e nessuno potrà mai sottomettervi”, che non fa mai male scordarsi se si ha il diritto di voto.

La partenza è stata intellettualoide, ma il pubblico di Rai1 si sa, se ha completato le elementari è già tanto. Virata di massa, dunque, sulle repliche di “Uomini e donne” di La5. E per chi non si fosse accontentato della Carrà, eccoci le aste del microfono della Merkel: le gemelle Kessler. Nelle geriatrie d’Italia gli anziani riscoprono tra le gambe movimenti sussultori che non percepivano più dai tempi della signora Longheri.

Francesco Renga canta da 10 anni la stessa canzone invertendo le parole. Per fortuna la seconda gli è stata confezionata dalla cazzutissima Elisa, e infatti è quella che passa. Arriva Giuliano Palma, l’apri concerto di ogni ballo di gruppo; a fine serata registrerà un tutorial sull’alligalli. Entra sul palco Armin Zoeggler, il campione olimpico di slittino, e devono sbrigarsi ad intervistarlo perché avendogli tolto lo spinotto del caricabatterie ha un’autonomia di pochi minuti. Sembra un robot. A fine intervento lo riporranno nell’apposita custodia.

Noemi è strafatta di acidi, sempre più rock and roll. È vestita come la principessa Leila di Star Wars e al collo ha una gruccia (un appendiabito). Sbaglia l’attacco e se ne fotte, si sbraccia, ride e fa sollevare e battere le mani al pubblico in sala anche se parla di morte. Un mito. “La bellezza è il quasi nulla”. Belle frasi buttate qua è là in questo festival; Fazio ci dà e ci ridà per far capire che il tema di fondo è la bellezza, ma i vari momenti sono attaccati con lo sputo. Il conduttore poi si perde nella geografia: “Sanremo viene trasmesso anche in Australia. In tutti i continenti… A no, manca l’Oceania”. Qualcuno gli dia le repliche di Manzi!

Anche Renzo Rubino, come Renga, a fine canzone chiede al microfono “acqua… ACQUAAA”. Qualcuno abbassi il riscaldamento dell’Ariston. La sua seconda canzone è forse la più bella del festival, e puntualmente non viene scelta dal televoto. Toccherà la stessa sorte a Ron, che quando lo inquadrano dal basso ha più peli lui nel naso di una porno star anni 80 sul pube.

Arriva Franca Valeri ad illuminare il palco coi suoi 93 anni. Genuina e simpatica. Era inevitabile che il tremolio della voce provocasse lo sfottò della rete. Io alla sua età diograzia se mi ricorderò ancora come mi chiamo. In ogni caso se volevano abbassare gli ascolti ci sono riusciti: questa sera tra lei, le Kessler e Baglioni hanno decretato la scomunica della generazione Justin Bieber. Pippo Baudo deve essersi impossessato della scaletta. Claudio Baglioni si è fatto il lifting anche alle corde vocali. Parte con “quella sua maglietta fina” ed è un tripudio di collant e reggiseno in sala. La sua è una delle più belle frasi della serata, “la musica è un’architettura senza edificio”. Ah, questi architetti! Sinigallia per quel che mi riguarda può anche tornarsene a Senigallia, e aggiustarsi il cognome. La pallavolista della nazionale è talmente alta che potrebbero usarla come paraspifferi dell’arco di Costantino. Canta quello delle Vibrazioni, che ha più denti che bocca. Con Rufus Wainwright si arriva al momento gay-friendly del festival, ma piuttosto che scardinare il bigottismo di Rai1, riesce soprattutto nell’intento di dimostrare una delle più belle voci maschili di sempre. E di nuovo, gli anni luce che intercorrono tra noi e l’estero.

L’orologio suona la mezzanotte, arriva la scritta “seconda parte”, Fazio dice “e ora inizia la gara dei giovani”… che nel frattempo hanno messo su famiglia. Bravissimo Diodato con la sua “Babilonia”, che passa. Non male anche il figlio d’arte Graziani, che se ne torna però a Rimini. Bocciata anche Bianca, la sosia di Megan Fox, o meglio, di una che se l’è mangiata.