Sanremo 2015. Il paese in mano ai fiorentini

arisa anestetico ariston
“Ve lo consiglio a tutti”

Tirando le somme di questo #Sanremo2015 possiamo dire con tutta certezza che in Italia la Democrazia Cristiana non muore mai. La vittoria de Il Volo e della loro canzone che assomma in sé tutti i cliché dell’Italia-mandolino-e-mozzarella ne è l’emblema. Il discorso d’insediamento di Mattarella, a confronto, è stato un arbre-magique di freschezza alpina. Sui social network tutti li sfottono, eppure in “cabina elettorale” tutti li votano. Grande amore è una canzone tronfia, stucchevole e auto-compiacentemente epica. Piace solo ai newyorkesi che vogliono mangiare spaghetti al pomodoro su tovaglie a quadretti biancorossi. E a qualche antenato meridionale che li ha votati.

Le voci più belle del Festival? Chiara, Annalisa, Malika e Nek (nella cover). Mi spiace per Lara Fabian, ma se continua ad infilare alla fine di ogni verso note che possono udire solo i cani, le sue interpretazioni finiscono per essere più un esercizio di stile che di contenuto. Bianca l’Azteca e lo yogurt Nesli devo ancora capire chi sono. La Fragola deve maturare, ma promette bene. La canzone di Irene Grandi era più bella ad ogni ascolto, ma a Sanremo devi convincere dalla prima (massimo seconda) esibizione. Biggio e Mandelli, con il loro elioelestorietesismo irriverente-ma-non-troppo, hanno rotto un po’ gli schemi di questo che più che un festival è stata una Restaurazione post-napoleonica. Alex Britti è stato utile solo per capire che esistono centri estetici con lampade a raggi UV più potenti di quelle di Obama Conti. I Dear Jack, dopo neanche un anno, sono già la fotocopia di se stessi. Bravi Grazia Di Michele e Platinette-versione-quasi-uomo: bel testo e melodia piacevolmente struggente per una partecipazione più socio-attivista che mirante al podio. A Giancluca Grignani va il pre-prensionamento obbligato in un circolo di alcolisti anonimi, ma non a Riccione. Moreno mi gasa e lui ci crede molto; me lo infilerei in un taschino. La Zilli non ha lasciato il segno come in passato. Ogni tanto si è avvistato sul palco lo spettro di Raf che emetteva suoni a cazzo, ma tutte le risposte verranno fornite dal reparto otorinolaringoiatra dell’Ospedale di Sanremo. Marco Masini, boh. Finiamo la parentesi cantanti con l’auto-proclamata diva, la muchacha “io sono troppo sexy” che quando dice di “far l’amore con il mar” me la immagino a farsi il bidet con l’acqua del porto di Napoli; una delle poche donne in Italia con un contratto a tempo indeterminato potendo contare su 7 partecipazioni al Festival di Sanremo all’età di 28 anni (che dimostra da quando ne aveva 16). Gigi D’Alessio, che l’ha istruita, gasata e montata (sì, anche in quel senso), l’ha rovinata in tutto, a partire dalle sopracciglia.

Devo ammettere che, causa Carlo Conti, pensavo che questa edizione sarebbe stata alquanto geriatrica con distribuzione di mele cotte in sala, considerando che a mia nonna parte un gancetto del reggiseno ogni volta che lo vede condurre. E invece, nonostante l’insopportabile inizio da catechismo col signor Anania, padre di 16 figli che mantiene grazie allo spirito santo (e agli assegni di Stato), Conti è riuscito a tirare in ballo personaggi contemporanei come Conchita Wurst che, a differenza dell’evangelizzatore anti-preservativo, non si è impossessata del palco per imporre il proprio credo, ma ha parlato con umiltà dell’essere se stessi. Un bel messaggio di tolleranza da far scuola ai piani alti, anzi, agli attici di certi cardinali.

famiglia anania sanremo
Mr. Anania, i 16 figli, e la moglie sottomessa mai interpellata. Tanto ci pensa lo Spirito Santo a caricarle la lavatrice ogni giorno.
conchita wurst sanremo
Più elegante di Emma.

