Altre Nizza, altri Bataclan, altri Charlie Hebdo

Ciò che c’è di certo dopo l’attentato di Nizza è che non sarà l’ultimo entro il recinto di casa nostra.

Finché in Europa continueremo a scannarci gli uni contro altri riducendo lo spirito unitario ad un flebile afflato; finché continueremo a provare «fastidio» per lo straniero e ad ergere inutilmente muri e fili spinati contro chi fugge dalla disperazione – di cui l’Occidente ne è in parte colpevole -; finché l’inimicizia fra i popoli continuerà a dominare l’Unione di oggi, fino ad allora daremo un pretesto ai fanatici di un ordine che non esiste di armarsi. Folli ma scaltri che proprio dalle nostre divisioni interne e dal nostro odio verso l’esterno trovano terreno fertile per prosperare e fare presa su giovani emarginati cresciuti a casa nostra (da Nizza, secondo la polizia, ne sono partiti a decine verso la Siria e l’Iraq).

Finché l’Europa  – e l’Occidente – degli ideali democratici continuerà a cincischiare e a lasciare spazio di manovra agli estremismi di destra che con i loro sermoni anti-Islam fanno il gioco dei terroristi; finché ciascun paese rimarrà impantanato nei propri interessi nazionali (i servizi di intelligence che non dialogano, i rifugiati che “no, tieniteli tu”, l’Onu che risulta non-pervenuto ormai da tempo), fino ad allora ci saranno altri Bataclan, altri Charlie Hebdo, altri lungomari e aeroporti insanguinati.

Perché mai dovrebbero fermarsi, queste fiere vigliacche accecate dall’odio verso chi non la pensa come loro – musulmano od occidentale che sia -, dopo che gli abbiamo fatto il pieno di benzina? Maniaci della morte che campano sulle nostre politiche anti-immigrazione, sui nostri interventi sbagliati in Medio Oriente, sul disagio sociale delle nostre periferie, sull’incomunicabilità fra le nostre cancellerie. Risolvere questi nodi permetterebbe, forse, di sganciare l’erogatore dal loro serbatoio.

Nel mondo di oggi c’è un grande bisogno di pace. In Europa si sono riaccesi inquietanti dibattiti xenofobi e nazionalistici. Settant’anni di conflitti tra israeliani e palestinesi (ancora lontani da una qualunque soluzione pacifica) hanno dimostrato che l’assenza di dialogo porta ad un avvitamento di morte e disperazione. Negli ultimi 10 anni l’Unione europea – vuoi per la crisi economica che ha ristretto l’orizzonte degli ideali al frigorifero, vuoi per la mancanza di guide politiche illuminate -, ha intrapreso la stessa strada. Abbiamo scelto di allontanarci gli uni dagli altri, di pensare ciascuno alla propria pancia, di non costruire insieme un futuro migliore ma di trovare nel diverso il capro espiatorio delle nostre sofferenze (i paesi egoisti del nord, quelli spendaccioni del sud, i disgraziati arrivati con il barcone, i burocrati che premono i pulsanti a Bruxelles). Esiste un solo nemico. L’odio. La nostra incapacità di stare assieme. 

Questa brodaglia astiosa in cui si è inviluppata l’Europa di oggi ci rende più deboli e vulnerabili: carne da macello accatastata su una Promenade che festeggia il ricordo della Libertà.

Nizza Nice attack
Nizza, Promenade des Anglais all’inizio del ‘900
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2015. L’anno dei tanti ‘Je suis’ e dei pochi fatti

Per la quarta volta mi metto a romanzare alla fine di un anno i principali eventi che l’hanno preceduta cercando di carpirne lo spirito del tempo. Il 2012, dopo l’avvento dei tecnici, è stato l’anno dello spread e dell’ansia da estratto conto. Nel 2013 Hannah Montana si è messa a leccare martelli e siamo diventati tutti più grandi. Il 2014 è stato l’anno dei selfie: su internet non solo postiamo quello che pensiamo, ma anche l’espressione che assumiamo quando lo pensiamo; lo smartphone ha superato il pc e siamo tutti più mobile. Quest’anno l’Europa ha vissuto il suo 11 settembre, dilatato nel tempo e nello spazio. L’epicentro è stata Parigi, ma lo sciame terroristico ci ha raggiunto fino ai luoghi di vacanze (Tunisia e Sharm el-Sheikh). E poi le morti nel Mediterraneo. Tremilacinquecento in un anno. E la foto del piccolo Aylan, col volto conficcato nelle sabbie di Bodrum, è diventata l’immagine più brutta della storia moderna. Quel giorno abbiamo perso tutti, indipendentemente dalla religione, dalla cultura o provenienza.

