X-Factor 7, finale internazionale

xfactor 7
Lo show imponente di Sky è un Sanremo 2.0

 

Ancora non mi spiego come Rai2 possa essersi lasciata sfuggire una gallina dalle uova d’oro, anzi, dalle note d’oro come X-Factor. Con Sky, il talent è riuscito persino a migliorare in tutto: qualità della produzione, dei cantanti, della conduzione: del format in generale. Nessuna nostalgia, dunque, per il periodo Rai. Dopotutto 2 milioni di telespettatori nella finale (8,8% di share) e 5 milioni di voti sono numeri da capogiro per una paytv. Neppure la borbottante Mara, svendutasi ai marmocchi di Canale5, viene più di tanto compianta. Sarà l’organizzazione sempre più imponente, il finale monumentale al Forum di Assago, gli ospiti prestigiosi, o Mika – il vero vincitore di #XF7 -, anyways questa edizione pare, fra tutte, quella con lo stile più internazionale. Dirò di più. Rischia persino – e finalmente – di avere effetti benefici sull’internazionalizzazione della musica italiana. Basta guardare agli stili musicali dei finalisti: rhythm&blues per Aba, pop/country quello di Violetta e rock/hiphop per gli Ape Escape. Il più “italiano” di tutti è il vincitore, Michele, a riprova del fatto che il pubblico italiano rimane, in fin dei conti, ancora “italiano”. Tutto, però, fa ben sperare in una ventata di freschezza post-pausiniana e post-ramazzottiana. Lo stesso bravo mr. Bravi, in realtà, “mi è arrivato” molto di più con i brani in inglese (Mad world da brividi).

I giudici non si picchiano più – e anche qua, finalmente. La musica torna al centro. A parte un’estemporanea sfuriata di Elio (peraltro non da lui), l’alchimia sul tavolo di luce si è sempre più modellata sullo stile di X-Factor USA: più amiconi e pronti ad investire gli adepti dei colleghi con sonori complimenti. (Il “sei falsa Simona cazzo” deve aver convinto ad un’inversione di behavior). Le personalità vulcaniche sono pressoché rientrate nei ranghi. Simona prosegue con i suoi commenti manichei (“mi hai emozionato”, “non mi hai emozionato”). Elio, forse un po’ più smorto del solito, rimane Elio. Mika è uno spasso. Nulla da eccepire su Morgan; dopotutto chi “vince” 5 edizioni su 6 partecipazioni ha sempre ragione.

La mia conclusione è che X-Factor Italia non abbia oramai più tanto da invidiare alla sorella americana. Né per la Britney (Mika le dà il giro), né per la qualità dei cantanti o spettacolarità dello show. Un’edizione sempre più digitale e social, a riprova che, nel mondo televisivo 2.0 , per far parlare di sé non basta più solo il dato numerico degli ascolti, ma anche la viralità in rete. #XFactorItalia può sempre crescere, ma la direzione imboccata è quella giusta.

Pagelle dei telefilm americani

pagelle telefilm

Con una cultura delle serie americane ferma a FriendsSex and the cityAlly McBeal C.S.I. era ora che mi aggiornassi e ho deciso di prendere la cosa pretty seriously. Taccuino alla mano, polso allenato e chiavetta USB conficcata nel televisore pronta a trasmettere le puntate pilota dei più celebri telefilm degli ultimi anni, mi sono fatto un’endovena di tv come Neo che si infila la presa nel braccio per imparare il ju-jitzu. Ne è uscita una classifica (non richiesta) molto difficile da stilare: i vari HBO, ABC, NBC hanno raggiunto una qualità artistica mai vista prima, spesso degna del cinema. La classifica si basa esclusivamente sulla voglia che ciascun episodio 01×01 mi ha trasmesso di passare al successivo. Popolo dei tv show americani, che ne pensate?

Premesse alla lettura: 1) si tratta di un giudizio SOLO sul primo episodio di ciascuna serie; 2) è un esperimento che sarà seguito da una classifica a fine serie per vedere chi è partito in pompa magna ed è andato a scemare e chi il contrario; 3) i primi 5, se non 7, sono praticamente sullo stesso gradino del podio.