Quello del 2015 è stato il Festival dei comici bufala. Siani ha perso credibilità subito dopo aver dato – praticamente – del ciccione di merda a un bambino vistosamente obeso, anche se c’era puzza di sketch pianificato. Pintus e Cirilli, non pervenuti. Però: eccezionale Virginia Raffaele; molto buoni Rocco Tanica, i Boiler e quelli del blind-date. Ma il momento più comico di tutti va imputato ad Arisa, drogata come una cavalla incinta che in un alto momento di pubblicità sociale dispensa consigli su anestetici (che sono la stessa cosa di antidolorifici). Emma è stata utile solo per ricordare quanti dischi vende. E l’altra, la spagnola… Mi spiace per lei perché è dolce, ma finché una valletta verrà assunta solo perché “la fidanzata di”, non ci sarà mai vera emancipazione femminile. Avete mai visto un Baudo chiamato solo perché marito della Ricciarelli, o un Rutelli eletto solo perché compagno della Palombelli?

Gli ospiti internazionali ancora una volta servono a capire quanto siamo musicalmente inferiori noi italiani. Charlize Theron, ipnotizzante bellezza e inutile presenza, sembrava dire, sorrido di qua, sorrido di là, dov’è il mio cachet?

Il prossimo anno sarà un Conti bis, quello che decreterà la sua effettiva mutazione in Pippo Baudo. A quanto pare ai giovani fiorentini piace l’idea di sostituire i precedenti carismatici monarchi classe 1936 con una nuova teocrazia catodica.

tettone di arisa sanremo
Arisa e le tette a orecchia di cocker della prima serata

Faccia di uno che parla con Enrico Papi

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La mia domanda a Enrico Papi. E lui: torno con Sarabanda.


Il conduttore televisivo è morto? Assalito da una parte da eserciti di cuochi, wedding planner, stylist, ristrutturatori, designer, cake designer & co. che si improvvisano conduttori, giudici e opinionisti; dall’altra parte, format televisivi preconfezionati dove persino il posizionamento dei fari viene indicato nelle linee guida. Tutto questo rende il conduttore in studio ancora più marginale (vedi X-Factor).


sarabanda uomo gattoA rispondere alla domanda della blogger “che tutti odiano”, come si definisce la preparatissima Grazia Sambruna di TvBlog alla Festa della Rete 2014 a Rimini, è Enrico Papi il cui esistere – come tanti personaggi TV – è indissolubilmente legato a un programma televisivo. Ve lo devo ricordare io? Sarabanda. Quello dell’Uomo gatto.

Diciamocelo – come direbbe La Russa -, la TV generalista di oggi fa schifo. Almeno al 90%. Autoreferenzialità a palla. Poco tempo fa ho domandato ad una figura dirigenziale Rai, “perché alcuni conduttori rimangono in TV in eterno come monarchi, mentre altri più giovani e bravi scompaiono dopo poco tempo? Lo fate perché fa più comodo contare sull’usato sicuro, su ascolti garantiti?”. “Sei troppo buono – fu la risposta -. In Rai c’è una tradizione di raccomandazioni politiche”. “Ah”. E se lo dice un dirigente! Mamma Rai e servizio pubblico di ‘sto ceppo della minchia, insomma. Capisco perché pagare il canone per vedere girare “poltrone” che comprano “riflettori” non generi proprio un moto di orgoglio.

Mancano i soldi? Sì. Crisi delle pubblicità? Sì. Ma soprattutto… manca la creatività? Stra doppio sì di brutto! Basta guardare i canali YouTube. Budget da paghetta settimanale (…e molti youtuber sono ancora in età da paghetta settimanale), ma creatività come se piovesse. Risultato: ascolti da TV digitali. Probabilmente se si sommassero le visualizzazioni di tutti i più famosi canali italiani del “tubo” si farebbe concorrenza a Italia1.

Dopo la mia domanda – riappacificatrice con la TV generalista – per Papi, “possiamo fare un applauso a Sarabanda perché ha fatto storia?” (min. 44:40), il conduttore ci ha lasciato con una promessa. “Riporterò Sarabanda in TV!”. Ce la farà il buon Enrico a scalzare le luci ultraviolette di CSI-NY?