Nella nebulosa “sociale”, gli hashtag si sono sprecati: #jesuischarlie #jesuiparis #jesuisbardo #jesuitunis… costrutti digitali – traduzione di formule prosaiche del tipo «Io sto con…», «Siamo tutti…» – da dispiegare quando si è scossi da disgrazie altrui e si vuole esprimere solidarietà. Peccato che alle marce di pace, ai montanti «Je suis» siano seguiti pochi fatti. I leader mondiali, complice un perenne stato di campagna elettorale nelle società moderne, badano poco alla leadership e molto ai consensi. Come combattiamo l’Isis? Cosa facciamo in Siria? E in Libia? E l’Ucraina? I Balcani? Mamma mia, quanti immigrati! Aspetta, parliamo con l’Iran. Anzi no, diciamo qualcosa sul clima. Israeliani, palestinesi, ancora con sta fissa per uno Stato indipendente? Focolaio dopo focolaio, da Obama a Putin, dall’Unione Europea agli Stati membri, chi governa oggi il mondo è del tutto incompetente in Politica estera. Non un singolo major problem è stato risolto. Tempi bui ci attendono.

palmira direttore sito archeologico
Palmira, i miliziani dell’Isis distruggono le rovine e ammazzano l’ex direttore del sito archeologico Khaled Asaad (18 agosto)

Ma andiamo con ordine. Il 2015 è stato senz’altro l’anno di Ignazio Marino. Che uomo! L’unico ad essere riuscito a far incazzare un Papa a ottomila metri di quota. Roma è in disgrazia (lui è l’ultimo ad averne colpa, beninteso). #MafiaCapitale è un fatto così drammatico quanto cinematografico, diventato per certi versi cool, tanto che SkyTG24 lo pubblicizza con musiche da aperol-time. E il pontefice indignato: «Io non l’ho invitato, va bene?!?».

Matteo Renzi, tra una Buona scuola e un Jobs act, scongela la Dc e fa eleggere Sergio Mattarella Presidente. Intanto l’inefficienza pubblica dilaga. A San Remo non lavora il 72% dei dipendenti comunali; 35 gli arresti; manco Pippo Baudo arrampicato sugli spalti dell’Ariston potrà risollevare gli animi. La corruzione si fa strada, o meglio, fa le strade. Dieci gli arrestati dopo un’indagine nel settore Infrastrutture tra cui dirigenti e funzionari dell’Anas. E intanto un viadotto nuovo di pacca crolla vicino a Palermo.

Carrozza e cavalli, funerali stile Padrino per boss a Roma
Funerale di Vittorio Casamonica con elicottero, carrozza e musiche del “Padrino”. Polemiche sulle autorizzazioni. (20 agosto)

Ma il 2015 è stato anche l’anno del successo di Expo con cui Milano è diventata la capitale morale del Paese. Nonostante i lavori in extremis, gli indagati e gli hamburger di McDonald’s, #Expo2015 ha portato a Rho più persone di quante pronosticate (21 milioni) e rimarrà nella memoria per lo spettacolo di luci dell’Albero della Vita, la rete del Brasile e la fila al Padiglione del Giappone. Il quesito esistenziale dell’anno? «Ma perché non siamo venuti a giugno?», detto da chi ha aspettato ottobre per andarci.

Mentre Messina è senz’acqua per diversi giorni, dal Vaticano fuoriescono documenti segreti. Il #Vatileaks ha messo a processo persino due giornalisti e la libertà di espressione. (Mi scusi, per la Sacra Inquisizione, di qua?). E a proposito di tribunali, Alberto Stasi è una volta per tutte colpevole, punto (un punto lungo otto anni). Raffaele Sollecito e Amanda Knox sono innocenti, altro punto (altri otto anni). Ma la giustizia non riesce a raggiungere i diritti civili in Italia. Se ad inizio anno ci “consolavamo” dicendo, «Dai, non siamo gli ultimi a non riconoscere gli stessi diritti alle coppie omosessuali, ci sono ancora Grecia e Stato islamico», ebbene, con un colpo di scena di fine anno, anche la sprofondante patria del virile Spartaco ha trovato il tempo per riconoscere le unioni gay. Riuscirà Al-Baghdadi a diventare arcobaleno prima di noi?