  1. The walking dead
  2. House of cards
  3. The newsroom
  4. Misfits
  5. Breaking bad
  6. Lost
  7. Suits
  8. Desperate housewives
  9. American horror story
  10. Scandal
  11. The killing
  12. The big bang theory
  13. Dexter
  14. Fringe
  15. Friday night lights
  16. Game of thrones

Segue un mio personale giudizio su ciascun telefilm, con tanto di voto tecnico (che non rispecchia per forza l’ordine della classifica). Sono tutti ottimi. L’unico che mi ha annoiato e poco convinto è l’ultimo.

House of cards – 9,5. Il complottismo che seduce
Un ritorno strepitoso per Kevin Spacey, maligno ed intelligente come in American Beauty. Brillante l’approccio metalinguistico col quale l’attore si rivolge al pubblico trascinandolo dietro le quinte della narrazione per condurlo ad una posizione privilegiata di comprensione. Spacey è la chiave d’accesso al mondo che tutti vorrebbero spogliare e vedere dal di dentro, quello della casta. Ci si ritrova, qui, ad essere sedotti dal potere stesso e persino a tifare per il protagonista, il capo dei complotti, quando nella realtà sarebbe oggetto di scherno sui social network. Dietro la cinepresa si riconosce lo stile impeccabile del regista di Fight Club e Seven. La scenografia è tetra e curata. L’azione si svolge sempre from dusk till dawn, l’orario delle malefatte. Le immagini sono così belle e studiate che meriterebbero di essere viste al cinema. Fotografia e regia da 10 più.

The newsroom – 9,5. Una lezione di sceneggiatura
Il suo è il migliore inizio di tutti, grazie anche alla mirabile interpretazione di un introspettivo Jeff Deniels. Un climax di 8 minuti basato sull’arte oratoria; e la potenza della parola è la forza di tutto l’episodio. Dopotutto, quando si parla di giornalismo, la scrittura deve essere bellissima: i dialoghi sono serrati, magnetici e mai scontati. L’ambiente in cui si svolge l’azione è unico, eppure mai claustrofobico, anzi, vivo: dopotutto si è nel cuore della notizia.

The walkind dead – 9. Gli zombi funzionano sempre
Un bell’esempio di come tenere il ritmo e la tensione senza dialoghi. L’angoscia apocalittica è palpabile, le poche conversazioni sempre sospirate. Bella la fotografia e alcuni piani sequenza, ma anche la scelta dei silenzi e dei suoni. Apprezzabile il fatto che non si abusi degli zombi in continuazione per creare suspense, come avviene in altri horror di bassa qualità, ma si focalizzi sulle angosce e complessità dei protagonisti che aiutano nell’immedesimazione. Una qualità artistica degna del proiettore, sulla scia di film come “28 days/weeks later”.

Breaking bad – 8,5. Un uomo molto rock
Un’interpretazione magistrale: negli occhi dell’attore si legge tutta la complessità psicologica richiesta dalla sceneggiatura. Il protagonista scopre improvvisamente di essere un malato terminale, ma il risvolto non è melodrammatico, bensì elettrizzante. Infatti si trasforma in un cattivo ragazzo, molto più vivo ora che sa di dover morire rispetto alla sua precedente vita ordinaria. Le persone che non hanno nulla da perdere e che si ribellano agli schemi si trasformano facilmente in ottimi soggetti per lo schermo. Una trama che fa venire decisamente voglia di vedere fino a che punto può spingersi questa icona rock di mezz’età che ingloba in sé tutta la nostra brama di ribellione.

Lost – 8,5. Un’isola e i segreti dell’io
Il naufragio. L’ignoto. La sopravvivenza. Temi che hanno già funzionato e affascinato attraverso la letteratura e il cinema, e che mettono in risalto l’artificiosità dell’uomo occidentale nei confronti della natura selvaggia e la sua distanza dalla condizione originaria di bestia. Ora è la volta di un telefilm ad affrontare questi temi e il risultato è ottimo. L’incipit è una calamita: si parte da quello che è in genere il momento di maggiore tensione in un film catastrofico: il disastro aereo e l’isola sperduta. Un misto fra Cast Away, Cuore di tenebra e Jurassic Park. Appunto, la descrizione del naufragio, i risvolti psicologici e una natura matrigna leopardiana che sbrana i superstiti.