Regaliamo un gobbo a Floris

Studio 19e40 La7
Tante parole alle spalle di Floris. Forse per ricordargli cosa deve dire

Natale è alle porte ed è ora di pensare agli amici. Giovanni Floris ha voltato le spalle a Rai3, ma avrà pur qualcuno, ancora, disposto a regalargli un gobbo per il suo nuovo studio a La7. Mentana, se ci sei twitta un colpo. Il battesimo del suo programma preserale 19e40 (indovinate a che ora va in onda) non è stato dei migliori. Oltre ai bassi ascolti, una nota tecnica: Floris guarda con troppa avidità ai fogli che tiene in mano. Non si ricorda nulla. Nessuna traccia di un gobbo per fargli guardare di più la camera. Li scruta anche per annunciare il nome del talk show che conduce, quello del premier e il suo “alè” finale. Imparare a memoria è passato di moda?

Ma torniamo alla fantasia del nome. Il tg mentaniano è ora un sandwich tra il 19e40 di Floris e l’8-e-mezzo della Gruber… Ma la fantasia? Per non parlare dell’altro nuovo programma di Floris che andrà in onda ogni martedì sera, in concorrenza col suo vecchio Ballarò. Come si chiama? “DiMartedì”… Sì, DiMartedì! Un po’ come il “DiMattina” di RaiNews24 o il “Mattino” e “Pomeriggio 5” di Mediaset. Devono essere tutti quanti talmente rincoglioniti dai proiettori da necessitare di coordinate spaziotemporali nei titoli dei loro programmi per ricordarsi dove si trovano. “Tesoro, hai finito di girare? Dove ti trovi? Che ore sono?”. “Ehm, aspetta che guardo il copione, cara”.

Il prossimo step? Cambiare il nome del programma ad ogni puntata: “Di martedì 16 settembre ore 20.30”, “Di martedì 23 settembre, ma state attenti perché la prossima settimana ci spostiamo al giovedì per la partita”, “Siamo tornati Di martedì 30 settembre, ci scusiamo per il disagio, Trenitalia vi ringrazia di aver viaggiato con noi”.

Un plauso va allo studio di 19e40. Luci, cromie, scenografia, fotografia… immediatamente riconoscibile; la giusta atmosfera per il preserale. Tante le parole alle spalle del conduttore. Forse messe apposta per ricordargli cosa dire.

 

A Grillo il merito di riabilitare Vespa

 

Ma Grillo non espelleva parlamentari perché andavano a Ballarò?
Ma Grillo non espelleva parlamentari perché andavano a Ballarò?

Il merito più grande di Grillo a Porta a Porta è stato quello di aver regalato ascolti a Vespa. Dalla consegna del plastico fuori dallo studio alla selfie nei corridoi, il bruno matusalemme del terzo ramo del parlamento non è riuscito a nascondere il suo migliore ghigno furbetto e compiaciuto alla Montgomery Burns.

Grillo non tornava in tv da 21 anni per modo di dire, dato che i suoi comizi ci sono stati propinati dai tempi del vaffaday più delle repliche di Montalbano. La lontananza dagli studi televisivi, però, si è fatta sentire. L’agitatore di folle ha scoperto in diretta che in televisione lui funziona di meno. Lo sbraitamento e il contatto fisico da piazza vengono svuotati dall’imparzialità della telecamera; la lente, priva di emozioni, filtra tutto, e in tv è tutta un’altra storia. Se hai pochi contenuti, la presenza scenica non basta a tenere in piedi un talk show. La serie scomposta di invettive funziona più in piazza, che è il luogo della “pancia”, e meno in tv, che è il luogo dell’”approfondimento”. O almeno si spera.

Vespa come Mr Burns

Il segmento #GrilloinVespa ha segnato il 27% di share contro il 25% di Renzi. Però il premier fu incastrato nella classica puntata portaportesca sbrodolosa tra domande in politichese, sondaggi e servizi. Quello con Grillo è stato uno sprint pirotecnico, confezionato apposta per fagocitare ascolti: un’ora tutta d’un fiato senza pubblicità, con tanto di marchio “Porta a Porta” a centro schermo come a dire beccati-sta-esclusiva. È incredibile come veterani dell’etere continuino a regalare momenti di massima celebrità ai loro acerrimi nemici. I punti di share di Berlusconi da Santoro furono 33, gli anni di Cristo. E resurrezione fu!

