[Sanremo 2014/2]. La voglia di guardare le repliche di La5

Momento balck and white nel Sanremo anti-Bieber
Momento balck&white nel Sanremo anti-Bieber

Pif rimane un genio. Dopotutto a me piace fare lo stesso genere di cose. Inizio buono del festival con il momento balck and white di “Non è mai troppo tardi”, programma in cui Manzi insegnava agli italiani analfabeti del dopoguerra a leggere e scrivere. Poi però si svela la triste realtà; nessuna missione sociale degli autori, ma solo una marchetta per la prossima fiction Rai su Manzi. Quello che poteva essere uno spunto audace per parlare dell’analfabetismo di ritorno in Italia scade nella prostituzione festivaliera più retorica che ci sia. (Ps: i ringraziamenti a produttori e registi interessano allo spettatore quanto le analisi del sangue di Giuliano Ferrara). Una citazione manziana da tenere a mente è “siate padroni del vostro senso critico e nessuno potrà mai sottomettervi”, che non fa mai male scordarsi se si ha il diritto di voto.

La partenza è stata intellettualoide, ma il pubblico di Rai1 si sa, se ha completato le elementari è già tanto. Virata di massa, dunque, sulle repliche di “Uomini e donne” di La5. E per chi non si fosse accontentato della Carrà, eccoci le aste del microfono della Merkel: le gemelle Kessler. Nelle geriatrie d’Italia gli anziani riscoprono tra le gambe movimenti sussultori che non percepivano più dai tempi della signora Longheri.

Francesco Renga canta da 10 anni la stessa canzone invertendo le parole. Per fortuna la seconda gli è stata confezionata dalla cazzutissima Elisa, e infatti è quella che passa. Arriva Giuliano Palma, l’apri concerto di ogni ballo di gruppo; a fine serata registrerà un tutorial sull’alligalli. Entra sul palco Armin Zoeggler, il campione olimpico di slittino, e devono sbrigarsi ad intervistarlo perché avendogli tolto lo spinotto del caricabatterie ha un’autonomia di pochi minuti. Sembra un robot. A fine intervento lo riporranno nell’apposita custodia.

Noemi è strafatta di acidi, sempre più rock and roll. È vestita come la principessa Leila di Star Wars e al collo ha una gruccia (un appendiabito). Sbaglia l’attacco e se ne fotte, si sbraccia, ride e fa sollevare e battere le mani al pubblico in sala anche se parla di morte. Un mito. “La bellezza è il quasi nulla”. Belle frasi buttate qua è là in questo festival; Fazio ci dà e ci ridà per far capire che il tema di fondo è la bellezza, ma i vari momenti sono attaccati con lo sputo. Il conduttore poi si perde nella geografia: “Sanremo viene trasmesso anche in Australia. In tutti i continenti… A no, manca l’Oceania”. Qualcuno gli dia le repliche di Manzi!

Anche Renzo Rubino, come Renga, a fine canzone chiede al microfono “acqua… ACQUAAA”. Qualcuno abbassi il riscaldamento dell’Ariston. La sua seconda canzone è forse la più bella del festival, e puntualmente non viene scelta dal televoto. Toccherà la stessa sorte a Ron, che quando lo inquadrano dal basso ha più peli lui nel naso di una porno star anni 80 sul pube.

Arriva Franca Valeri ad illuminare il palco coi suoi 93 anni. Genuina e simpatica. Era inevitabile che il tremolio della voce provocasse lo sfottò della rete. Io alla sua età diograzia se mi ricorderò ancora come mi chiamo. In ogni caso se volevano abbassare gli ascolti ci sono riusciti: questa sera tra lei, le Kessler e Baglioni hanno decretato la scomunica della generazione Justin Bieber. Pippo Baudo deve essersi impossessato della scaletta. Claudio Baglioni si è fatto il lifting anche alle corde vocali. Parte con “quella sua maglietta fina” ed è un tripudio di collant e reggiseno in sala. La sua è una delle più belle frasi della serata, “la musica è un’architettura senza edificio”. Ah, questi architetti! Sinigallia per quel che mi riguarda può anche tornarsene a Senigallia, e aggiustarsi il cognome. La pallavolista della nazionale è talmente alta che potrebbero usarla come paraspifferi dell’arco di Costantino. Canta quello delle Vibrazioni, che ha più denti che bocca. Con Rufus Wainwright si arriva al momento gay-friendly del festival, ma piuttosto che scardinare il bigottismo di Rai1, riesce soprattutto nell’intento di dimostrare una delle più belle voci maschili di sempre. E di nuovo, gli anni luce che intercorrono tra noi e l’estero.

L’orologio suona la mezzanotte, arriva la scritta “seconda parte”, Fazio dice “e ora inizia la gara dei giovani”… che nel frattempo hanno messo su famiglia. Bravissimo Diodato con la sua “Babilonia”, che passa. Non male anche il figlio d’arte Graziani, che se ne torna però a Rimini. Bocciata anche Bianca, la sosia di Megan Fox, o meglio, di una che se l’è mangiata.

[Sanremo 2014/1]. In geriatria si gode.