American horror story – 8,5. Impeccabile
Una palestra di stile: montaggio raffinato, belli i movimenti di camera e la fotografia ricercata. C’è una cura quasi maniacale per l’inquadratura che dimostra di essere sempre molto pensata. Un esempio di come far recepire un’emozione attraverso l’immagine.

Misfits – 8. Il soprannaturale in stile British
Il look visivo della serie è subito identificabile grazie allo stile della fotografia e al set di colori: l’arancione delle tute dei ragazzi emerge dai grigi metallici dello sfondo. L’immagine è contrastata, spesso sfumata ai bordi per dare risalto ai primi piani. Lo stile giovanile dato dai protagonisti, dalla ripresa dinamica con la camera a mano e dal tema dei super poteri lo rendono un teen-fantasy-horror drama.

Suits – 8. Il cinismo che seduce
Dialogo, dialogo, dialogo. Voli pindarici fra tesi e confutazione. Dopotutto per degli avvocati spietati della Grande mela la parola è potere: le conversazioni sono affilate come punte di lancia. I protagonisti vivono in una dimensione in cui tutti vorrebbero stare: sono tutti belli, ricchi, ben vestiti, hanno sempre la risposta pronta e successo. Se Breaking bad è rock questo è alternative.

Desperate housewives – 8. Carry, Samantha, Miranda, Charlotte…accasate
Una strada, un teatro (che ho avuto il privilegio di visitare). La via tutta infiocchettata con le case curate come bomboniere e i giardini tosati ogni giorno sono la metafora dell’ipocrisia americana delle periferie: famiglie che fanno a gara di perfezione le cui vite presentano una facciata finta quanto la loro scenografia. Si percepisce la complessità psicologica delle protagoniste che vogliono forse rappresentare una risposta suburbana alle più metropolitane e scapestrate ragazze di Sex and the city. Brillante la trovata della voce narrante appartenente ad un personaggio che ha solo 2 minuti di vita nello schermo. Una commedia dalle note noir.

The killing – 8. Un crimine sotto la pioggia
La dimensione ricreata è molto suggestiva grazie alla forte presenza del clima e della città: la pioggia scrosciante, gli edifici grigi, le melodie minimal e l’odore del crimine. Persino il sole, quando spunta, impallidisce. Ci sono alcuni bei movimenti di camera come l’interrogatorio separato ai due genitori unito da un unico piano sequenza. La protagonista detective è molto efficace soprattutto nei silenzi grazie all’intensità del suo sguardo.

The big bang theory – 8. La rivincita dei nerd
Dialoghi geniali con botta e risposta da enciclopedia. È il ritorno della migliore sitcom domestica dopo Friends: stesse ambientazioni, stessi punti di vista su soggiorni e pianerottoli e stessi 20/30enni imbranati. Il protagonista più alto è fenomenale, ha delle movenze alla Rowan Atkinson.

Scandal – 7,5. Gladiatori in suits
La risposta più politicizzata a Suits con un tocco di freddezza investigativa alla C.S.I. La camera a mano rende la narrazione più nevrotica, come l’azione dei protagonisti: macchine da guerra tra i corridoi della Casa Bianca. Ritmo sostenuto per un mondo dove i sentimenti rimangono ad aspettare fuori dalla porta.

Dexter – 7,5.
Il protagonista non è abbastanza ambiguio per il ruolo richiesto dalla sceneggiatura. Trama intrigante perché porta gli spettatori ad un livello di conoscenza del mistero superiore a quello degli altri personaggi, ma non sufficiente per svelare l’arcano.

Friday night lights – 7. Il reality dello sport
La telecamera a mano costantemente fluttuante e l’accento texano fanno di questo racconto sportivo un reality show che va a spiare gli atleti a casa e negli spogliatoi. Il montaggio è fluido anche nei passaggi veloci nonostante l’instabilità della telecamera. Le parti mute con la musica astratta e drammatica in stile Crash di Mark Isham sono le più belle. Un telefilm che vuole rendere arte anche la pratica rude del football e fare delle persone di tutti i giorni degli eroi attraverso la drammatizzazione delle loro vite. Nota: ma perché pregano sempre?!