Suor Cristina duetta col Papa per una nuova Chiesa

Suore The Voice
Suore accompagnano Suor Cristina a The Voice

La chiamano già la Susan Boyle d’Italia, ma Suor Cristina, la concorrente di The Voice of Italy che ha fatto ciondolare le mascelle di tutti e quattro i giudici durante le blind-audition, è molto di più. Il fenomeno è per certi aspetti analogo: una figura altamente improbabile per lo showbiz (la Boyle casalinga bruttarella in là con gli anni, Suor Cristina… una suora) che rivela un’inaspettata e magnetica carica esplosiva, oltre che una discreta voce.

Nessun giudice si sarebbe voltato se non fosse stato per il pubblico esploso nel vedere che si trattava, appunto, di una suora. La qualità vocale non eccelle. Eppure la tunica, il crocifisso, le scarpe da ginnastica e le mosse scomposte si sono comportati da reagenti di un’esibizione da guardare in loop. (Io almeno l’ho fatto).

[Il video di Suor Cristina a The Voice prosegue al ritmo record di 5 milioni di visualizzazioni al giorno. Oggi siamo a 20 milioni. Per avere un’idea del successo mondiale, il video più visto della Pausini (in spagnolo) si ferma a 17 milioni]

Susan BoyleMentre la scozzese di Britain’s got talent (che assomiglia a Marlon Brando degli ultimi anni) è stata una meteora della rete con oltre 200 milioni di visualizzazione, il fenomeno di Suor Cristina lascia il segno sul piano sociale. La sparo grossa: è uno dei primi sintomi della rivoluzione di Papa Francesco: la risposta al dato che oggi solo il 25% dei cattolici italiani sostiene che la religione sia molto importante nella propria vita. Quella del duetto Francesco/Cristina è una Chiesa che si scrosta di dosso il secolare distacco per scendere tra la gente e compiere gesti «comuni» dimostrando di essere interprete del proprio tempo, perfetto interlocutore di un mondo che cambia.

Ps – La cosa più strepitosa del video sono le tre suorine drogate come cavalle ❤

[Linea Gialla]. Se un conduttore confessa di fare processi mediatici

Copione scritto. Per la tv viso d'angelo non può essere colpevole
Copione scritto. Per la tv “viso d’angelo” non può essere colpevole.

“Colpevole o innocente? Sollecito è qui questa sera e sarete voi a giudicarlo”. Così Salvo Sottile ha aperto la puntata del 25 febbraio di Linea Gialla con protagonista l’imputato nel “caso Meredith Kercher” Raffaele Sollecito. Mai confessione di colpevolezza fu più palese. Non quella di Sollecito, badate bene. Bensì quella del conduttore sherlockholmesco dal sopracciglio perennemente corrucciato alla Tenente Colombo. “Sarete voi a giudicare”, questa la promessa. E la puntata è stata impostata esattamente come un processo: da un lato l’accusa – la criminologa a cui non dispiace apparire Roberta Bruzzone -, dall’altro la difesa – l’irruente e un po’ confuso Vittorio Feltri -, al centro l’imputato, e i giudici a casa. Mancava solo il televoto!

Ciò che è paradossale in questo caso giudiziario – al di là della lentezza e incertezza della giustizia italiana – è la trasformazione di un ipotetico killer in un personaggio televisivo, come un opinionista o un concorrente del Grande Fratello da ammirare o da non sopportare; i fari, il primo piano con la telecamera che indugia sugli occhi, il make up, i servizi con musiche cinematografiche, il processo vissuto come un reality con gli imputati concorrenti involontari… Tutto ciò consiste nel mantello della finzione televisiva che si adagia sulla realtà inducendo ad un’innaturale commistioni di generi: cronaca reale e narrazione televisiva (fiction).