L'arrivo degli anziani a Sanremo per alzare la share
Anziani a Sanremo per alzare la share

Sanremo ancora deve cominciare e c’è già Grillo per strada che minaccia incursioni all’Ariston. La Rai dovrebbe staccargli un assegno per gli ascolti. Prima dell’inizio #beppeasanremo è già il primo topic trend di Twitter che si rivelerà di buon auspicio tra 3…2…1… Il sipario non si apre. Ed è già il mio Sanremo preferito. Fazio entra nel buio, però qualcosa puzza: il suo monologo sull’Italia che dovrebbe risollevarsi è troppo cucito addosso al sipario che non si apre e che poi magicamente si risolleva proprio quando dice come l’Italia dovrebbe risollevarsi… bah. Pensiate sia finita? No. Come d’incanto si materializzano due folli da un’impalcatura che minacciano di buttarsi. Ok, se prima avevo qualche dubbio, ora è tutto chiaro: è tutto finto. Come quando il primo aereo si schiantò sulle Torri Gemelle non si sapeva bene che fosse successo, poi arrivò il secondo e fu palese che si trattò di un attentato. A Sanremo gli autori si sono travestivi da mujahidin. E intanto Pippo Baudo a casa si dimena: “I tentati suicidi li ho inventati io!!!”.

Stranamente il monologo di Fazio prosegue riuscendo ad incastrare perfettamente anche il contenuto della lettera che i due operai hanno chiesto di leggere. Fazio parla di improvvisazione, ma le sue scarsi doti recitative lo tradiscono… Ad ogni modo, gli ascolti partono in tromba. Le luci si accendono e rivelano una scenografia comprata all’Ikea. Devono aver raschiato il fondo dei magazzini di Cinecittà per metterla in piedi. Tema: il Neoclassico con inserti post-industriali, la cosa più economica che potessero concepire. Poi entra il nonno di Ligabue che canta in ligure e ti rendi conto che più che “balliamo sul mondo” dovrebbe cantare “mangiamo la mela cotta sul mondo”.

Passa un’ora e ancora non si è esibito nessuno. Sanremo è quel programma che serve alla Rai per fare cassa con 2 ore di pubblicità e qualche inserto canore ogni tanto. Dopotutto il panorama musicale italiano/sanremese è talmente inutile che è quasi meglio veder ballare la Tatangelo nella spot di Coconuda.

La prima ad esibirsi è Arisa, che ha scoperto di avere le tette. L’incidente degli operai deve averle attivato gli airbag. Passa “Controvento”, con una bella strofa, ma un inciso debole. Ma per me lei potrebbe cantare bene anche un manifesto funebre. Si manifesta Tito Stagno, quello che conoscono solo chi, sezionato, ha più cerchi di una sequoia. Commentò l’allunaggio nel 69 quando ancora il 69 era solo una data. Franky Hi-NRG deve smetterla di rubare le canzoni allo Zecchino d’oro. E con la seconda canzone Franky “pedala”, ma fuori dall’Ariston. Tania Cagnotto è ancora incazzata come una iena da Londra 2012 – e il bronzo mancato per un soffio – e sfonderebbe la scalinata a colpi di doppi-avvitamenti carpiati. Saluta i due che si volevano tuffare all’inizio, suoi compagni di squadra, e la rimettono a bagno nel cloro.

Laetitia Casta avrà pure raddrizzato i denti dal ’99, ma ci vuole ancora il flessibile per sbiancarli. Ma che minchia si fuma? L’asfalto? Fazio si sforza a recitare, ma proprio non ingrana. Il duetto ha fatto cambiare canale al Molise. Datemi l’email di chi gli ha fatto credere che potesse cantare per mezz’ora che lo spammo. Sono le 10,30 pm, il festival è iniziato da 2 ore e si sono esibiti solo due cantanti. Il copione continua a recitare “uno starnuto – una pubblicità”. A parte qualche battuta della Littizzetto, parte come il Sanremo più fiacco di sempre. E intanto su La7 Mentana rischia tutto con l’intervista a Renzi di Alan Friedman, il giornalista più sopravvalutato della storia.

 Scende da Marte la Ruggiero, appena liberata da un sarcofago. Le sue canzoni c’entrano col panorama musicale italiano (e umano) come i crauti con la crostata. Gualazzi, invece, rimane un genio. Anche se era meglio l’anno scorso. E poi perché è andato a cercare un bassista fra i black-bloc?

Fermi tutti. È arrivata la bisnonna di Britney Spears. Carramba che artrosi. La Raffa si esibisce dal vivo, e negli ospizi italiani non serve più il viagra per risvegliare le membra dal torpore. De André jr. facci un favore, drogati! Figli d’arte che starebbero meglio ai karaoke di Cernusco sul Naviglio. Entra in scena la Capotondi e temo per il pacco di Fazio; lei ha da poco confessato di non fare sesso da un anno. Fabio, scappa o ti mette incinta. Le Perturbazioni sono il gruppo in quota grillina della serata. Stonature comprese. I Beatles si impadroniscono di Cat Stevens, e meno male! Il suo Father and Son è il momento migliore della serata e ci ricorda quanti anni luci intercorrono tra la musica anglosassone ed Al Bano. Tutti in piedi per acclamarlo, poi dice che si è convertito all’Islam e l’Ariston si atrofizza. Cala il gelo nella bigotta Rai1. Giusy Ferreri chiude e per fortuna ha iniziato a cantare in italiano. Una ola parte dalla Liguria.

Ogni anno ci riprovano con la cartolina su Sanremo per invogliare i turisti, i quali ogni anno puntualmente non se la cagano. Perché Sanremo e Sanremo.