Fringe – 6,5. FBI e fantascienza
Uno stile che non mi ha entusiasmato per originalità: corse contro il tempo già viste e non particolarmente innovative. Le qualità tecniche sono però in generale buone e la trama si fa seguire.

Game of thrones – 5,5. Il ritorno di Boromir
Inizio poco convincente. Sceneggiatura debole, talvolta banalotta. Pregevole il modellino animato della sigla che colloca geograficamente la scena. Un mix di generi – storico, fantasy, horror – e una partenza che cita Il gladiatore: neve, boschi e cavalli.

Il reality della politica in crisi – intervista a C. Freccero

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La tv è in continua evoluzione. Dai tempi in cui fungeva da elettrodomestico fino ad oggi, dove si trova a sostituire il Parlamento. C’è stato l’avvento del digitale con la sua galassia di canali, e l’apogeo della rete. «La tv non è più centrale. Non vige più il momento tolemaico in cui la tv generalista era la sola a dettare legge», sostiene Carlo Freccero, la cui ultima fatica letteraria si intitola eloquentemente Televisione, e snocciola tutto ciò che orbita dentro e attorno all’etere.
Carlo Freccero, tra digitale e nuovi media la tv è in rivoluzione. Quale stagione sta vivendo e quali sono stati i suoi cambiamenti strutturali?
«La tv è un sistema convergente, integrato con gli altri media, innanzitutto attraverso il digitale, ovvero un alfabeto che ha permesso di mettere assieme tutti i media. Ora si assiste alla tendenza di ibridarli tutti. La cosa curiosa è che il mercato lavora già in questa direzione. Vi saranno grandi terremoti, perché chi oggi è editore di mono-media sente maggiormente la crisi e dovrà integrarsi con quelli nuovi: i gruppi editoriali saranno sempre più importanti».
Quali le particolarità italiane?
«Da noi la tv rimane ancora il centro di gravità fra i media, per via del grande consumo di tv che se ne fa, soprattutto di quella generalista. Questo per via del tipo di popolazione: anziana, legata alla tradizione e dove l’analfabetismo di ritorno è molto importante».
Dal duopolio Rai-Mediaset alla galassia del digitale, com’è cambiato il modo di guardare la tv?
«In Italia c’è un problema di ‘digital divide’. Un primo pubblico guarda la tv come se consultasse internet. Ognuno ha il suo canale, così come ciascuno ha un suo stile di vita, un suo social network. E poi c’è un tipo di pubblico che vede ancora il telecomando fermo a sette canali, se non sei. L’influenza della tv su quest’ultima fascia di popolazione è maggiore: qui la regola del minimo comun denominatore, ovvero del messaggio meno differenziato, più conformista, vince».
Qual è il ruolo di internet?
«La tv, in questa complessità, ha da fare i conti con internet. Premessa: c’è un’anomalia italiana di cui tutti quanti sanno, che chiamano conflitto d’interessi, ovvero la presenza pesante di Berlusconi come uomo politico ed editore. Oggi questa anomali è assediata dal mondo di internet».