Ps – Un’idea sulla colpevolezza di Sollecito non me la sono fatta, anche perché personalmente non mi appassiona giocare al piccolo togato, né tanto meno ho mai letto una carta processuale. Confesso, però, che Raffaele “il personaggio” ha suscitato in me una certa tenerezza. Guilty or not, è agghiacciante che dopo 7 anni un tribunale gli abbia inferto 25 anni di pena, un altro l’assoluzione, un altro ancora abbia azzerato il punteggio e un ultimo abbia deciso di nuovo per la colpevolezza. E non è finita. (Persino la giustizia indiana sul caso Marò rischia di batterci).

Sanremo. L’esigenza di un “incubatore” nazional-popolare

Un Sanremo vintage ('94). Non vorremo mica tornare a questo?
Un Sanremo vintage (1994). Non vorremo mica tornare a questo?

Tirando le somme, Sanremo 2014, ha rivelato essenzialmente un problema di linguaggio. La kermesse non ha saputo cogliere il mutamento del panorama mediatico.

Il carnevale delle 5 serate di sospensione televisiva rivierasca ha la nobile missione di essere un qualcosa di nazional-popolare, uno specchio del paese. Siamo sinceri: Sanremo non è solo un festival della musica – alla Castrocare – ma un format televisivo a sé stante, dall’ambizioso intento di mescolare comicità e satira politica e sociale alla musica leggera. La scrittura del Festival non può esulare dai mutamenti della società: le antenne devono essere rivolte verso la gente; il suo organismo, in costante evoluzione. La 64esima edizione si è invece limitata a replicare gli espedienti del fortunato 2013, e la decontestualizzazione non ha premiato. Se l’anno prima un sofisticato – e ai più sconosciuto – Asaf Avidan riusciva ad incantare l’Artiston perché aveva una canzone hit nelle radio, la replica col trio di “sconosciuti” Wainwrighr, Rice e Nutini non è riuscita (suona orrendo, ma forse erano “troppo eccellenti” per Sanremo). Poi, nel 2013 Crozza parlava della politica corrente: gli insulti furono l’apice degli ascolti. Quest’anno il comico si è lasciato incastrare dal tema della “bellezza” voluto dagli autori-moralizzatori. La stessa lettura degli elenchi in stile “Vieni via con me” poteva funzionare un paio d’anni fa. Ora è solo un flop.

Servono espedienti che rispecchino lo spirito del tempo, non scopiazzati dal passato. Chi si mette a scrivere Sanremo deve domandarsi come sia cambiata la società negli ultimi mesi. Il 2013 è stato l’anno del boom della digitalizzazione. Gli smartphone hanno raggiunto tutti; dai bambini agli anziani ci si è di colpo drogati di like, condivisioni, whatsapp e app varie. Le tv digitali e satellitari hanno proseguito nella loro lenta ma inesorabile sottrazione di ascolti alla tv generalista. Canali tematici, telefilm americani, programmi di nicchia fruibili e personalizzati come social network e tutorial su internet stanno rivoluzionando l’offerta televisiva per una mutata domanda.

Le realtà digitali stanno cogliendo i mutamenti sociali con molta più freschezza e rapidità degli autoreferenziali imperi generalisti che tendono a puntare sull’usato sicuro (l’abbronzatura di Carlo Conti), piuttosto che innovare (come fa Sky). X-Factor ha dimostrato di essere il “nuovo varietà” (Aldo Grasso, Corriere) considerando il successo dell’ultima finale di in chiaro su Cielo.

Sanremo dovrebbe inglobare alcune logiche e linguaggi contemporanei appartenenti ai talent e ai social media, pur mantenendo la sua identità. Se la Rai non aggiorna il suo linguaggio diventerà una tv di Stato che copia da se stessa senza rappresentare più lo Stato, la gente. I margini di crescita ci sono e la sete di Sanremo pure; basti pensare che sul podio dei Big di quest’anno sono saliti 3 giovani.

[Sanremo 2014/5]. Funerale rimandato

Dopo la foca Luciana, Luciana la quaglia.
Dopo la foca Luciana, Luciana la quaglia.