E quel “faccione” di Renzi se la ride

di battisti chi - renzi
“Di Battista chi?”

Il grillino Di Battista alle Invasioni barbariche dalla Bignardi è convintissimo: «E facciamocela questa domanda. Mi chiede se potrei essere il prossimo presidente del Consiglio? Certo!». Al che la conduttrice gli offre su un vassoio d’argento l’occasione (che mai più riavrà altrettanto facilmente) di dimostrare, senza contraddittorio (!), di essere meglio del più quotato di tutti: Renzi.
E cosa afferma il buon Di Battista per convincere l’elettorato di La7? «Renzi ha un faccione falso. Io credo negli occhi delle persone
»…………….Sicché la reazione mi sorge spontanea: ma fa l’oculista?

Ma che argomentazione è? Che statista!, anzi, che catechista!

É un gran peccato vedere un giovane – che si crede meglio dei vecchi – con tanto fervore e voglia di fare, tutto convogliato nello sterile bidone dell’insulto, della fregnaccia da bar. Aveva l’occasione d’oro di affossare Renzi su qualsiasi punto della sua linea politica – il piano lavoro, i diritti, la visione dell’economia, il premio di maggioranza… qualsiasi cosa. E invece non ha resistito al richiamo della pancia. Servendo un assist a quel «faccione» di Renzi che ora se la ride.

“The bling ring” e gli attori che vanno a sverminare cani

bling ring
Hollywood. Evoluzione di Hermione Granger (Emma Watson) in Paris Hilton

Sofia Coppola si conferma la regina dell’inazione, campionessa di film dove non succede nulla. I sofisticati del cinema-bene lo chiamerebbero minimalismo narrativo per sottendere l’ineludibile costrutto sintattico che si cela dietro la storia. La merda.
Base di ogni film, o libro, o cinepanettone che si rispetti è l’evoluzione narrativa. Si parte da una punto A, sopraggiunge qualcosa che scompagina, turba la quiete – i marziani, l’anello del potere, Hagrid su una motocicletta… Qualcosa deve succedere, perdio! Così che i personaggi possano mettersi in gioco, evolversi, imparare qualcosa e trasformarsi, nel bene o nel male. Da Simba a Charlize Theron in Monster.
Il film della Coppola sembra più un tutorial per ladri, un documentario sullo scassinamento di case di lusso. Dopo il primo furto, il film non fa altro che ripetersi facendo quasi venire voglia di afferrare un piede di porco… per spaccare lo schermo e dire, muoviti trama, muoviti! In genere vale la regola del 3: alla terza volta ti beccano. Qua invece ai protagonisti va sempre di culo per un’ora e venti di film, fin quando alla fine, mentre stai per starnazzare e digitare il 911, li beccano (alleluia), ma senza finale col botto o corsa al Monte Fato per distruggere lo smartphone del potere. Niente di niente. Tutto è prevedibilissimo, ed è un peccato, perché la Coppola sa costruire bei personaggi (penso a Marie Antoinette o alla coppia Scarlett Johansonn – Bill Murray in Lost in translation). Ruoli che affascinano nel primo quarto d’ora, poi sprofondano nella stasi. È come se il resto della pellicola ruotasse attorno ad un buco nero che ne risucchia la sceneggiatura. I personaggi di Coppola junior sono come belle donne che mettono il tacco 12 per mescolare la cassoeula o per portare a sverminare il cane. Che spreco!
Il film vorrebbe parlare di come i giovani benestanti proiettino negli oggetti i loro idoli attraverso una trasgressione che dà significanza al loro essere. Ma non ci riesce; fatica ad indagarne la psiche dei ragazzi e a darne un resoconto veritiero, o per lo meno interessante. Vuole anche essere un carosello del lusso, ma in questo ci riesce molto meglio, uno fra i tanti, Il diavolo veste Prada. Tecnicamente lo stile registico coppoliano mi piace molto, ha un che di arte contemporanea. Ma manca la storia, come nell’arte contemporanea. Manca la psicologia dei personaggi. (voto 5,5)

Ps – Hermione Granger in versione Paris Hilton è un tuffo al cuore.

X-Factor 7, finale internazionale

xfactor 7
Lo show imponente di Sky è un Sanremo 2.0

 

Ancora non mi spiego come Rai2 possa essersi lasciata sfuggire una gallina dalle uova d’oro, anzi, dalle note d’oro come X-Factor. Con Sky, il talent è riuscito persino a migliorare in tutto: qualità della produzione, dei cantanti, della conduzione: del format in generale. Nessuna nostalgia, dunque, per il periodo Rai. Dopotutto 2 milioni di telespettatori nella finale (8,8% di share) e 5 milioni di voti sono numeri da capogiro per una paytv. Neppure la borbottante Mara, svendutasi ai marmocchi di Canale5, viene più di tanto compianta. Sarà l’organizzazione sempre più imponente, il finale monumentale al Forum di Assago, gli ospiti prestigiosi, o Mika – il vero vincitore di #XF7 -, anyways questa edizione pare, fra tutte, quella con lo stile più internazionale. Dirò di più. Rischia persino – e finalmente – di avere effetti benefici sull’internazionalizzazione della musica italiana. Basta guardare agli stili musicali dei finalisti: rhythm&blues per Aba, pop/country quello di Violetta e rock/hiphop per gli Ape Escape. Il più “italiano” di tutti è il vincitore, Michele, a riprova del fatto che il pubblico italiano rimane, in fin dei conti, ancora “italiano”. Tutto, però, fa ben sperare in una ventata di freschezza post-pausiniana e post-ramazzottiana. Lo stesso bravo mr. Bravi, in realtà, “mi è arrivato” molto di più con i brani in inglese (Mad world da brividi).