Zuckerberg facebook child daughter
Mark Zuckerberg perde la testa per la figlia appena nata e decide di donare il 99% delle azioni di Facebook con le quale potrebbe comprarsi la Slovenia (1 dicembre)

Lo sport fa schifo. Quest’anno tanti sportivi, a tutti i livelli, sono stati pescati con le mani nella marmellata. Da sconosciuti dell’atletica leggera a ministri dello Sport, da squadre di calcio parrocchiali con partite truccate ai vertici della Fifa. Pur di garantirsi il posto o la scommessa, lo spirito agonistico è finito nel cesso, o in una siringa. L’unico modo per viverlo? Spegnere la TV e andare a fare una corsa nel parco. E per fortuna che ci sono le donne. Flavia Pennetta e Roberta Vinci sono il meglio dell’export italiano. Tenacia, onestà e simpatia è il mix #VinciPennetta.

E a proposito di donne, Samantha Cristoforetti è tornata coi piedi per terra. E per fortuna! La ragazza si stava montando la testa, a dire di quanti credono che le donne debbano stare solo dietro ai fornelli e non perseguire carriere professionali senza figliare. Ad oggi, al riguardo, è uscito allo scoperto dal Pleistocene soltanto un giornalista del Foglio, che probabilmente invece che sul tablet scrive ancora su tavolette di cera seduto a gambe incrociate. Emozioni dallo spazio anche grazie a Plutone, la cui superficie è stata fotografata per la prima volta da una distanza molto ravvicinata. Il 14 luglio il web, nel postarlo, è impazzito che neanche i parigini di fronte alla Bastiglia 226 anni prima.

birmania elezione fine dittatura
Buone notizie dalla Birmania. Cessa la dittatura, il popolo vota il premio Nobel per la Pace Aung San Su-Kyi (8 novembre)

I populisti continuano a crescere. Il Front National di Marine Le Pen fa man bassa di voti al primo turno delle regionali francesi, salvo rimanere a bocca asciutta nel secondo. Ma destre e sinistre moderate hanno poco da festeggiare. Se non trovano presto credibilità nell’elettorato, faranno la fine dei loro antenati del secolo scorso, fagocitati da chi tra le due guerre sapeva parlare alle pance dei popoli affranti.

Non è bastato lo storico disgelo tra americani e cubani. Tra Russia e Stati Uniti la guerra fredda non è mai finita. E i due paesi devono per giunta convivere con ombre interne. Il primo ha insabbiato le indagini sull’uccisione del principale oppositore di Putin; il secondo continua a contare le vittime di pistoleri squilibrati all’uscita delle scuole. Intanto l’Italia (e tutta l’Europa Occidentale) è circondata da conflitti. A sud, il Nord Africa delle primavere arabe non trova pace. A sud-est, il Medio Oriente è sempre più incasinato, con popoli dagli stessi nemici che si bombardano a vicenda. Siriani di regime contro siriani ribelli; ribelli contro Isis; russi contro Isis e ribelli; Isis contro tutti. E ancora: sciiti contro sunniti; sauditi contro houiti; israeliani contro palestinesi. E per stringere il cerchio: Erdogan contro Putin; Balcani contro immigrati; ucraini filoeuropei contro ucraini filorussi. E la vicina e neutrale Svizzera che ci ricorda quanto sia bello fottersene un cazzo di tutti e passare il tempo a contare denari.

copilota suicida lufthansa
Un aereo Germanwings precipita in Provenza per colpa del copilota suicida (24 marzo)