L’ultima serata del 64esimo Festival di Sanremo (, , , )è stata decisamente la migliore delle cinque, seppure senza lodi. Il motivo è forse dovuto al fatto che, dovendo correre per far esibire tutti i cantanti, c’era meno tempo per infilare sprazzi di “Che tempo che fa”/“Vieni via con me”, ospiti paleolitici ed omaggi funerei a – seppur grandi – defunti.

Crozza non ha fatto Crozza. Il comico aveva un’occasione unica di picchiare sulla politica come non mai date le recenti vicende (Renzi contro Letta, lo streaming di Grillo, la presunta compravendita di senatori…). Invece si è piegato anche lui alla missione evangelica pro bellezza. Se il tema è stato superficiale con gli inserti intellettualoidi, in mano alla comicità è diventato il solito pastone populista del siamo italiani, abbiamo tutto noi (concetto che ho già criticato ad Arbore).

Questo Sanremo si è confermato uno dei più apolitici degli ultimi anni; manco fossimo in campagna elettorale. È stato un vero peccato bruciarsi il più grande show man di oggi non chiedendogli di fare quello che sa fare meglio: la satira politica. Questo si aspettava il pubblico. Non a caso i momenti più acclamati sono stati le frecciate a Giovanardi e il minutino alla Renzi, introdotto da un applauso liberatorio come a dire “era ora”. (Breve appunto: per un fan sfegatato di Crozza come me, risentire battute già fatte sul La7 – “meno pil, più pilates” o “dal Frecciarossa scendono i modelli Armani” – un po’ delude).

Ligabue esempio di umiltà. Nonostante faccia esplodere gli stadi, il Liga ha dato una lezione di low-profile a tutti. Un bel momento di musica e spettacolo che gli ha permesso di riscattarsi per la cover di De André che ha diviso le opinioni in rete.

Breve critica alla proclamazione. Il vincitore è stato proclamato senza grande enfasi o spettacolo, quasi a voler chiudere presto la baracca. Perché non ispirarsi alla suspance di Amici o X-Factor con tanto di esplosione di coriandoli e sonoro adrenalinico?

Un sistema di votazione 2.o? Qualche appunto sulla votazione. 1) Dividere i cantanti in due serate è ingiusto: chi canta nella prima serata ha 24 ore in più per fidelizzarsi gli ascoltatori, soprattutto oggi con le condivisioni esponenziali che corrono sul web già dalla notte stessa. Bizzarra coincidenza: i vincitori Mengoni e Arisa sono stati entrambi i primi ad essersi esibiti nelle rispettive prime serate 2013, 2014. 2) Ha senso smuovere masse di televoti nei primi giorni per stilare la classifica che determina il podio e poi far votare il vincitore negli ultimi minuti dell’ultima serata? 3) È ora di andare oltre al televoto. Perché non integrarlo con i tweet, le votazioni tramite app e le visualizzazione su Youtube nei giorni della kermesse? (E qua andrebbe fatta una riflessione generale su quanto si possa basare il successo commerciale di un programma solo da un vetusto share e sul perché non prendere in considerazioni anche le interazione sui social).

[Sanremo 2014/4]. Questo Festival non s’ha da fare…

Genitori che assalgono figli. Il one-family-show di Rocco Hunt.
Genitori che assalgono figli. Il one-family-show di Rocco Hunt.

La quarta serata del Festival era l’occasione per accaparrarsi il pubblico giovane dopo tre apologie della terza età. Infatti l’”esercito” di Mengoni – composto in gran parte da Beliebers e Directioners – aveva lanciato in cima ai topic trend di Twitter l’hashtag #MengoniOspiteSpecialeSanremo2014 già nel tardo pomeriggio. Gli autori, invece, si sono ben guardati dal cogliere l’occasione, giocandosi la carta del super ospite subito: l’hanno buttato dentro al minuto 0.01 senza nemmeno la suspance della presentazione. Doveva essere messo a tarda serata per mantenere incollato il pubblico giovanissimo, ad esempio facendo cambio con Gino Paoli (anche se avrebbe implicato l’ennesimo inizio lento/sofisticato). L’errore sta nel non aver capito che Mengoni oramai vale quanto la Pausini e Ferro.