I giudici non si picchiano più – e anche qua, finalmente. La musica torna al centro. A parte un’estemporanea sfuriata di Elio (peraltro non da lui), l’alchimia sul tavolo di luce si è sempre più modellata sullo stile di X-Factor USA: più amiconi e pronti ad investire gli adepti dei colleghi con sonori complimenti. (Il “sei falsa Simona cazzo” deve aver convinto ad un’inversione di behavior). Le personalità vulcaniche sono pressoché rientrate nei ranghi. Simona prosegue con i suoi commenti manichei (“mi hai emozionato”, “non mi hai emozionato”). Elio, forse un po’ più smorto del solito, rimane Elio. Mika è uno spasso. Nulla da eccepire su Morgan; dopotutto chi “vince” 5 edizioni su 6 partecipazioni ha sempre ragione.

La mia conclusione è che X-Factor Italia non abbia oramai più tanto da invidiare alla sorella americana. Né per la Britney (Mika le dà il giro), né per la qualità dei cantanti o spettacolarità dello show. Un’edizione sempre più digitale e social, a riprova che, nel mondo televisivo 2.0 , per far parlare di sé non basta più solo il dato numerico degli ascolti, ma anche la viralità in rete. #XFactorItalia può sempre crescere, ma la direzione imboccata è quella giusta.

Pagelle dei telefilm americani

pagelle telefilm

Con una cultura delle serie americane ferma a FriendsSex and the cityAlly McBeal C.S.I. era ora che mi aggiornassi e ho deciso di prendere la cosa pretty seriously. Taccuino alla mano, polso allenato e chiavetta USB conficcata nel televisore pronta a trasmettere le puntate pilota dei più celebri telefilm degli ultimi anni, mi sono fatto un’endovena di tv come Neo che si infila la presa nel braccio per imparare il ju-jitzu. Ne è uscita una classifica (non richiesta) molto difficile da stilare: i vari HBO, ABC, NBC hanno raggiunto una qualità artistica mai vista prima, spesso degna del cinema. La classifica si basa esclusivamente sulla voglia che ciascun episodio 01×01 mi ha trasmesso di passare al successivo. Popolo dei tv show americani, che ne pensate?

Premesse alla lettura: 1) si tratta di un giudizio SOLO sul primo episodio di ciascuna serie; 2) è un esperimento che sarà seguito da una classifica a fine serie per vedere chi è partito in pompa magna ed è andato a scemare e chi il contrario; 3) i primi 5, se non 7, sono praticamente sullo stesso gradino del podio.

  1. The walking dead
  2. House of cards
  3. The newsroom
  4. Misfits
  5. Breaking bad
  6. Lost
  7. Suits
  8. Desperate housewives
  9. American horror story
  10. Scandal
  11. The killing
  12. The big bang theory
  13. Dexter
  14. Fringe
  15. Friday night lights
  16. Game of thrones

Segue un mio personale giudizio su ciascun telefilm, con tanto di voto tecnico (che non rispecchia per forza l’ordine della classifica). Sono tutti ottimi. L’unico che mi ha annoiato e poco convinto è l’ultimo.

House of cards – 9,5. Il complottismo che seduce
Un ritorno strepitoso per Kevin Spacey, maligno ed intelligente come in American Beauty. Brillante l’approccio metalinguistico col quale l’attore si rivolge al pubblico trascinandolo dietro le quinte della narrazione per condurlo ad una posizione privilegiata di comprensione. Spacey è la chiave d’accesso al mondo che tutti vorrebbero spogliare e vedere dal di dentro, quello della casta. Ci si ritrova, qui, ad essere sedotti dal potere stesso e persino a tifare per il protagonista, il capo dei complotti, quando nella realtà sarebbe oggetto di scherno sui social network. Dietro la cinepresa si riconosce lo stile impeccabile del regista di Fight Club e Seven. La scenografia è tetra e curata. L’azione si svolge sempre from dusk till dawn, l’orario delle malefatte. Le immagini sono così belle e studiate che meriterebbero di essere viste al cinema. Fotografia e regia da 10 più.

The newsroom – 9,5. Una lezione di sceneggiatura
Il suo è il migliore inizio di tutti, grazie anche alla mirabile interpretazione di un introspettivo Jeff Deniels. Un climax di 8 minuti basato sull’arte oratoria; e la potenza della parola è la forza di tutto l’episodio. Dopotutto, quando si parla di giornalismo, la scrittura deve essere bellissima: i dialoghi sono serrati, magnetici e mai scontati. L’ambiente in cui si svolge l’azione è unico, eppure mai claustrofobico, anzi, vivo: dopotutto si è nel cuore della notizia.