La popolazione è sempre più attenta, critica e formata. Com’è mutato l’audience rispetto al passato?
«C’è una frattura netta tra digitale e generalista. La prima lavora sulla fiction, sull’immaginario, sulla serialità, e quindi genera un ascolto parcellizzato, un’attenzione di culto che crea ascoltatori-fan. Attinge al mondo della serialità, dei videogiochi…
Per la tv generalista, invece, che ancora è fondamentale, l’audience rimane capitale: attraverso di esso capiamo le tendenze della tv, crea condivisione avvalendosi di strumenti quali le grandi cerimonie mediatiche, la memoria storica e la politica, che rimane centrale».
Ecco, la politica. Quant’è la sua influenza sulla tv?
«È immensa. Nella tv americana la politica è diventata un nuovo genere di fiction, il ‘political drama’. Basti pensare a serie come ‘The newsroom’, ‘Scandal’, ‘House of cards’. La politica è diventata una grande sceneggiatura che dà luogo ad una lotta di potere. Per motivi di narratologia lo stesso potere è dominato dal complotto; la narrazione influenzata dall’atteggiamento complottistico che c’è su internet, e che oggi è fortissimo. (Questa è una cosa che non ho detto a nessuno)».
E in Italia?
«Qui la politica è vissuta più come un reality-soap, dove giorno dopo giorno non è più la politica protagonista, ma le storie dei politici, le loro avventure. La televisione è un dispositivo che ha semplificato la politica, che a tratti è melodrammatica, a tratti stanca come un reality, però è diventata un genere. La politica fornisce ogni giorno elementi di narrazione, di drammatizzazione, e quindi domina ancora la scena con i talk show. E ne approfitto per dire una cosa…».
Prego…
«Sono molto amareggiato per l’intervista uscita oggi (6 settembre, ndr) sull’Espresso dove il giornalista ha fatto le punte alle mie risposte dicendo che per me Santoro finisce con Berlusconi. Non è così. Sono un suo grande amico e l’ho chiamato subito».
Dunque cosa pensa di Santoro?
«Vi sono due principali modelli giornalistici che funzionano bene in Italia. Il primo è quello di Santoro, che ha creato una serie di allievi (Iacona, Formigli), ha saputo ibridare bene il talk con l’inchiesta cinematografica, oltre a saper mettere in scena il fuori campo del palazzo. Il secondo modello legato all’inchiesta dei privilegi del potere è quello della Gabanelli, molto forte e contemporaneo».
Secondo lei il politico che va in onda mette la tv al suo servizio o fa un servizio alla tv?
«La tv ha ridotto la politica a un teatro, ad un campo di battaglia. È un reality perché c’è sempre qualcuno che… che rischia di uscire… che… come si dice?».
Che va in nomination?
«Esatto. I partiti non contano più nulla. Contano i leader. Oggi un politico deve saper comunicare. La tv ha americanizzato la nostra vita politica. Bisogna essere dei leader oggi».
Alcuni esempi di leader?
«Grillo conosce bene la televisione ed è diventato un leader. Renzi è un ‘enfant de la télé’, figlio della televisione Anni 80 di Berlusconi. E poi c’è Berlusconi stesso, come tutti sanno. Tre protagonisti per cui la televisione è importante».
Nella crisi politica degli ultimi anni che ruolo ha giocato la televisione? Demolitrice o di supporto?
«Di sicuro la televisione ha cambiato la politica, perché il concetto di verità è stato sostituito dall’audience, dal sondaggio, dal leader, dal consenso. Viviamo nella sondocrazia, nella teledemocrazia. La quantità ha sostituito la qualità. L’audience è diventato il consenso. Ciò che conta non è più il discorso politico, ma la comunicazione».
E come lo vede il futuro della politica in tv?
«Oggi con questo ritorno al neorealismo dovuto alla crisi economica, alla fine degli anni dell’emporio… la fine della festa… beh credo che questa politica-spettacolo possa entrare in crisi. E me lo auguro. La politica in televisione ha bisogno di icone e di metafore. È entrata al centro la piazza che ha creato nuovi protagonismi televisivi, come Del Debbio e Paragone. La piazza si ibrida molto con i tweet e i social network».
E Formigli? Non è anche la sua una piazza?
«Beh, lui viene dalla scuola di Santoro. È un altro stile».
La tv come vive la crisi economica?
«Stiamo vivendo un periodo che io chiamo della ‘tv dell’emergenza’ dovuto alla crisi pubblicitaria e ad una situazione precaria sul piano politico. L’audience della tv oggi tende a strutturarsi come l’audience del ‘net’. Tutto ciò sarebbe positivo se ci fosse un mercato pubblicitario che sappia corrispondere a questa articolazione dell’audience. C’è una crisi molto forte della pubblicità e delle risorse, e chi ci guadagna ancora di più in tutto questo è la tv generalista, che ritorna, così, ai modelli degli anni passati, a format sicuri, programmi che hanno una storia e un pubblico. In questo contesto non riescono ad emergere i giovani e i nuovi protagonisti».
Ecco, i giovani: cosa occorre fare affinché i più anziani comprendano che ‘giovane’ significa ‘innovazione’ e per far sì che questi vengano coinvolti maggiormente nella produzione televisiva? Quale futuro vede per i giovani nella tv italiana?
«Mmm… Ci sono dei programmi che hanno lanciato molti giovani. Santoro ha creato Iacona e Formigli. Anche Vespa ha lanciato degli inviati…».
Però c’è una difficoltà nel rinnovamento…
«Eh sì… Vedo che i giovani hanno molta difficoltà ad arrivare in tv. In Francia tutti i conduttori passano attraverso la radio. Da noi non è così. L’unica giovane rivelazione di quest’anno è Iannacone».
Ovvero un signore, preparatissimo, ma di 51 anni.