Il ciclo delle marchette prosegue con Luca Zingaretti chiamato per parlare della sua prossima fiction e, ah sì, per rifilare un altro sermone sulla bellezza. Non se ne può davvero più! La superficialità con cui questi spazi pseudo-riflessivi sono appiccicati alla scaletta è irritante. Portare in tv sprazzi di lectiones magistrales non aiuta ad essere colti, solo posticci. Qualcuno dica agli autori che Sanremo può anche limitarsi a parlare di musica: fare bene questo sarebbe già un buon risultato! La bellezza è scrivere un programma che non coli ascolti verso le tv digitali (mia madre, fan di Sanremo, si è messa a guardare le ricette su Arturo mentre “Montalbano” indossava i panni di Dostoevskij).

Per una volta i giovani finiscono di esibirsi alle 23. Alleluia. Le nuove proposte si confermano il momento migliore del Festival e non si capisce perché ritaglino i loro spazi dalla gara dei Big come fossero qualcosa di cui sbarazzarsi in fetta. Piacciono al pubblico e producono più interazioni sui social network di Giuliano Palma. Il concetto di start-up canoro andrebbe rivalutato.

La vittoria di Rocco Hunt pone un quesito: è possibile vincere al televoto contro un concorrente del Sud? È innegabile che la miscela tra iper-patriottismo e teledipendenza meridionali dia loro man forte. Ad ogni modo, complimenti a Rocco Hunt, anche se personalmente preferivo il klimax struggente di Diodato. Gusti.

Che fine ha fatto la comicità? Sanremo lo si guarda anche perché è l’apogeo dei comici. Dopo 3 serate di sola Littizzetto, che peraltro ha sparato le cartucce migliori nella prima serata, c’è grande attesa per il matador Enrico Brignano chiamato a fare il Crozza dell’occasione. Mai aspettativa fu più delusa. Canta e basta: performance sufficiente ma non calamitica, nessun monologo da scompisciate. Anche lui pubblicizza il suo spettacolo e se ne va. Doveva essere il momento acchiappa ascolti alla Benigni, e invece sarà presto dimenticato.

Apprezzabile – ma non indimenticabile – lo sketch col Mago Silvan: ce lo si poteva giocare di più, a sto punto eliminando Brignano. Inserire l’elemento magia nel diverbio casavianelliano Fazio-Littizzetto aveva del potenziale.

Tra le esibizioni amarcord dei big, degna di nota è quelle tecnologica della Ruggero accompagnata dalla sua orchestrina di 6…tablet. Un’esecuzione 2.0 suggestiva e contemporanea. Meglio non diffondere troppo la moda o dal prossimo anno gli orchestrali sanremesi andranno a far compagnia agli esodati. Il pubblico e la sala stampa stravedono per il momento “De André canta De André”. Anche qua, gusti.

Ultima nota. È stata la serata dei duetti e i Big hanno cantato quasi solo canzoni italiane di morti. Ok gli omaggi, ma questo costante clima cimiteriale comincia a diventare davvero pesante. Di nuovo, anti-giovani.

[Sanremo 2014/3]. Ma li pagano gli autori?

Dopo l'anno delle selfie, l'auto-foto si impadronisce anche del vetusto Sanremo
Dopo l’anno delle selfie, l’auto-foto si impadronisce anche del vetusto Sanremo

Terza puntata di Sanremo 2014 e terzo inizio colto. Fazio dice che Sanremo è pop, eppure cerca di renderlo sempre più intellettualoide, di acculturare il pubblico di Rai1 (auguri!) appiccicando una bella parola all’altra. Ma cominciare almeno una serata con un sano e distensivo burlesque?

Rubino continua ad emozionare la metà della platea composta dai suoi parenti. Intanto su La7 è stato sospeso Servizio Pubblico: anche la politica teme l’Ariston. Alle 21,30 il festival ha già 10 minuti di ritardo. Mi chi minchia calcola i tempi? L’eterno Signore? Le fanno le prove o giocano a Shanghai con le bacchette di Beppe Vessicchio? Gualazzi ha conosciuto il bassista col cappuccio in banca, e si domandava perché brandisse un piede di porco. E poi Sinigallia: non poteva trovare un titolo che non fosse una canzone di Neffa (“Prima di andare via”)?