The walkind dead – 9. Gli zombi funzionano sempre
Un bell’esempio di come tenere il ritmo e la tensione senza dialoghi. L’angoscia apocalittica è palpabile, le poche conversazioni sempre sospirate. Bella la fotografia e alcuni piani sequenza, ma anche la scelta dei silenzi e dei suoni. Apprezzabile il fatto che non si abusi degli zombi in continuazione per creare suspense, come avviene in altri horror di bassa qualità, ma si focalizzi sulle angosce e complessità dei protagonisti che aiutano nell’immedesimazione. Una qualità artistica degna del proiettore, sulla scia di film come “28 days/weeks later”.

Breaking bad – 8,5. Un uomo molto rock
Un’interpretazione magistrale: negli occhi dell’attore si legge tutta la complessità psicologica richiesta dalla sceneggiatura. Il protagonista scopre improvvisamente di essere un malato terminale, ma il risvolto non è melodrammatico, bensì elettrizzante. Infatti si trasforma in un cattivo ragazzo, molto più vivo ora che sa di dover morire rispetto alla sua precedente vita ordinaria. Le persone che non hanno nulla da perdere e che si ribellano agli schemi si trasformano facilmente in ottimi soggetti per lo schermo. Una trama che fa venire decisamente voglia di vedere fino a che punto può spingersi questa icona rock di mezz’età che ingloba in sé tutta la nostra brama di ribellione.

Lost – 8,5. Un’isola e i segreti dell’io
Il naufragio. L’ignoto. La sopravvivenza. Temi che hanno già funzionato e affascinato attraverso la letteratura e il cinema, e che mettono in risalto l’artificiosità dell’uomo occidentale nei confronti della natura selvaggia e la sua distanza dalla condizione originaria di bestia. Ora è la volta di un telefilm ad affrontare questi temi e il risultato è ottimo. L’incipit è una calamita: si parte da quello che è in genere il momento di maggiore tensione in un film catastrofico: il disastro aereo e l’isola sperduta. Un misto fra Cast Away, Cuore di tenebra e Jurassic Park. Appunto, la descrizione del naufragio, i risvolti psicologici e una natura matrigna leopardiana che sbrana i superstiti.

American horror story – 8,5. Impeccabile
Una palestra di stile: montaggio raffinato, belli i movimenti di camera e la fotografia ricercata. C’è una cura quasi maniacale per l’inquadratura che dimostra di essere sempre molto pensata. Un esempio di come far recepire un’emozione attraverso l’immagine.

Misfits – 8. Il soprannaturale in stile British
Il look visivo della serie è subito identificabile grazie allo stile della fotografia e al set di colori: l’arancione delle tute dei ragazzi emerge dai grigi metallici dello sfondo. L’immagine è contrastata, spesso sfumata ai bordi per dare risalto ai primi piani. Lo stile giovanile dato dai protagonisti, dalla ripresa dinamica con la camera a mano e dal tema dei super poteri lo rendono un teen-fantasy-horror drama.

Suits – 8. Il cinismo che seduce
Dialogo, dialogo, dialogo. Voli pindarici fra tesi e confutazione. Dopotutto per degli avvocati spietati della Grande mela la parola è potere: le conversazioni sono affilate come punte di lancia. I protagonisti vivono in una dimensione in cui tutti vorrebbero stare: sono tutti belli, ricchi, ben vestiti, hanno sempre la risposta pronta e successo. Se Breaking bad è rock questo è alternative.

Desperate housewives – 8. Carry, Samantha, Miranda, Charlotte…accasate
Una strada, un teatro (che ho avuto il privilegio di visitare). La via tutta infiocchettata con le case curate come bomboniere e i giardini tosati ogni giorno sono la metafora dell’ipocrisia americana delle periferie: famiglie che fanno a gara di perfezione le cui vite presentano una facciata finta quanto la loro scenografia. Si percepisce la complessità psicologica delle protagoniste che vogliono forse rappresentare una risposta suburbana alle più metropolitane e scapestrate ragazze di Sex and the city. Brillante la trovata della voce narrante appartenente ad un personaggio che ha solo 2 minuti di vita nello schermo. Una commedia dalle note noir.

The killing – 8. Un crimine sotto la pioggia
La dimensione ricreata è molto suggestiva grazie alla forte presenza del clima e della città: la pioggia scrosciante, gli edifici grigi, le melodie minimal e l’odore del crimine. Persino il sole, quando spunta, impallidisce. Ci sono alcuni bei movimenti di camera come l’interrogatorio separato ai due genitori unito da un unico piano sequenza. La protagonista detective è molto efficace soprattutto nei silenzi grazie all’intensità del suo sguardo.

The big bang theory – 8. La rivincita dei nerd
Dialoghi geniali con botta e risposta da enciclopedia. È il ritorno della migliore sitcom domestica dopo Friends: stesse ambientazioni, stessi punti di vista su soggiorni e pianerottoli e stessi 20/30enni imbranati. Il protagonista più alto è fenomenale, ha delle movenze alla Rowan Atkinson.

Scandal – 7,5. Gladiatori in suits
La risposta più politicizzata a Suits con un tocco di freddezza investigativa alla C.S.I. La camera a mano rende la narrazione più nevrotica, come l’azione dei protagonisti: macchine da guerra tra i corridoi della Casa Bianca. Ritmo sostenuto per un mondo dove i sentimenti rimangono ad aspettare fuori dalla porta.

Dexter – 7,5.
Il protagonista non è abbastanza ambiguio per il ruolo richiesto dalla sceneggiatura. Trama intrigante perché porta gli spettatori ad un livello di conoscenza del mistero superiore a quello degli altri personaggi, ma non sufficiente per svelare l’arcano.