La pagella dei programmi tv della campagna elettorale

pagelle tvUna campagna elettorale, si sa, non la fanno i manifesti sulle strade o le letterine inviate alle famiglie, bensì la televisione. Il 75 per cento degli italiani si è informato in questo periodo attraverso la tv (il 25 per cento solo ed esclusivamente per mezzo di essa, ovvero 12 milioni di elettori). Il 38 per cento che usa internet si rifa spesso a contenuti televisivi (video, repliche ecc). Diamo un po’ di pagella a questa televisione elettorale.

La grande sorpresa televisiva è stata Ilaria d’Amico che con “Lo spoglio” non si è di certo lasciata spogliare dai suoi ospiti, in particolare da Berlusconi verso il quale è risultata incalzante, preparate e super reattiva. Probabilmente la migliore intervista di questa campagna. Complice l’innovativo fact-checking finale, il voto è alto: 9. “Bersaglio mobile”. Mentana è un numero 1. Sa fare domande non accomodanti, ma non riesce ad estrapolare molto di inedito dalle sue interviste. Voto: 6. “Italia domanda”. Sembra un programma rimediato all’ultimo per concorrere con gli altri. E alla mancanza di tradizione non sopperisce con appeal. E’ senz’anima. Voto: 3. “Porta a porta” non riesce a superare “Porta a porta”. Vespa finge come al solito di fare domande dispettose a Berlusconi e compiacenti agli altri. In realtà, se non ricorre ai plastici o a giaguari di peluche non riesce più a fare scoop sui contenuti. Voto: 4. Lucia Annunziata con la sua antipatia riuscirebbe ad indispettire chiunque (e ci è riuscita). Per fortuna è anche molto intelligente e preparata. Le sue interviste, scremando i faziosismi, sono sempre interessanti. Al suo “Leader”, voto: 7. Giovanni Floris è uno dei più arguti e giovani analisti politici, ma le sue puntate finiscono sempre nella solita caciara urlata. Più decisive le interviste a-tu-per-tu coi candidati. Per “Ballarò”, voto: 6. La Gruber piace ma non stupisce. Voto: 5. Santoro, si sa, deve ricevere un assegno di mantenimento come Veronica per il servizio reso a Silvio. Poi, elemosinare gli ospiti e sceglierli spesso sbagliati (come la Comi) non aiuta. Voto: 6 (ovviamente un 9 alla puntata sulle scuole serali).

Il vincitore di questa campagna elettorale lo si conosce già

vincitore campagna elettorale televisioneCon largo anticipo, senza bisogno di sciorinare sondaggi esoterici ed evitandoci le palpitazioni da exit poll, è già possibile indicare un incontrastato vincitore. Sarà che la prima campagna della storia repubblicana svoltasi in inverno ci ha inchiodati in casa di fronte ai televisori. Sarà che una crisi di fiducia senza precedenti ha sortito l’effetto contrario di un maggiore appassionamento alle sorti del paese. Sarà che non sono mancati lo stravolgimento degli assemblement politici e le promesse da coup de théâtre (in francese, per farli apparire più raffinati di quello che in realtà sono). Certo è che la prima campagna elettorale che ha fluito attraverso i decoder ha ben saputo far (s)parlare di sé.

Se Berlusconi non avesse spazzolato la poltrona di Travaglio nell’arena di Santoro, la sua impennata non sarebbe mai avvenuta. Se Monti non avesse abbracciato un cane dalla Bignardi («Senta com’è morbido!») non avrebbe mai potuto mostrare il suo lato meno tecno-robotico. Se Bersani… bé, no. Bersani è proprio l’unico che non sa usare la tv. Se Grillo non avesse denigrato così tanto la televisione non se ne sarebbe mai parlato così tanto (in televisione). Per quest’ultimo una sfida televisiva contro un politico (Bersani), un economista (Monti), un imprenditore (Berlusconi) gli avrebbe fatto perdere quell’aura di magnetismo e di rapimento emotivo che funziona bene su un palco, ma che si sgretola in studio. (In piazza non si ha alcun contraddittorio, bensì soltanto sostenitori giunti di loro spontanea volontà e non capitati per zapping. In un confronto tv sarebbe apparso come la caricatura di un politico. O l’annaspamento di un comico). Ad ogni modo, la sua indiretta presenza televisiva è stata maggiore di chiunque altro. Per cui, mentre percentuali e seggi sembrano ancora un terno al lotto, chi ha vinto davvero questa campagna elettorale è stata proprio la televisione. 