Adoro Luciana Littizzetto. Talmente tanto che ho rivisto le repliche di tutti i suoi “Che tempo che fa” almeno due volte; e questa è stata la mia rovina. Il monologo sulla bellezza è stata un collage delle sue battute di repertorio (compreso il “vaffa” alla donna bella). Per un fan è difficile nascondere la delusione; l’eccezionalità dell’evento esige che almeno i testi siano inediti come quelli dei cantanti; e poi possibilmente belli. Ne è uscito, invece, un pastone di, scoccia dirlo, retorica. Non si capisce perché si debbano accusare i belli o i rifatti di tutti i mali del mondo. Che senso ha concludere dicendo che se i ragazzi di oggi danno fuoco ai senzatetto è perché hanno visto troppi cartoni animati dove non ci sono down o perché le madri non hanno spiegato loro perché ad alcuni manca un braccio? Mi è sembrato un moralismo strappa applausi un po’ da bar. Forse si è adagiata sugli allori del bel monologo sulle donne dell’anno scorso.

Che tempo che fa”, poi, prova ad impossessarsi del palco quando meno te lo aspetti, compreso con la storia dell’arte. Di nuovo: ma un sano burlesque no?! Questo festival ha un problema di autori: o li hanno pagati poco, o si sono concentrati poco, o forse anche loro si sono adagiati sul successo dell’anno precedente. Resta il fatto che la creatività se la sono dimenticata a Milano. Unico fatto rilevante della serata la gag dei finti contestatori che si trasformano in cantanti: l’unico sprazzo di originalità in questo 64esimo melenso bianco-e-nero.

Fazio: “Adesso pubblicità e subito dopo Renzo Arbore”. Che bello sapere di avere 20 minuti per fare la cacca. Gigi D’Alessio si è impossessato di Renzo Arbore e tra il pubblico della Sanremo bene c’è il deliro, a riprova di quanto basti una minestra riscaldata per mandare in visibilio l’anziano medio italico. [PARENTESI DEL GIOVANE VIAGGIATORE PRECARIO INDIGNATO – A proposito del vecchiume, Arbore ha rifilato la classica frase leccaculo strappa applausi “l’Italia è il paese più bello del mondo”, che onestamente mi ha rotto le balle. Questa Italia che sa solo guardarsi l’ombelico e dire quanto è bella, mentre cola a picco. Mi preoccupa seriamente chiunque dica a se stesso di essere il migliore del mondo, chi si accontenta di quello che ha senza fare autocritica, senza migliorare (ogni riferimento alla politica non è puramente casuale). Il giorno in cui qualcuno dirà che ne abbiamo tanta di strada da fare per arrivare ai livelli di civiltà di altri paesi, quello sarà un bel giorno. Non basta il Colosseo per dire che siamo belli. Ps – I 3/4 di chi dice che siamo il paese più bello del mondo non ha mai mosso il culo da casa, o al massimo si chiude nei villaggi Alpitur dell’Egitto. CHIUSA PARENTESI]

Con Luca Parmitano l’orgoglio va alle stelle – che lui conosce bene. L’astronauta rappresenta il meglio del paese ed è davvero un peccato che non ne incarni il cittadino medio. Genuino, profondo, emozionato, tenero, appassionato, professionale e sorridente: con lo sguardo che sfiora sempre l’orizzonte, il pensiero rivolto ai bambini. Era il caso di dargli più spazio sottraendolo magari a qualche frase fatta incollate qua e là.

Super ospite: Damien Rice, e con lui, che si è persino fermato a chiacchierare con me e altri alla fine di un suo concerto, mi sfondano una porta aperta. La direzione artistica di questi anni ha avuto più gusto negli ospiti stranieri che nei cantanti in gara. O forse semplicemente la musica anglosassone è di tutt’altro livello. (Sì, accendo la B).

È mattina e leggiamo i dati degli ascolti. Il festival continua a calare: 7,7 milioni di ascolti contro l’1,1 milioni di Masterchef, in onda su una tv a pagamento! Urge un’autoanalisi perché è evidente che il costane amarcord sanremese continua a perdere colpi contro il linguaggio contemporaneo delle ex tv di nicchia.