Friday night lights – 7. Il reality dello sport
La telecamera a mano costantemente fluttuante e l’accento texano fanno di questo racconto sportivo un reality show che va a spiare gli atleti a casa e negli spogliatoi. Il montaggio è fluido anche nei passaggi veloci nonostante l’instabilità della telecamera. Le parti mute con la musica astratta e drammatica in stile Crash di Mark Isham sono le più belle. Un telefilm che vuole rendere arte anche la pratica rude del football e fare delle persone di tutti i giorni degli eroi attraverso la drammatizzazione delle loro vite. Nota: ma perché pregano sempre?!

Fringe – 6,5. FBI e fantascienza
Uno stile che non mi ha entusiasmato per originalità: corse contro il tempo già viste e non particolarmente innovative. Le qualità tecniche sono però in generale buone e la trama si fa seguire.

Game of thrones – 5,5. Il ritorno di Boromir
Inizio poco convincente. Sceneggiatura debole, talvolta banalotta. Pregevole il modellino animato della sigla che colloca geograficamente la scena. Un mix di generi – storico, fantasy, horror – e una partenza che cita Il gladiatore: neve, boschi e cavalli.

Il reality della politica in crisi – intervista a C. Freccero

freccero

La tv è in continua evoluzione. Dai tempi in cui fungeva da elettrodomestico fino ad oggi, dove si trova a sostituire il Parlamento. C’è stato l’avvento del digitale con la sua galassia di canali, e l’apogeo della rete. «La tv non è più centrale. Non vige più il momento tolemaico in cui la tv generalista era la sola a dettare legge», sostiene Carlo Freccero, la cui ultima fatica letteraria si intitola eloquentemente Televisione, e snocciola tutto ciò che orbita dentro e attorno all’etere.
Carlo Freccero, tra digitale e nuovi media la tv è in rivoluzione. Quale stagione sta vivendo e quali sono stati i suoi cambiamenti strutturali?
«La tv è un sistema convergente, integrato con gli altri media, innanzitutto attraverso il digitale, ovvero un alfabeto che ha permesso di mettere assieme tutti i media. Ora si assiste alla tendenza di ibridarli tutti. La cosa curiosa è che il mercato lavora già in questa direzione. Vi saranno grandi terremoti, perché chi oggi è editore di mono-media sente maggiormente la crisi e dovrà integrarsi con quelli nuovi: i gruppi editoriali saranno sempre più importanti».
Quali le particolarità italiane?
«Da noi la tv rimane ancora il centro di gravità fra i media, per via del grande consumo di tv che se ne fa, soprattutto di quella generalista. Questo per via del tipo di popolazione: anziana, legata alla tradizione e dove l’analfabetismo di ritorno è molto importante».
Dal duopolio Rai-Mediaset alla galassia del digitale, com’è cambiato il modo di guardare la tv?
«In Italia c’è un problema di ‘digital divide’. Un primo pubblico guarda la tv come se consultasse internet. Ognuno ha il suo canale, così come ciascuno ha un suo stile di vita, un suo social network. E poi c’è un tipo di pubblico che vede ancora il telecomando fermo a sette canali, se non sei. L’influenza della tv su quest’ultima fascia di popolazione è maggiore: qui la regola del minimo comun denominatore, ovvero del messaggio meno differenziato, più conformista, vince».
Qual è il ruolo di internet?
«La tv, in questa complessità, ha da fare i conti con internet. Premessa: c’è un’anomalia italiana di cui tutti quanti sanno, che chiamano conflitto d’interessi, ovvero la presenza pesante di Berlusconi come uomo politico ed editore. Oggi questa anomali è assediata dal mondo di internet».