Che febbraio. Dal Papa a Pistorius. Dalle sparate dei politici alla pioggia di meteoriti: perché Sanremo è Sanremo

che febbraio

Prendete un Papa, meglio se anziano e afflitto da scandali (preferibilmente vatileacks, pedofilia e buchi di bilancio). Agitatelo bene finché non si dimette fino ad ottenere uno scoop dai precedenti rinascimentali. Aggiungeteci un campione paralimpico che passa il 14 febbraio in carcere. Ma solo se interrogato, in quanto unico sospettato dell’assassinio della sua fidanzata. Poi sminuzzate un ex-premier che, dopo aver promesso di rimborsare ed abolire la tassa più gravosa d’Italia utilizzando i soldi delle pensioni (ma, badate bene, solo presi in prestito) e aggiungendo altre tasse, afferma di non pagare il canone, qualora Sanremo si dimostrasse fazioso (o littizzettoso?). Il che a riprova del fatto che il medesimo non ha ancora pagato il bollettino Rai, già ampiamente scaduto. Insomma, dovete utilizzare solo un Berlusconi d’annata che vuole abolire tasse, aggiungendo altre tasse, ma che evita di pagare tasse.

Spolverate con tempeste di neve, un po’ ovunque. Rafforzate con una pioggia di meteoriti russi e di monetine rosse sulla capa di Mussari (che sono anche delle piacevoli consonanze). Spalmate tutto sopra al Festival più contestato della storia (o dalla politica), ma solo se un imitatore di politici viene interrotto da insulti anti-politici sferrati da un esponente politico. Infornate con un Pippo Baudo dall’improvviso sbiancamento tricologico (che si stia preparando per il conclave?) che dopo un ennesimo fiasco televisivo annuncia dal palco di Sanremo: «La televisione è la mia vita, vorrò fare solo questo d’ora in poi»; ovvero non lo rivedremo mai più. Otterrete così un febbraio più eccezionale di qualsiasi bisestile.

La Costituzione Benigna. La Rai torna mamma

benigni

Benigni non ha solo spiegato in televisione i principi fondamentali della Costituzione. È riuscito a superare persino le lezioni di Dante e l’esegesi del Canto degli italiani. Ci ha riempiti, anzi, per dirlo in modo più colorito com’è nel suo stile, ci ha crivellati e spappolati beneficamente con pallottole di saggezza. Alcune erano dei moniti, dei suggerimenti. (La politica va amata. La condizione delle donne determina una nazione. La Chiesa non orienti il voto). Altre delle esortazioni e degli incoraggiamenti. (Il voto è potere. Dobbiamo aiutarci. Radici come mani che si stringono). Ci ha fatto riscoprire valori spesso trascurati. (La Costituzione come mamma. L’Italia una e indivisibile. Il lavoro è libertà. Lo stipendio è essere, non avere).

In molti l’hanno criticato per il continuo prendere di mira il povero Silvio. Date le vicende capitate dall’ultima volta che Benigni è stato in televisione, avrebbe potuto fare di peggio. Gramellini su La Stampa parla addirittura di un superamento del comico da parte del politico, il quale è arrivato a giustificare le-notti-di-Arcore (che sembra oramai il titolo di un film) col sentimento di solitudine dovuto alla separazione da Veronica e alla morte della madre. Dopo l’iniziale tranche comica, “La più bella di tutte” è stata una volata, un racconto di due ore tutto d’un fiato (senza pause pubblicitarie, né sorsi d’acqua!) che mentalmente e fisicamente pochi show-man saprebbero sostenere. Di seguito riporto i passaggi più importanti. (Dimenticavo. La scenografia era notevole!)