Greta e Vanessa – le giovani volontarie sequestrate in Siria – tornano a casa, e l’unica preoccupazione del vice presidente del Senato Maurizio Gasparri è «Sesso consenziente con i guerriglieri? E noi paghiamo!». Zayn Malik, come un John Lennon col risvoltino, abbandona gli One Direction; grida e lamenti su Twitter; 13enni amareggiate in cerca della Yoko Ono dei poveri. Ogni punto fermo delle nostre inutili vite è infine crollato con la scoperta che Bill Cosby è stato uno stupratore seriale di decine di ragazzine che ha narcotizzato prima di violentare. (Avete presente cosa si prova a beccare Babbo Natale farsi un folletto?). Ma la domanda che ha mandando in tilt i quozienti intellettivi – e le retine – di mezzo mondo è stata: «Ragazzi, questo vestito è bianco e oro o nero e blu?». Merito di #TheDress (che, ribadiamolo, è nero e blu, perdio!) ha fatto tornare di moda le righe che credevamo archiviate con gli Anni dieci. Nel 2015 è tornato Star Wars, e la Forza ha di sicuro assistito la campagna pubblicitaria: si è capito dove sono stati investiti tutti i soldi della banche elleniche… e #Grexit fu. Ma dai cieli la minaccia vera è lo smog accentuato da un inverno mite e senza perturbazioni, dopo un’estate dal caldo record. I grandi della terra si sono riuniti per parlare di contenimento dell’effetto serra ma, ancora una volta, si è detto tanto sui buoni propositi per il futuro e poco di cosa fare nel presente.

Un anno di chiacchiere, di immigrati e di morti. L’anno in cui se ne sono andati anche Pino Daniele, Anita Ekberg, B. B. King, Michele Ferrero, Christopher Lee, Pietro Ingrao, Licio Gelli. E Moira Orfei. La quale ci ricorda che forse il circo e le illusioni trovano posto sempre più spesso fuori dai tendoni.

Adele hello single record
Adele esce con il singolo “Hello” rompendo diversi record di vendite e visualizzazioni (23 ottobre)

Un editoriale infelice

Risposta all’editoriale di Andrea Cangini del 09/01/2014

Caro Direttore,


leggo ed apprezzo spesso i suoi editoriali. Tuttavia quello del 9 gennaio l’ho trovato piuttosto infelice, semplicistico e pericoloso. Le spiego perché.

Comincia il suo pezzo lasciandosi anche Lei soggiogare dall’accattivante e cinematografico concetto dello “scontro di civiltà”, secondo lei in atto dal 11 settembre 2001. Possibile che non riesca ad essere un po’ meno banale? La teoria dello scontro tra occidentali-cristiani e arabi-musulmani è una falsità per il semplice fatto che le prime vittime degli jihadisti sono i musulmani stessi, trucidati a decine ogni giorno in Siria, ma che non fanno notizia. Ad essere in atto è semplicemente uno scontro tra mondo civile e terrorismo.

Altro punto. Dopo l’attentato di Charlie Hebdo non è fallita alcuna integrazione degli arabi in Europa. Se una manciata di francesi (nati in Francia da genitori francesi) compie atti terroristici al grido di Allah, mentre altri 3 milioni di musulmani vivono pacificamente pagando tasse, mandando i propri figli in scuole francesi e non incendiano le istituzioni europee a cadenza mensile, non significa – come sostiene lei – che il modello di integrazione sia fallito. Nonostante alcuni momenti di criticità delle periferie parigine (non più gravi delle nostre frequenti e violente rivolte per le strade di Roma o i cantieri della Val di Susa ad opera di italiani) la convivenza in Francia è pratica consolidata oramai da quattro generazioni. Dopotutto se milioni di padri e madri e bambini sono emigrati dall’Oriente nei decenni passati, lasciandosi dietro affetti e radici, non è stato per sete di conquista sull’Ovest – come alcune sceneggiature mangia-consensi vogliono farci credere -, ma per garantire benessere alla propria famiglia, attirati dagli standard qualitativi dell’Occidente (università, scuole, sanità, sicurezza sulle strada…) come capitò ai nostri nonni smistati sulle rive di New York.