La popolazione è sempre più attenta, critica e formata. Com’è mutato l’audience rispetto al passato?
«C’è una frattura netta tra digitale e generalista. La prima lavora sulla fiction, sull’immaginario, sulla serialità, e quindi genera un ascolto parcellizzato, un’attenzione di culto che crea ascoltatori-fan. Attinge al mondo della serialità, dei videogiochi…
Per la tv generalista, invece, che ancora è fondamentale, l’audience rimane capitale: attraverso di esso capiamo le tendenze della tv, crea condivisione avvalendosi di strumenti quali le grandi cerimonie mediatiche, la memoria storica e la politica, che rimane centrale».
Ecco, la politica. Quant’è la sua influenza sulla tv?
«È immensa. Nella tv americana la politica è diventata un nuovo genere di fiction, il ‘political drama’. Basti pensare a serie come ‘The newsroom’, ‘Scandal’, ‘House of cards’. La politica è diventata una grande sceneggiatura che dà luogo ad una lotta di potere. Per motivi di narratologia lo stesso potere è dominato dal complotto; la narrazione influenzata dall’atteggiamento complottistico che c’è su internet, e che oggi è fortissimo. (Questa è una cosa che non ho detto a nessuno)».
E in Italia?
«Qui la politica è vissuta più come un reality-soap, dove giorno dopo giorno non è più la politica protagonista, ma le storie dei politici, le loro avventure. La televisione è un dispositivo che ha semplificato la politica, che a tratti è melodrammatica, a tratti stanca come un reality, però è diventata un genere. La politica fornisce ogni giorno elementi di narrazione, di drammatizzazione, e quindi domina ancora la scena con i talk show. E ne approfitto per dire una cosa…».
Prego…
«Sono molto amareggiato per l’intervista uscita oggi (6 settembre, ndr) sull’Espresso dove il giornalista ha fatto le punte alle mie risposte dicendo che per me Santoro finisce con Berlusconi. Non è così. Sono un suo grande amico e l’ho chiamato subito».
Dunque cosa pensa di Santoro?
«Vi sono due principali modelli giornalistici che funzionano bene in Italia. Il primo è quello di Santoro, che ha creato una serie di allievi (Iacona, Formigli), ha saputo ibridare bene il talk con l’inchiesta cinematografica, oltre a saper mettere in scena il fuori campo del palazzo. Il secondo modello legato all’inchiesta dei privilegi del potere è quello della Gabanelli, molto forte e contemporaneo».
Secondo lei il politico che va in onda mette la tv al suo servizio o fa un servizio alla tv?
«La tv ha ridotto la politica a un teatro, ad un campo di battaglia. È un reality perché c’è sempre qualcuno che… che rischia di uscire… che… come si dice?».
Che va in nomination?
«Esatto. I partiti non contano più nulla. Contano i leader. Oggi un politico deve saper comunicare. La tv ha americanizzato la nostra vita politica. Bisogna essere dei leader oggi».
Alcuni esempi di leader?
«Grillo conosce bene la televisione ed è diventato un leader. Renzi è un ‘enfant de la télé’, figlio della televisione Anni 80 di Berlusconi. E poi c’è Berlusconi stesso, come tutti sanno. Tre protagonisti per cui la televisione è importante».
Nella crisi politica degli ultimi anni che ruolo ha giocato la televisione? Demolitrice o di supporto?
«Di sicuro la televisione ha cambiato la politica, perché il concetto di verità è stato sostituito dall’audience, dal sondaggio, dal leader, dal consenso. Viviamo nella sondocrazia, nella teledemocrazia. La quantità ha sostituito la qualità. L’audience è diventato il consenso. Ciò che conta non è più il discorso politico, ma la comunicazione».
E come lo vede il futuro della politica in tv?
«Oggi con questo ritorno al neorealismo dovuto alla crisi economica, alla fine degli anni dell’emporio… la fine della festa… beh credo che questa politica-spettacolo possa entrare in crisi. E me lo auguro. La politica in televisione ha bisogno di icone e di metafore. È entrata al centro la piazza che ha creato nuovi protagonismi televisivi, come Del Debbio e Paragone. La piazza si ibrida molto con i tweet e i social network».
E Formigli? Non è anche la sua una piazza?
«Beh, lui viene dalla scuola di Santoro. È un altro stile».
La tv come vive la crisi economica?
«Stiamo vivendo un periodo che io chiamo della ‘tv dell’emergenza’ dovuto alla crisi pubblicitaria e ad una situazione precaria sul piano politico. L’audience della tv oggi tende a strutturarsi come l’audience del ‘net’. Tutto ciò sarebbe positivo se ci fosse un mercato pubblicitario che sappia corrispondere a questa articolazione dell’audience. C’è una crisi molto forte della pubblicità e delle risorse, e chi ci guadagna ancora di più in tutto questo è la tv generalista, che ritorna, così, ai modelli degli anni passati, a format sicuri, programmi che hanno una storia e un pubblico. In questo contesto non riescono ad emergere i giovani e i nuovi protagonisti».
Ecco, i giovani: cosa occorre fare affinché i più anziani comprendano che ‘giovane’ significa ‘innovazione’ e per far sì che questi vengano coinvolti maggiormente nella produzione televisiva? Quale futuro vede per i giovani nella tv italiana?
«Mmm… Ci sono dei programmi che hanno lanciato molti giovani. Santoro ha creato Iacona e Formigli. Anche Vespa ha lanciato degli inviati…».
Però c’è una difficoltà nel rinnovamento…
«Eh sì… Vedo che i giovani hanno molta difficoltà ad arrivare in tv. In Francia tutti i conduttori passano attraverso la radio. Da noi non è così. L’unica giovane rivelazione di quest’anno è Iannacone».
Ovvero un signore, preparatissimo, ma di 51 anni.

La pagella dei programmi tv della campagna elettorale

pagelle tvUna campagna elettorale, si sa, non la fanno i manifesti sulle strade o le letterine inviate alle famiglie, bensì la televisione. Il 75 per cento degli italiani si è informato in questo periodo attraverso la tv (il 25 per cento solo ed esclusivamente per mezzo di essa, ovvero 12 milioni di elettori). Il 38 per cento che usa internet si rifa spesso a contenuti televisivi (video, repliche ecc). Diamo un po’ di pagella a questa televisione elettorale.

