La Santarcangelo dei Pornai

santarcangelo teatri ballerino nudo pipì 3Sui giornali di oggi si legge, “Santarcangelo: residenti e opposizione si sono presentati in Caserma per sporgere denuncia contro lo spettacolo del ballerino nudo in piazza”.
La vicenda è la seguente. Si è da poco concluso il festival – oramai internazionalmente riconosciuto – Santarcangelo dei Teatri che da anni trasforma per qualche giorno le vie del centro storico della cittadina romagnola in palcoscenici all’aperto. Fatti-non-foste-a-viver-come-bruti, un bel giorno la ridente cittadina si svegliò con un adone danzante che esibiva i gioielli di famiglia al vento mentre metteva in scena una coreografia di Tino Sehgal. Il nome poco importa; non lo conosco io, non lo conoscete voi e forse non lo conosce nemmeno sua madre. Fatto sta che si tratta di uno spettacolo (un assolo maschile che ripercorre gli ultimi cent’anni della Danza) che gira il mondo da 15 anni e che non ha mai scatenato masturbazioni di massa né piogge di reggiseni. Finché non giunse a sconquassare il cheto-vivere della – a quanto pare – vittoriana Santarcangelo di Romagna, dove i giardini sono ancora popolati da matrone con l’ombrellino bianco di pizzo e oh, signoria mia, certe cose proprio no. “Questa non è arte!”. Tuonarono i paesani dopo aver messo da parte l’aratro e finito di foraggiare il bestiame. E giù andarono dritti dritti, tutti in coda, fino al comando dei Carabinieri del villaggio per denunciare la coreografia galeotta (peraltro finanziata dalla Francia per il festival clementino). “Ci sono i bambini, ci sono i bambini!”. Ah, i bambini! Proprio quelli a cui regalano lo smartphone a 10 anni per andare su ask.fm e chiedere alla community online se col sesso anale si prendono le malattie, perché guai a parlarne con mamma e papà. Sono troppo impegnati a sgranare il rosario.

Un quadretto folkloristico provinciale, quello di queste sentinelle della “purificazione” che si accodano davanti alla Caserma, che mi ricorda tanto la scena del film Malèna in cui le donne di un paese del profondo sud, da sempre frustrate e bigotte (e sotto sotto invidiose della freschezza moderna della protagonista), hanno colto la scusa del collaborazionismo coi tedeschi della bella ragazza per linciarla pubblicamente in piazza. Rigorosamente vestite col nero della continenza.

Peccato che l’Arte non possa essere scalfita, né umiliata, perché è più forte dei calci, delle forbici e dei sassi. L’Arte può essere amata od odiata, ma resta eterna. Mentre di queste piccole persone che hanno la pretesa di sapere cosa è giusto e cosa no, tutte in coda vestite di nero, non resterà alcun ricordo.

malena linciaggio

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Il talent show ai tempi della crisi

Tratta degli schiavi

È incredibile la varietà che una storia familiare può avere all’interno dei palinsesti televisivi. Dai programmi di approfondimento politico agli show musicali, si sfrutta la sofferenza privata per suscitare sentimenti diversi: dall’indignazione nei primi alla commozione nei secondi. Nell’arco di una settimana di programmazione si può, infatti, saltare dal malessere raccontato dai cittadini alle telecamere di «Servizio Pubblico», usato per parlare dei problemi che affliggono il Paese, al malessere forzatamente esposto in un target televisivo che dovrebbe occuparsi di ben altro, ovvero del talento musicale. 

Di quest’ultimo gruppo fa parte «The winner is», l’ultimo talent show di Canale5 dalle sfumature del game show, condotto da Gerry Scotti (sabato, ore 21.10). La sua ricetta è molto semplice. Si prendono dei cantanti, soprattutto giovani. Li si piazza di fronte ad una telecamera in un sorta di confessionale pre-spettacolo dove si estrapola loro quanto di più commovente c’è nelle loro vite. Li si fa cantare su un palco per un paio di minuti. Si filmano gli occhi lucidi dei genitori che li osservano da dietro le quinte. Poi inizia il vero spettacolo. La parte che punta veramente sugli ascolti è questa: dopo il cantato, si sbattono delle mazzette da 10, 20, o 30 mila euro nelle mani dei concorrenti per indurli al seguente ragionamento amletico: accettare o non accettare? Se accettano l’offerta escono dal programma con la mazzetta; se rifiutano, provano a sfidare l’altro concorrente sperando di essere votati della giuria per avanzare verso premi maggiori. La dinamica fin qui descritta è quasi intrigante, se non fosse per la farcitura di melodramma che ne viene fatta. I cantanti, sfogliando il pesante ed allettante malloppo, diventano degli inesperti giocatori d’azzardo, abbagliati dai lustrini di Las Vegas e consultano i familiari sulla scelta da farsi. Questi snocciolano (spronati dal conduttore) tutta la serie di motivi per i quali servirebbero quei soldi a casa. Padri disoccupati, madri sole, gli studi o il mutuo che non si riescono a pagare, eccetera: “vale di più il malloppo che risolve i problemi di casa nell’immediato, o il sogno da pop-star che rincorrono?”. Siamo davvero a Las Vegas. Dopo mille ed estenuanti (!) ripensamenti, decidono su cosa puntare. 

La verità è che mettono quasi tristezza questi personaggi della vita reale che, ignari di una macchinazione televisiva che li manipola e li sfrutta, stanno al gioco, sperando in un futuro discografico. Questo programma vuole trattare due argomenti: musica e famiglia. Ma non rende giustizia alla canzone italiana, né risolve i problemi impellenti. Si tratta della solita carrellata di canzoni del bel-tempo-che-fu, in stile karaoke avanzato, che pungola l’ascoltatore suscitando facili lacrime. Insomma, si fa fatica ad intravedere una sostanza valida, che arricchisce lo spettatore di qualche cosa in più, come dovrebbe saper fare un buon programma d’intrattenimento.