Quando diciamo che i politici sono tutti uguali facciamo un favore a quelli cattivi, perché non li riconosciamo.”
“Ognuno di noi ha più potere di quello che pensa. Se ti tiri fuori dal voto è terribile. Fai come Ponzio Pilato, e la folla, si sa, sceglie sempre Barabba.”

Non siamo tutti uguali di fronte alla storia, ma siamo tutti uguali di fronte alla morte. Quindi pietà per i morti.”

Le tragedie si possono dimenticare se prima si conoscono, se le facciamo nostre.”

Eravamo divisi in tutti, tranne che su una cosa: essere uniti. I padri costituenti ci hanno fatto volare. Hanno illuminato quelle macerie per portarci in un luogo in cui si proclama il primato della persona umana.”

La Costituzione è la nostra mamma. Ci protegge. È tutta un sì: desidera!”

La Repubblica fu una scelta coraggiosa. Non andavano di moda all’epoca.”

Il lavoro è la nostra condizione di sistema, il contributo che ciascuno di noi può dare. Lavoro uguale impegno, passione.”

Questo testo è stato scritto da persone sobrie per quando ci si ubriaca. Come Ulisse si fece legare dai compagni per non lasciarsi attrarre dalle sirene, così noi oggi abbiamo scelto di farci legare dalla Costituzione per non smarrirci. Con lei il popolo si è incoronato imperatore di se stesso.”

All’articolo 2 si poteva aggiungere e il naufragar m’è dolce in questo mare. È una cosa bellissima.”

Parlando della solidarietà: “Hanno fatto diventare legge un sogno, un sentimento. Noi dobbiamo aiutarci. Questo non l’hanno scritto a Montecitorio, ma a Woodstock. Questo è ‘Imagine’ di John Lennon 30 anni prima. Yoko Ono dovrebbe pagarci i diritti.”

Sono riusciti a mettere insieme per la prima volta Darwin e la Bibbia.”

L’articolo 3 è un giacimento d’oro. È come andare in fondo al mare e trovare una perla più grande dell’altra.”

La grandezza di una nazione si misura dallo stato sociale delle donne.”

Amare il proprio lavoro è la vera forma di felicità. Con la disoccupazione le persone non sanno più chi sono. Questo produce infelicità. Dentro la busta paga troviamo noi stessi. Essa non è avere, ma essere. È la nostra dignità. Col compenso diamo da mangiare al corpo e nutriamo l’anima. Senza lavoro crolla tutto.”

Gesù Cristo fu il primo laico: date a Cesare quel che è di Cesare e date a Dio quel che è di Dio. Questo è il principio di laicità dello Stato: separazione tra religione e politica. La laicità non è ateismo, ma significa non mischiare le due cose. La Chiesa non deve interpretare le leggi, né orientare il voto. Sarebbe come usare Dio.”

Lo Stato non può essere religioso. Sarebbe come avere un marchio. Sarebbe un sopruso verso le altre religioni.”

Il paesaggio italiano è un marchio presente nella memoria di tutto il mondo. Va preservato per i nostri figli.”

Contro la pena di more. “In Italia solo gli assassini ammazzano. Noi siamo 60 milioni e io non voglio essere assassino per la sessanta milionesima parte di me.”

L’Italia ripudia la guerra. Ripudia! Non solo la Repubblica ma tutta l’Italia; anche i sassi e le piante la ripudiano. Nessuna guerra ha mai generato un beneficio maggiore del dolore che causa. È grazie a costituzioni come questa che in Europa ha regnato la pace per 60 anni. Questo non era mai capitato nella sua storia.”

Non bisogna chiudersi nel proprio localismo per paura. Le nostre radici non devono sprofondare nel buio della storia, ma allargarsi verso l’alto come rami che si scontrano, comemani che si stringono.”

I colori della bandiera italiana concludono l’elenco dei principi fondamentali, come a volerli avvolgere in un abbraccio universale.”

 La sensazione che si prova mentre scorrono i titoli di coda è: perché la Rai non lo fa più spesso? La domanda martellante di quando il giorno dopo osservi i dati impressionanti degli ascolti è: perchè ‘diavolo’ la Rai non lo fa più spesso?