Quando poi, caro Direttore, si domanda se sia il caso o meno di regolarizzare gli extracomunitari a seconda dell’etnia (implicando una maggiore rigidità verso donne, uomini e bambini islamici) trovo ripugnante il solo fatto che Lei si ponga un tale quesito, anticamera di qualcosa che ricorda gli orrori dell’olocausto. Lei sostiene questa tesi affermando che ci sono più punti in comune tra un italiano e un filippino che tra un italiano e un algerino, e quindi – lascia intendere – i primi sono ben accetti, i secondi no, anche se magari, aggiungo io, sono quelli che le servono la cena al ristorante, le puliscono il vano scale del suo bel palazzo o le servono i farmaci quando sta male. Premesso che questa sua ipotizzata “selezione di etnie” con cui convivere – a differenza di quanto sostiene – è puro razzismo (!), è davvero così sciocco da credere di spaventare i terroristi fanatici bloccando le frontiere al loro gruppo culturale di appartenenza? Pensa davvero che questi non trovino altre strade per penetrare nel suo cinema, ristorante o redazione per sequestrare ostaggi o farsi esplodere? I problemi si affrontano alla radice, caro Direttore, non con operazioni semplicistiche che finiscono solo per svantaggiare gli innocenti e lasciare praterie sterminate ai malintenzionati, che intanto si riorganizzano e sogghignano ad una tale stupidità.

Quando poi Lei ricorre all’oramai frusto aforisma del “non tutti i musulmani sono terroristi, ma tutti i terroristi sono musulmani” risulta, oltre che riduttivo, persino demodé. In America non tutti gli italiani sono mafiosi, però tutti i mafiosi sono italiani. Allora che facciamo?, blocchiamo gli scali USA a tutti i Mario Rossi che hanno vinto una borsa di studio ad Harvard?, a tutti i Guido Bianchi che vogliono aprire una panetteria a Manhattan? Andiamo, caro Direttore, è intelligente: si sforzi un poco. È così difficile studiare realtà diverse dalla sua? Lasci il peso di tali approssimazioni ai salvini di turno, si conceda un po’ di pilates mentale.

Lei sostiene poi che non basta più consolarsi con la presenza degli “islamici moderati”, che questi devono fare qualcosa di concreto. Premesso che i rappresentanti musulmani in Occidente si sono dissociati dai fatti criminali un attimo dopo i colpi d’arma da fuoco, quello che Lei e altri chiedono è come se gli americani chiedessero a Lei o ai suoi parenti italo-americani di dissociarsi dal mafioso di turno che ha sparato a un poliziotto per le strade di Boston; a Lei che, nella sua routine quotidiana da onesto cittadino, vive nella totale alienazione da quelle pratiche. Ho vissuto parecchio tempo in Nord America e, ogni volta che da stranieri disinformati venivo associato alla mafia solo perché Italiano, provavo profondo imbarazzo; giunsi al punto di stancarmi di difendere ogni volta l’integrità morale mia e del 99,9% dei miei connazionali. Perché vogliamo serbare lo stesso trattamento al 99,9% dei musulmani onesti d’Europa?

Quando poi chiede ai musulmani “moderati” di denunciare gli individui sospetti e i fanatismi che covano nelle moschee europee, è come chiedere agli italiani omertosi di denunciare i fatti di mafia. Sarebbe ovviamente la cosa giusta da fare, ma non è semplice quando ad essere minacciata è la propria famiglia. Come le dicevo, le prime vittime degli estremisti islamici sono i musulmani stessi che non la vedono come loro. Non pretenda da loro ciò che non può pretendere da sé stesso. Quale rete di protezione siamo in grado di offrire a chi denuncia?

In questa sua sequela di asserzioni vedo un fondo di palese ignoranza, nel senso di “non conoscenza” del mondo islamico e degli arabi integrati. Non scrivo da comunista stereotipato aprioristicamente pro-arabi (lungi da me l’aderire a questa ideologia morta prima che io nascessi!) ma da giovane italiano qualunque, cresciuto studiando con musulmani, con moltissimi amici di origine araba dalla bontà d’animo sconfinata; scrivo da osservatore delle comunità straniere nelle nostre città in qualità di reporter e da tesista in Medio Oriente. La parola che trasudava dagli occhi, dalle labbra e dal cuore di una madre algerina col velo che ho intervistato una volta giunta in Italia col suo bambino, era “pace”. Queste famiglie desiderano la stessa cosa che desideriamo noi per i nostri figli. Un futuro sereno, di convivenza pacifica. Non lasciamo che l’operato di una manciata di fanatici danneggi la straordinaria risorsa della diversità.

Ecco perché, dal mio umile punto di vista, considero il suo editoriale del 9 gennaio una valanga di puttanate.

Con cordialità,
Mirco Paganelli

charlie hebdo vignetta satirica
“L’amore è più forte dell’odio”