La grande sorpresa televisiva è stata Ilaria d’Amico che con “Lo spoglio” non si è di certo lasciata spogliare dai suoi ospiti, in particolare da Berlusconi verso il quale è risultata incalzante, preparate e super reattiva. Probabilmente la migliore intervista di questa campagna. Complice l’innovativo fact-checking finale, il voto è alto: 9. “Bersaglio mobile”. Mentana è un numero 1. Sa fare domande non accomodanti, ma non riesce ad estrapolare molto di inedito dalle sue interviste. Voto: 6. “Italia domanda”. Sembra un programma rimediato all’ultimo per concorrere con gli altri. E alla mancanza di tradizione non sopperisce con appeal. E’ senz’anima. Voto: 3. “Porta a porta” non riesce a superare “Porta a porta”. Vespa finge come al solito di fare domande dispettose a Berlusconi e compiacenti agli altri. In realtà, se non ricorre ai plastici o a giaguari di peluche non riesce più a fare scoop sui contenuti. Voto: 4. Lucia Annunziata con la sua antipatia riuscirebbe ad indispettire chiunque (e ci è riuscita). Per fortuna è anche molto intelligente e preparata. Le sue interviste, scremando i faziosismi, sono sempre interessanti. Al suo “Leader”, voto: 7. Giovanni Floris è uno dei più arguti e giovani analisti politici, ma le sue puntate finiscono sempre nella solita caciara urlata. Più decisive le interviste a-tu-per-tu coi candidati. Per “Ballarò”, voto: 6. La Gruber piace ma non stupisce. Voto: 5. Santoro, si sa, deve ricevere un assegno di mantenimento come Veronica per il servizio reso a Silvio. Poi, elemosinare gli ospiti e sceglierli spesso sbagliati (come la Comi) non aiuta. Voto: 6 (ovviamente un 9 alla puntata sulle scuole serali).

Il vincitore di questa campagna elettorale lo si conosce già

vincitore campagna elettorale televisioneCon largo anticipo, senza bisogno di sciorinare sondaggi esoterici ed evitandoci le palpitazioni da exit poll, è già possibile indicare un incontrastato vincitore. Sarà che la prima campagna della storia repubblicana svoltasi in inverno ci ha inchiodati in casa di fronte ai televisori. Sarà che una crisi di fiducia senza precedenti ha sortito l’effetto contrario di un maggiore appassionamento alle sorti del paese. Sarà che non sono mancati lo stravolgimento degli assemblement politici e le promesse da coup de théâtre (in francese, per farli apparire più raffinati di quello che in realtà sono). Certo è che la prima campagna elettorale che ha fluito attraverso i decoder ha ben saputo far (s)parlare di sé.

Se Berlusconi non avesse spazzolato la poltrona di Travaglio nell’arena di Santoro, la sua impennata non sarebbe mai avvenuta. Se Monti non avesse abbracciato un cane dalla Bignardi («Senta com’è morbido!») non avrebbe mai potuto mostrare il suo lato meno tecno-robotico. Se Bersani… bé, no. Bersani è proprio l’unico che non sa usare la tv. Se Grillo non avesse denigrato così tanto la televisione non se ne sarebbe mai parlato così tanto (in televisione). Per quest’ultimo una sfida televisiva contro un politico (Bersani), un economista (Monti), un imprenditore (Berlusconi) gli avrebbe fatto perdere quell’aura di magnetismo e di rapimento emotivo che funziona bene su un palco, ma che si sgretola in studio. (In piazza non si ha alcun contraddittorio, bensì soltanto sostenitori giunti di loro spontanea volontà e non capitati per zapping. In un confronto tv sarebbe apparso come la caricatura di un politico. O l’annaspamento di un comico). Ad ogni modo, la sua indiretta presenza televisiva è stata maggiore di chiunque altro. Per cui, mentre percentuali e seggi sembrano ancora un terno al lotto, chi ha vinto davvero questa campagna elettorale è stata proprio la televisione. 

Che febbraio. Dal Papa a Pistorius. Dalle sparate dei politici alla pioggia di meteoriti: perché Sanremo è Sanremo

che febbraio

Prendete un Papa, meglio se anziano e afflitto da scandali (preferibilmente vatileacks, pedofilia e buchi di bilancio). Agitatelo bene finché non si dimette fino ad ottenere uno scoop dai precedenti rinascimentali. Aggiungeteci un campione paralimpico che passa il 14 febbraio in carcere. Ma solo se interrogato, in quanto unico sospettato dell’assassinio della sua fidanzata. Poi sminuzzate un ex-premier che, dopo aver promesso di rimborsare ed abolire la tassa più gravosa d’Italia utilizzando i soldi delle pensioni (ma, badate bene, solo presi in prestito) e aggiungendo altre tasse, afferma di non pagare il canone, qualora Sanremo si dimostrasse fazioso (o littizzettoso?). Il che a riprova del fatto che il medesimo non ha ancora pagato il bollettino Rai, già ampiamente scaduto. Insomma, dovete utilizzare solo un Berlusconi d’annata che vuole abolire tasse, aggiungendo altre tasse, ma che evita di pagare tasse.

Spolverate con tempeste di neve, un po’ ovunque. Rafforzate con una pioggia di meteoriti russi e di monetine rosse sulla capa di Mussari (che sono anche delle piacevoli consonanze). Spalmate tutto sopra al Festival più contestato della storia (o dalla politica), ma solo se un imitatore di politici viene interrotto da insulti anti-politici sferrati da un esponente politico. Infornate con un Pippo Baudo dall’improvviso sbiancamento tricologico (che si stia preparando per il conclave?) che dopo un ennesimo fiasco televisivo annuncia dal palco di Sanremo: «La televisione è la mia vita, vorrò fare solo questo d’ora in poi»; ovvero non lo rivedremo mai più. Otterrete così un febbraio più eccezionale di qualsiasi bisestile.